È LIBERO IL SANTO PADRE?

Risposta a mail ricevute circa alcuni atti del Pontefice regnante:

le dichiarazioni sull’uso del profilattico,

la convocazione di un nuovo incontro interreligioso ad Assisi,

l’annunzio della beatificazione del predecessore

 

11 febbraio 2011

Madonna di Lourdes

 

Nello scorso novembre è arrivata al direttore di questo sito la seguente e-mail, dal ben noto «Pietro di Ascoli Piceno»:

«Che ne pensi delle dichiarazioni del Santo Padre, sull’uso giustificato del condom in rarissimi casi? All’inizio sono rimasto sconcertato e comunque rimango dell’avviso che il Papa stesse parlando come opinione personale (è pur sempre solo un’intervista) e non come Magistero, anche ordinario. Come c’era da aspettarsi il “mondo” ha preso subito al balzo questa frase per dire che l’uso del condom è “lecito” anche se in alcuni casi. L’uso di esso invece è sempre comunque un male e bisogna dirlo chiaramente».

Nei primi giorni del nuovo anno civile ci sono arrivate da Nicolas Fulvi (sempre dell’ascolano, e che ringraziamo per aver autorizzato questa redazione a indicare anche il cognome), alcune mail di vivo e addolorato sconcerto per la convocazione da parte di S.S. Benedetto XVI, dopo l’Angelus del 1° gennaio, di un incontro interreligioso in Assisi a ottobre, nel 25° anniversario di quello convocato dal Suo predecessore. Il cuore delle costernate lettere di Nicolas, alle quali abbiamo già risposto qualcosa, sta in due domande: «Perché?» e: «Fino a quando, Signore?». Sul medesimo punto il sito dell’associazione torinese Inter multiplices una vox ci ha segnalato, nello stesso periodo, alcuni suoi articoli.

Infine, nella seconda metà di gennaio il sito Totus Tuus, che più volte ha pubblicato cose egregie che abbiamo anche segnalato, come i “classici” ristampati e gratuitamente “scaricabili” da parte degli utenti registrati, ci ha segnalato un suo interessante articolo sulla beatificazione di S.S. Giovanni Paolo II: chiaramente favorevole ma decisamente nella prospettiva per cui a livello popolare bisognerebbe considerarne maggiormente certi aspetti e comprenderne la figura in maniera sensibilmente diversa dalla “vulgata”. Anche a questi nostri pii e gentilissimi fratelli abbiamo mandato subito un “accuso ricevuta”, comprensivo di una prima risposta essenziale e schietta.

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Ora, rispondiamo pubblicamente. Nei tempi che le modeste forze ci consentono (certamente con qualche quaquaraquà in meno e militante in più potremmo fare un po’ meglio: e questo sta alla responsabilità del libero arbitrio di ciascuno, uno per uno).

Nel caso, tuttavia, non correre troppo (come fanno talvolta, cosa poco tradizionale nella Chiesa, certi siti detti tradizionalisti) può essere anche buono per valutare bene le cose. Soprattutto quelle, come il nuovo incontro convocato ad Assisi, sulle quali ancora sappiamo piuttosto poco (soprattutto, vorremmo mettere in evidenza, con l’imperante politica diplomaticista delle interpretazioni e reinterpretazioni: per cui dire “mangeremo” può voler dire che mangeremo, che digiuneremo o che andremo a spasso). Ma anche sul primo punto è emerso che le citazioni giornalistiche erano state prese dalla mal tradotta versione italiana e non dall’originale tedesco.

Rispondiamo, lodando chi ci pone domande pertinenti (ed eventualmente obiezioni) in maniera chiara e preferibilmente per iscritto.

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1) Quelle affermazioni nel libro-intervista. Che siano un’«opinione personale» e comunque che «non [sia] Magistero, anche ordinario», o piuttosto anche (meramente) autentico, è più che un «avviso». Essendo una grossolanità enorme quanto sottinteso dalla solita alleanza tra la malafede e l’ignoranza (ignoranza che non è sempre del tutto innocente): ovvero che un uomo di Chiesa, anche un Papa, possa cambiare liberamente l’insegnamento cattolico sulla fede e sulla morale, e possa farlo in qualsiasi modo, persino in un libro privato.

