

MOTU PROPRIO:
LA NOSTRA DOMANDA DI APPLICAZIONE ALLA GERARCHIA LOCALE.
Lo "status quaestionis" a tutt'oggi (primi di gennaio 2008)
Pubblichiamo qui di seguito – per giusta informazione tra tante “voci” squallidamente a vanvera – la lettera inviata, a nome del nostro gruppo, circa l’applicazione del Motu proprio e connessi. Al contempo, per evitare che l’attenzione si concentri soltanto sull’ “ultimo pezzo”, ricapitoliamo le tappe immediatamente precedenti di questo discorso.
1) Luglio 2007: da parte nostra, il Motu proprio è accolto e commentato con un articolo dal titolo “Gioia sobria”. Lo valutiamo in modo sostanzialmente positivo, nella nostra chiesetta si canta serenamente il Te Deum, e al tempo stesso notiamo subito: a- la forte opportunità di «realizzare, in gruppo, una più approfondita e particolareggiata riflessione»; b- «staremo a vedere gli sviluppi, le applicazioni reali del Motu proprio».
2) Estate 2007: alla stampa che pone domande (riportandole spesso in maniera inesatta, come precisato sul nostro sito e su quello di “Vivere Senigallia”, che ha correttamente pubblicato la precisazione) il primo organizzatore risponde cercando di spiegare le cose, senza spirito trionfalistico; esprime, legittimamente, gioiosa soddisfazione, richiamando soprattutto una importante puntualizzazione: «Presupposto di tale atto pontificio è il fatto che il movimento cattolico tradizionalista ha tenuto in vita questo rito, poiché non ci sembra tra le cose più facili autorizzare un morto» (cfr. “Corriere Adriatico” di domenica 15 luglio).
3) Fine estate-inizio autunno: in risposta a domande e previsioni rivolteci, pubblichiamo sul presente sito una breve nota informativa, con la seguente messa a punto: a- non abbiamo mancato di rivolgere alla gerarchia locale domanda di applicazione del Motu proprio; b- e questo sostanzialmente perché tale chiedere è (di per sé e con prudenza) doveroso; c- non siamo però in grado di fare specifiche previsioni sugli sviluppi di tale domanda, vedremo; d- la cosa più importante, non sfugga, sono gli effetti del Motu proprio sulla Chiesa universale, per la Chiesa.
4) Successivamente abbiamo messo in luce che da Roma stessa, da organismi competenti, si è parlato di una pesante crisi di ubbidienza verso il Santo Padre. Che non ci stupisce. Sottolineiamo infine la seguente considerazione (che avevamo già accennato per iscritto, oltre che detto tante volte a voce): la risposta a queste difficoltà, che soltanto nei casi di inesperienza possono stupire, non è il risentimento verso certi pastori locali; non è il continuo lamentarsi in privato e alle spalle di tanti conservatori “integrati”, preoccupati di mostrarsi “allineati”. La risposta giusta è il cogliere l’opportunità provvidenziale che esse, paradossalmente, possono rappresentare: per ampliare e approfondire la prospettiva; per rafforzare la determinazione, la fermezza; per spingere verso un saggio confronto diretto, e magari un raggrupparsi, di coloro che vogliono costruire sulla stessa linea; per maggiormente pregare e offrire penitenze per il Santo Padre, con i Suoi collaboratori, davanti a una fronda pesante ma al contempo disvelatrice. Che la Madonna di Fatima ci metta le mani!
S.P.
Alla c.a. Monte San Vito, 22 dicembre 2007
· S.E.R. Mons. Giuseppe Orlandoni
Vescovo di Senigallia
· Molto Reverendo don Pietro Landi
Arciprete Parroco di Monte San Vito
· Molto Reverendo don Giancarlo Giuliani
Parroco di Chiaravalle
Eccellenza Reverendissima, Reverendi Parroci,
a nome e per conto del gruppo precedentemente rappresentato, facendo seguito ai colloqui con il vescovo (13 agosto e 7 dicembre) e con la parrocchia di Chiaravalle (15 novembre) nonché alla mia lettera del 31 agosto e a tutte le varie conversazioni precedenti, doverosamente informo che, contestualmente alla presente, ci rivolgiamo alla Commissione Pontificia Ecclesia Dei – giusta l’ultimo capoverso dell’art. 7 del motu proprio “Summorum Pontificum” – non avendo «ottenuto soddisfazione» delle «domande» e del «desiderio» formulati (espressi, peraltro, assieme a proposte operative e ad alcune disponibilità: cfr. in particolare i colloqui del 13 agosto e del 7 dicembre).