Ma cosa ha detto realmente il Santo Padre Benedetto XVI? Che «l’uso del condom è “lecito” anche se in alcuni casi»? A ben guardare, no. Come ha rilevato un pensatore de il Giornale, l’unico caso citato da Benedetto XVI era all’interno della prostituzione, che notoriamente è peccaminosa di suo. Di più: il caso, unico più che rarissimo, da Lui citato riguarda specificamente la prostituzione maschile («un prostituto», recita l’originale tedesco). Vero è che il padre Lombardi ha poi detto non esser questione di prostituto o prostituta; ma questo l’ha detto padre Lombardi, non il Papa. Ora, che forse nel caso di rapporti tra omosessuali l’uso del profilattico non costituisca un ulteriore peccato, di contraccezione, aggiuntivo a quello di fornicazione (nel caso particolarmente grave, trattandosi appunto di omosessualità), come «opinione personale» è una tesi possibile – ci fanno notare alcuni teologi tomisti – giacché, essendo tali atti comunque infecondi, in quel caso la contraccezione non sussiste. Fermo restando tutto il resto.

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Dunque, una tempesta in un bicchier d’acqua? Fino a un certo punto. Certo, almeno tra noi dovrebbe essere scontato che dei mass-media c’è da diffidare (meno scontato, dopo decenni di linea di “apertura al mondo”, per la gran parte del mondo cattolico attuale). Ma purtroppo dobbiamo rilevare anche un altro aspetto: che il successivo stupore manifestato dal Vaticano per le varie e vive reazioni a tali «dichiarazioni», non è scevro da una certa dose di oggettiva ipocrisia. Appunto perché «c’era da aspettarsi» che «il “mondo”» prendesse «subito al balzo questa frase per dire», anzi per far dire al Papa, «che l’uso del condom è “lecito” anche se in alcuni casi» (ovvero, sempre). A maggior ragione per lo strano comportamento di un noto organo di stampa (peraltro recidivo: chi c’è dietro?), che inopportunamente ha anticipato qualche singolo stralcio: così favorendo un polverone che ha finito per mettere in secondo piano il Concistoro, inclusivo di qualche creazione vistosamente buona (non diciamo di qualche Cardinale buono, il che temiamo sarebbe dire troppo, quantomeno però di qualche Cardinale significativamente di buona dottrina: cfr. articolo ad hoc su questo sito).

Possibile che il Santo Padre sia così sprovveduto da non attendersi manovre del genere? Certo che no. E allora, «perché» rilasciare siffatte «dichiarazioni»? Per una propensione in tal senso dell’uomo Joseph Ratzinger? No di certo. Tant’è che non una fonte ratzingeriana, né progressista “interessata” (dopo l’elezione), e neppure criticamente benevola ma dichiaratamente non ratzingeriana quale noi siamo, bensì piuttosto apertamente antiratzingeriana quale la rivista sì sì no no, nel suo editoriale di Agosto 2005 scriveva che «la stampa liberal anglosassone» e gli ambienti retrostanti «hanno sempre avversato il Cardinale Ratzinger […] perché […] si è sempre opposto con successo a cosiddette “aperture” quali […] la liceità dell’uso del profilattico per combattere l’Aids». Perché dunque andare a ingarbugliare una situazione già tanto difficile, esternando inutilmente un “caso di scuola”? Qualcuno ha un po’ argomentato, in sostanza, che si sia trattato genericamente di una mossa distensiva sulla materia, atta a favorire l’approccio al discorso religioso e alla Chiesa della gioventù in particolare (che spesso dall’uso ad arte della forza dirompente della sessualità è tenuta lontana da ogni considerazione oggettiva, ragionevole, della questione religiosa; sicché la sessualità strabordante viene usata non soltanto contro la vita di grazia ma, già alle radici, contro la fede). Mah, non ci sembra un movente molto plausibile, almeno da solo… La logica di tali tentativi non è più una novità ormai, e i “lontani” non sembra proprio che quantomeno si siano avvicinati (atteso che per quanto nonostante tutto rimane, seppure ai minimi termini, bisognerà riconoscere qualche efficacia alla misericordiosa Provvidenza e alla indefettibilità della Chiesa).

Più plausibile, più realistico ci sembra che sia stata, in buona sostanza, una “penitenza” che Gli è stata data (con che diritto? A che titolo?) per riparare, o almeno bilanciare, le Sue precedenti «dichiarazioni» contro l’uso del profilattico anche per la prevenzione dell’Aids; dichiarazioni che erano state particolarmente sgradite – perché troppo nette – alla Massoneria mondialista. Il che evocherebbe ombre inquietanti.

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Sta di fatto che è stata una vicenda stranissima. Stranissima! Con la sua discrepanza tra quello che effettivamente ha detto, seppure in una maniera alquanto ambigua, e “l’effetto ottico”, prevedibilissimo, che ne è venuto fuori. Un po’ come sulla Comunione ai “divorziati risposati”, ricordate? Anche allora, a ben guardare aveva detto (più o meno) che i divorziati risposati non possono fare la Comunione sacramentale, ma neppure debbono abbandonare tutto: facciano la Comunione spirituale, etc., e ne possono ricevere l’aiuto salvifico per uscire dalla spirale di peccato; ma l’effetto ottico che ne venne fuori fu, ed era prevedibile: i divorziati risposati non fanno la Comunione, ma basta che La desiderano e, anche nel loro stato, automaticamente vanno in Paradiso lo stesso. Anche il caso che è andato a pescare, più unico che raro (il «prostituto»), appare parecchio forzato. Non meno forzata, anzi proprio da “arrampicata sugli specchi”, è l’argomentazione della possibilità, in tal caso, di un utilizzo del profilattico come gesto di responsabilità che sia l’inizio di un cammino di «moralizzazione» per cui si giunga ad abbandonare l’esercizio della prostituzione; ben a ragione una commentatrice del Giornale notava stupita lo strano irrealismo dell’argomentazione addotta, giacché nella prostituzione l’uso del profilattico non è certo recente e non si è mai saputo di una prostituta, né di un prostituto, che abbia abbandonato per tale via “il mestiere più antico del mondo”. Esempi forzati, e “tirati”, emananti da un Papa forzato e “tirato”?

Evidentemente se, non per la prima volta, diciamo questo, avremo le nostre buone ragioni per dirlo. A Roma specialmente abbondano le notizie, anche da buone fonti, di «condizionamenti amministrativi e psicologici» (anche con riferimento alle «ipoteche», parola sentita a Roma testualmente, poste sul pontificato nella Cappella Sistina). Già un informatissimo libro di fine anni ’90, rievocando i pubblici timori del card. Siri per il successivo Conclave (sull’elezione di un Papa controllato dalla Massoneria), diceva che anche se le cose andassero diversamente il nuovo Papa all’inizio, nella situazione ormai impiantata, avrebbe dovuto comunque patteggiare.

Ma più di una fonte ha fatto riferimento a condizionamenti ancora più pesanti. Stanti i quali c’è da pregare per la sua incolumità. E non solo.

Del resto Egli conosce, già dal suo ingresso all’ex Sant’Uffizio, il Segreto di Fatima nella sua integralità (peraltro prendendolo più sul serio di tanti di formazione migliore della Sua); e quindi sa bene che sono profetizzati: un Papa martire; la grande persecuzione; un grande scisma; la terza guerra mondiale nucleare (o giù di lì; comunque guerra, terrore e cataclismi). E già in Non disprezzate le profezie, nella Nota sugli sviluppi dell’ultima ora (primavera 2005), da subito facevamo esplicito riferimento – a fronte dei primi indizi, e anche notando subito la gravità della frase sulla paura dei lupi in un contesto come quello – al pericolo di condizionamenti negativi a Lui esterni.

Caro Pietro, non so se ricordi: proprio pochi giorni prima delle «dichiarazioni» che ti hanno lasciato «sconcertato», mi rispondesti che ti era difficile credere che il Papa non fosse pienamente libero. Prendi dunque sul serio – per non vanificarla, e in luogo di tante cose incerte che si leggono in giro – la risposta che la Provvidenza ti ha dato.

2) Assisi 2011. Come accennato, ancora non ne sappiamo molto. Non pochi dei nostri ambienti ripetono le frasi di papa Benedetto XVI all’Angelus (o, più esattamente, dopo l’Angelus) del 1° gennaio. Ma anche la presentazione di Summorum Pontificum sembra dichiarare una piena continuità anche con il pontificato di Paolo VI: sicché, si potrebbe coerentemente pensare, no alla Messa tridentina. Invece, almeno in teoria, vorrebbe dire il contrario. Sicché ne diciamo senz’altro qualcosa, ma con questo limite. Ed è curioso che vari organi e persone di area tradizionale (tradizionalista e conservatrice) abbiano già parlato molto della convocazione di Assisi per ottobre: un fatto futuro che non ci rallegra certo, ma del quale sappiamo fino a un certo punto; e abbiano fatto un disonorevole silenzio di tomba su un fatto già accaduto, del quale, nella sua oggettività, sappiamo tutto nero su bianco: lo scandalo, estremo, dell’Osservatore Romano (cfr. articolo ad hoc su questo sito, già prima della convocazione di Assisi). Recentemente ne ha parlato Disputationes Theologicae, bene, ma quanti altri? Come mai? Ci vengono in mente due possibili spiegazioni, una peggiore dell’altra: che si valutino le cose a chili, come le patate, in base a quanto rumore fanno e via dicendo; o che si preferisca incanalare il disaccordo su meri discorsi teologici (così da una parte ci si dà contegno di duri oppositori e dall’altra, giacché un po’ di “bla bla” teologico non ha mai fatto troppo male a nessuno, non si “pestano i piedi”, in maniera realmente scomoda, a chi ha il potere…).

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Comunque, anche questo caso è molto strano. A Roma non è un mistero, e ve ne fu una qualche eco anche sul territorio, che al primo incontro di Assisi il card. Ratzinger (che non vi andò) aveva rassegnato le dimissioni, poi respinte o ritirate, a papa Giovanni Paolo II. Anche in pubblico aveva in qualche modo attestato le sue notorie riserve, ponendo quantomeno dei “freni”: tant’è che il più “istituzionale” dei vaticanisti ha correttamente notato che era tra coloro che avevano prestato più attenzione alle obiezioni a riguardo (il Giornale, 3 gennaio 2011). Nel suo libro Fede, ragione e tolleranza il card. Ratzinger in prima persona afferma che tali incontri presentano «innegabili pericoli»; sicché, disse, debbono restare eventi eccezionali, da farsi soltanto «in situazioni straordinarie». In ogni caso, le riserve in materia dell’uomo Joseph Ratzinger sono dunque, oltre che notorie, anche dichiarate e certificate. È vero che altro è da Cardinale (comunque un testimone autorevole), o prima ancora, e altro è da Papa; ma si tratta di affermazioni recenti: l’uomo Ratzinger avrebbe dunque cambiato idea dopo il 19 aprile 2005? Non diremmo proprio, pensando che piuttosto abbia cambiato linguaggio: tant’è che nel famoso discorso di Ratisbona – pronunciato senza la faccia tirata e prima dell’escalation di reazioni, dall’omicidio della suora alle bombe contro le chiese – manifestò ancora una linea piuttosto discontinuista rispetto all’ecumenismo dominante (dietro l’escamotage retorico di farlo dire al Paleologo). E nel Suo viaggio in Inghilterra ha detto una cosa poca ripresa dai mass media, ma nondimeno importantissima: che le soluzioni previste nella Costituzione Apostolica “Anglicanorum coetibus” sono esemplari per l’ecumenismo. Il che è molto interessante, e positivo, perché evidentemente viene a dire che il Santo Padre pensa all’ “ecumenismo di ritorno”; in qualche modo, ripropone questo modello. E già nel suo libro con l’allora Presidente del Senato Marcello Pera (certo con qualche captatio benevolentiae) aveva detto che il dialogo interreligioso in senso stretto non è possibile, mentre è urgente il dialogo interculturale (per alcuni obiettivi ristretti, come la pace temporale, il contrastare il terrorismo e cose civili del genere).

Dunque, se ne può legittimamente dedurre, quando Egli continua però a parlare di dialogo interreligioso, intende piuttosto il dialogo interculturale. In senso improprio dunque; secondo il meccanismo della correzione implicita, che si può comprendere, ma che non aiuta la chiarezza della verità. Anche su questo nuovo incontro di Assisi, è possibile che non sarà del tutto identico al primo: già tra Assisi 1986 e le sue dichiarate ripetizioni una decina e ventina d'anni fa, afferma quell’articolo, vi fu la differenza che - viste le opposizioni e certi amari frutti - si stette particolarmente attenti e alcuni orrori evidentemente profanatori e sacrileghi, come i culti pagani e buddisti nelle Basiliche cattoliche, non si ripeterono; può essere che nella nuova edizione si pensi di inserire ulteriori differenze. Che l’intenzione sia anche quella di pilotare dolcemente l’attuale ecumenismo, che si è trovato ormai impiantato, verso lidi più moderati, è piuttosto probabile. Ma comunque, a parte che è pur sempre un piano inclinato e che – lo scrivevamo già nel 2005 – le intenzioni non necessariamente coincidono con le realizzazioni, quale immagine ne verrà fuori? Quale messaggio? La correzione di Assisi “storica” o la sua esaltazione? Le riserve, la tendenza a moderarlo, le restrizioni, o semplicemente la sua riproposizione? Che il Papa sostanzialmente l’ha subito, un po’ riservandosi di gestire l’eccezione, o che il Papa incentiva indiscriminatamente iniziative del genere, dalle quali – non siamo noi a dirlo, ma il card. Bertone nel suo libro su Fatima – numerosi missionari testimoniarono a papa Giovanni Paolo II venire un danno al vigore missionario?

Due gesti dunque, quello di novembre e quello di gennaio, entrambi oggettivamente strani; entrambi di sapore forzato; entrambi di grosso impatto d’immagine ma, in realtà, chiaramente sprovvisti di qualsiasi forza vincolante (trattandosi né di ordini e leggi né di Magistero, bensì di una dichiarazione privata e un’iniziativa pratica): sicché, è lecitissimo discuterli (con rispetto, prudenza e carità).

E allora, atteso che il Pontefice regnante quantomeno non è un fanatico dell’ecumenismo, «perché» convocare un nuovo incontro interreligioso? Appare molto logica la deduzione dell’informatissimo vaticanista autore dell’articolo da noi richiamato: evidentemente, secondo le sue stesse parole, deve ritenere grave e straordinario – in ordine a minacce incombenti – il momento attuale (cfr. il Giornale, 3 gennaio 2011). Probabilmente, o più che probabilmente, il Santo Padre sa qualcosa. Qualcosa di grosso.

Ci sono altre spiegazioni? Forse una, più complementare che alternativa, alla quale ci è andata subito la testa quel sabato 1° gennaio 2011: che abbia in animo qualche buon provvedimento per quest’anno 2011… da bilanciare, “compensare” (la svolta condivisa), con questa iniziativa di segno opposto. Già l’anno scorso pensavamo a quattro-cinque-sei specifici provvedimenti; e due, pur nuovi parzialmente e molto in forma di compromesso, ci sono stati: il Concistoro (tra preoccupanti luci e ombre, scrivemmo, ma anche con un inconsueto “drappello” di creazioni cardinalizie “conservatrici”); e la nomina, tanto capitale quanto contrastata, del nuovo Prefetto della Congregazione per i Vescovi (nomina che non diciamo entusiasmante ma comunque significativamente migliore, essendo quantomeno un uomo del Papa).

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Con tutto ciò, carissimo Nicolas e cari lettori tutti, la domanda: «perché?» ha avuto molti elementi pertinenti di risposta. Ma non ancora una risposta per quanto possibile completa. Perché finora abbiamo parlato soltanto della responsabilità del Papa. Indubbiamente, a motivo dell’Autorità pontificia, una responsabilità oggettivamente somma. E noi non abbiamo mai nascosto nel servilismo e nella cecità “allineatisti”, o nell’entusiasmo “spensierato”, questi problemi: tant’è che, pubblicamente e in maniera articolata, all’esito del Conclave abbiamo espresso «gioia critica» (2005); all’uscita del Motu proprio “Summorum Pontificum”, «gioia sobria» (2007); all’ultimo Concistoro, una valutazione a «luci e ombre» (2010). Sicché, non avendo corso troppo a illuderci ieri, non corriamo troppo a essere delusi oggi.

Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui (o fermarsi agli ecclesiastici “dell’altra corrente”, che sul territorio non Lo seguono; o, al più, che Gli fanno da freno nella stessa Roma). Vedendo le cose alla luce della fede, torna in mente il misterioso castigo evocato dal profeta Zaccaria (nel quale sostanzialmente consiste il Terzo Segreto di Fatima): «Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse» (cfr. Zc 13). Il lasciar percuotere il Pastore è anche un castigo per il gregge. Per il clero d’ogni ordine e grado, e anche per il popolo cattolico (giacché ciascun fedele essendo battezzato ha il dovere di confessare la Fede; essendo cresimato e quindi soldato di Cristo ha il dovere di combattere la buona battaglia della fede, per il regno di Cristo; essendo seguace di Nostro Signore Gesù Cristo ha il dovere di essere allergico, nello spirito del Vangelo, all’ipocrisia farisaica; essendo soggetto a Dio ha il dovere di evitare sommamente il peccato contro lo Spirito Santo).

Sicché c’è da rispondere qualcosa anche a questa specifica domanda, così impostata: perché il Signore ci castiga così? Con vari sacerdoti tanto spirituali (speriamo sempre esenti dall’ipocrisia) e con delle semplici anime sante, come anche con la seconda strofa del Rorate e il messaggio di Fatima, c’è indubbiamente da rispondere: per il peccato. Ciascuno di noi ha da battersi il petto e dire al Signore: bonum mihi quia humiliasti me. Ma poiché poveri peccatori lo siamo tutti da sempre, c’è da chiedersi: a un livello più specifico, quali colpe hanno attirato sui nostri tempi un tale castigo? Il commentario di San Giovanni Eudes sulla Parola profetica, per cui la sordità del popolo eletto fa sì che il Signore mandi sacerdoti che sono piuttosto un castigo - fa sì che non sostenga, che anche lasci in balìa dello spirito di accecamento; la celebre frase di Santa Teresina, per cui se l’amore si spegnesse nel cuore della Chiesa i chiamati al martirio si rifiuterebbero di versare il loro sangue; le doloranti affermazioni di suor Lucia di Fatima a padre Fuentes subito prima del 1960, che collegavano l’imminente castigo allo scarso prendere sul serio l’aiuto offerto dal Cielo (nominando espressamente il peccato più terrificante: quello contro lo Spirito Santo; ovvero il peccato contro la verità, contro la fede, contro le disposizioni basilari); qualche frase dell’arcivescovo resistente Marcel Lefebvre su una fede diminuita, una diminuzione del fervore già prima del concilio Vaticano II (non a caso mons. Lefebvre veniva dalle missioni); il lucido riconoscimento di mons. Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione, sulla situazione degli anni ’50, con la drammatica irrilevanza della fede nella vita delle persone (già nella mentalità!), e anche delle persone “di chiesa” (e infatti la successiva rivoluzione nella Chiesa di reazione, di resistenza, ne ha trovata poca e spesso poco solida): tutti questi elementi, nonché altre constatazioni di buon senso, sostanzialmente convergono nell’indicare la colpa specifica in una diffusa sordità spirituale.

In questa prospettiva più profonda e articolata, alternativa all’estremismo “della domenica” e delle “sparate” (e talvolta del double face), c’è da fare l’applicazione, ponendo qualche altro interrogativo grave: come mai non di rado si ritiene necessario turarsi gli occhi pur di avere forti appoggi umani su cui assolutamente contare? Perché la fede non basta a rassicurarci? Perché non si conta sul Capo Invisibile del Corpo Mistico? Perché non si punta sul Soprannaturale? Com’è possibile che uno scandalo così grave come quello dell’Osservatore Romano, legittimazione di una rinunzia alla conversione che sarebbe la morte del cristianesimo (è la piattaforma di Bertone da Papa?), abbia avuto finora la copertura di una generale cappa di silenzio? Perché il nostro ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede ha avuto molte meno firme (tra cui, Deo gratias, tre sacerdoti), il che comunque per altro verso è già qualcosa, rispetto ai nostri lettori abituali? Perché analogamente la rispettosa Supplica al Santo Padre per la pubblicazione di tutto il Segreto del Cielo, concepita come grido al Cielo e aiuto al Santo Padre, in questi anni ha ottenuto dall’Italia diverse centinaia di invii (e nel grande Nordamerica diciassettemila firme a un testo analogo da essi promosso) quando, senza nulla togliere all’importanza di questi, coloro che manifestano disaccordo con la “linea ufficiale” (in realtà ufficiosa e privatissima) sono molti di più? Perché, già non essendo molti in terra marchigiana quelli che non se ne “strafregano” delle questioni liturgiche, gli interessati alla liberazione della verità sono ancor meno degli interessati alla liberalizzazione dell’antica Messa? Perché capita così spesso di vedere quel piccolo, meschino, gretto egoismo individualista per cui si guarda soltanto alla soddisfazione immediata del proprio gusto liturgico, senza curarsi della trasmissione di ciò che è amato (il che con il tradizionalismo è una contraddizione in termini, somigliando piuttosto al più volgare liberalismo conservatore), senza curarsi del bene comune, senza curarsi della buona battaglia per la Tradizione? Come mai dei manifesti celebrativi di “Assisi ‘86” – quella nuova e insuperabile in cui nella Basilica hanno incensato il Budda e sgozzato i polli – sono stati affissi in un noto centro di Messa tradizionale (non certo perché qualcuno sia brutto e cattivo: semplicemente è la situazione in cui esso si trova), eppure in quel variegatissimo centro di Messa – inclusivo del tradizionalismo vivace, radicale e anche quasi estremo – nessun chierichetto ha restituito in quell’occasione, a quanto ne sappiamo, talare e cotta con balze di pizzo? (Giacché la Santa Messa domenicale è di precetto, servirla no. E certamente si trovano tutti in una situazione meno drammatica di quella del Santo Padre). Perché è così ricorrente il gretto, squallido fenomeno della mancanza di consequenzialità – che richiama i connotati del cattolicesimo liberale – in coloro che talvolta, o anche spesso, dicono cose anche molto forti e molto vivaci su certe situazioni attuali? E, in sintesi: il quadro che emerge da questi esempi, concreti e vicini, è atto ad attirare sul Santo Padre, da Colui al Quale nulla è impossibile, la grazia del coraggio eroico di cui avrà bisogno in una situazione così grave?

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Quanto all’altra domanda, «Fino a quando, Signore?», rispondiamo solo in parte. Per due motivi: 1- è evidente, soprattutto nel contesto, che questa intende essere una preghiera a Dio più che una domanda vera e propria agli interlocutori; 2- ciò appunto dipende anche, in buona parte, dall’agire degli uomini: la Grazia infatti interagisce con il libero arbitrio (il dramma del libero arbitrio!). Qualcosa però diciamo, e volentieri.

Se si pensa che l’uscita dalla crisi modernista, morbida o dura, sarà per le vie umane e sostanzialmente “politica”, evidentemente questi fatti la fanno vedere lontana. Se invece, ragionando e valorizzando gli elementi che il Cielo ce ne ha dato, si pensa a un’uscita per via traumatica e soprannaturale (senza con ciò escludere affatto, ripetiamo, il concorso degli uomini, del Papa al massimo grado), allora la percezione, l’analisi, cambia. E forse i progressisti sono più acuti di tanti altri: se da qualche anno sono in fibrillazione (dietro le quinte, s’intende), se ci sono i meccanismi di opposizione di cui ha recentemente testimoniato anche il Vescovo di San Marino, qualche motivo ce ne sarà. Forse, diffidenti, non sanno fino a che punto il Pontefice regnante intenda realmente arrivare? Forse sanno o sentono che tra la Tradizione e la Rivoluzione c’è ora come una partita aperta? Attenzione, non abbiamo detto “partita vinta”: non ancora; abbiamo detto: “partita aperta”. Cosa che, pur essendo inaccettabilmente scomoda per tanti scansaguai, è comunque una buona nuova rispetto ancora agli anni ’90, nei quali la situazione appariva nel complesso più univoca…in male; tant’è che molti “dei nostri” prevedevano, alcuni anche categoricamente: eleggeranno Martini. Con i pregi e i pericoli delle situazioni “mosse”, e comunque meno nette.

Ciò detto, per qualche linea di risposta alla mezza domanda sui tempi rimandiamo alle seguenti sedi, considerate nel loro insieme e con un po’ di attenzione: il recentissimo articolo “Né bunker né compromesso: quale terza via?”, presente su questo sito; le Note introduttive alla seconda edizione di Non disprezzate le profezie (2007-2008, pp. XIX-XXIII); la Nota sugli sviluppi dell’ultima ora sempre di Non disprezzate le profezie (primavera 2005, pp. 20-21 della vecchia edizione e 39-40 della nuova); alcuni passi del medesimo testo (2003-2004, pp. 176-177 e 249-251 della prima edizione e pp. 158-159 e 212-214 della seconda).

3) La beatificazione di maggio. Ci spiace di aver dovuto rispondere a Totus Tuus che abbiamo preso atto con perplessità della tempistica anormale di questa causa. Certamente, va ricordato a certi entusiasti, la beatificazione non è ancora una canonizzazione (e di sicuro una beatificazione, la sana teologia è unanime, non è un atto infallibile); entusiasti che talvolta in privato o comunque in certe occasioni sono sembrati pure consapevoli di certe ombre, da chiarire, e in altre occasioni a tale aspetto non hanno fatto alcun cenno, neppure mite o implicito: mah… Sarà il moderatismo…. Sarà il pragmatismo… Sarà la formazione moderna… Comunque sia, generalmente parlando, è sempre pericoloso (e più che mai in tempi di crisi dottrinale) derogare ai tempi previsti per l’apertura delle cause. Facendo Beati in fretta e furia, magari a furor di popolo (e di chi il popolo occultamente lo maneggia); e così, sotto la spinta della piazza, rischiando di sottostare a ondate emotive. Allo stato d’animo del momento eretto a un assoluto. Così peraltro si creano precedenti, in contrasto con la tradizionale prudenza e saggezza della Chiesa: che se, non da oggi, ha previsto di far passare un certo tempo, anche per vedere meglio le cose (nel caso poi la quantità di materiale da esaminare era grandissima) e con più distacco, avrà avuto le sue buone ragioni. Del resto se, come viene a dire lo stesso Totus Tuus, ci sono nel pontificato di S.S. Giovanni Paolo II degli aspetti da comprendere meglio e delle mistificazioni o degli usi strumentali da smontare, ciò non verrebbe a consigliare di procedere appunto con calma, senza rischiare che venga usato il venerato cadavere di questo popolare Pontefice (sul quale hanno già fatto dei giochi orribili) a pro dell’una o dell’altra corrente – a sostegno dei progressisti o dei moderati, della Massoneria o della Chiesa? Per carità, profonda venerazione per il sublime Ufficio di Pietro che ha esercitato, e grande affetto per quello che è stato il Papa della nostra infanzia, della nostra adolescenza; ma i dubbi, legittimamente, rimangono.

Qualche vaticanista, in certo modo, l’ha anche detto: è stato un compromesso “politico” tra la richiesta scritta di numerosi Porporati al Conclave e l’attitudine di prudenza del Pontefice regnante; sicché la richiesta era di canonizzarlo immediatamente, saltando la tappa della beatificazione, il successore ha negato tale “salto” e concesso la deroga ai tempi per l’apertura della causa. Un mezzo capitolato, insomma (anche se i capitolati ufficialmente sarebbero stati aboliti da un pezzo).

Non che la politica e la diplomazia siano in sé un male, chiaramente. Ci vuole un po’ di politica, un po’ di diplomazia, un po’ di interpretazione. Ma che ci aspettiamo in questi tempi anormali in cui – e non è neppure un cosiddetto abuso ma una riforma ufficiale! Riforma di cui papa Paolo VI, testimoniò il card. Siri in un’intervista, si disse pentito “ma gli impedirono di tornare indietro” – la Segreteria di Stato (ovvero l’istanza politico-diplomatica) viene considerato un Dicastero più importante della Congregazione per la Dottrina della Fede (ovvero l’Istanza dottrinale, vale a dire dei contenuti della fede)?

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