Ne abbiamo infatti parlato, e non vediamo altra via. Ove ci sfuggisse, ci manteniamo disponibili ad ulteriori approfondimenti – naturalmente in un quadro non diciamo non critico, ma non prevenuto e non fazioso; siamo anche disponibili, almeno, al dialogo possibile (se questo non si fa più volentieri con gli acattolici che con chi vuole seguire il cattolicesimo tradizionale). Oggi come oggi non vediamo altra via, dal momento che la diocesi non accetta il Motu proprio. Uno dei due parroci l’ha detto apertamente: «Non accettiamo [lui e, soprattutto, chi altri?] il Motu proprio, perché crea confusione». Un’altra parrocchia e la diocesi non l’hanno detto in questi termini: ma poiché, in risposta alla domanda d’applicazione di Summorum Pontificum, ci è stato offerto, malvolentieri e rigidamente, non il Motu proprio entrato in vigore ma l’indulto del 1984 da questo espressamente abrogato (ribattezzando, per chi non lo sapesse, Motu proprio il vecchio indulto), la realtà di fondo è che in ambito diocesano si rigetta tale ordine formale del Sommo Pontefice. Ciò è chiarissimo, oltre che nell’editoriale del 13 settembre del settimanale ufficiale, nel Motu proprio parallelo emanato il 14 settembre da S.E. mons. Orlandoni: la cui lettura ci ha tolto ogni dubbio, e che Vi chiediamo di dirci, in evangelica franchezza, come sia compatibile con il richiamo del Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che qui si allega.
Mentre continueremo con pazienza a portare avanti come possibile la liturgia tradizionale, sempre pronti a rendere conto delle ragioni del nostro comportamento, ci rallegriamo comunque – dopo tanti anni in cui cerchiamo di porre la questione globale in favore della Tradizione cattolica e, tra logoranti risposte verbali contrastanti, abbiamo chiesto invano soluzioni autorizzate e concordate – che le istanze da noi testimoniate siano state, in qualche modo, messe all’ordine del giorno; che almeno all’indulto in formato 1984 (neppure nel suo “formato largo” post-1988) ci si sia, adesso, arrivati. Ma deploriamo, e in coscienza non possiamo accettare, siffatta difformità della chiesa locale dalla Chiesa di Roma. E deploriamo – con rispetto per le cariche, cordialità per le persone e sofferenza per la linea – che questo impegno contro la liturgia antica, prima per non consentirla affatto e ora per restringerla al massimo, non si veda contro altri fenomeni. Fenomeni che, alla fine di quest’anno centenario della profetica enciclica Pascendi dominici gregis contro «la sintesi di tutte le eresie», in coscienza – e sperando non preferiate l’attitudine di altri, che “stanno alla greppia” e sparlano alle spalle – lasciamo qui di seguito denunziare non da noi, ma da eminentissime personalità, nonché completamente “uomini del Concilio”.
«Vediamo moltiplicarsi da qualche anno i segni di una crisi spirituale quale raramente scosse la Chiesa. Sotto i nomi equivoci di nuova Chiesa, di Chiesa postconciliare, è una Chiesa diversa da quella di Cristo che rischia di essere instaurata […] minacciata di apostasia immanente» (S.E. il cardinale Henri de Lubac, in Nova et vetera, IEM 1969, pag. 132).
«Più grave causa di afflizione è per Noi la diffusione di una tendenza a dessacralizzare la liturgia – se ancora essa merita questo nome – e con essa, fatalmente, il cristianesimo. La nuova mentalità, di cui non sarebbe difficile rintracciare le torbide sorgenti, e su cui tenta di fondarsi questa demolizione dell’autentico culto cattolico, implica tali sovvertimenti dottrinali, disciplinari e pastorali, che Noi non esitiamo a considerarla aberrante; e lo diciamo con pena, non solo per lo spirito anticanonico e radicale che gratuitamente professa, ma ben più per la disintegrazione religiosa che essa fatalmente reca con sé» (S.S. il papa Paolo VI, Allocuzione in occasione della chiusura della adunanza della VII sessione plenaria del “Consilium de sacra liturgia”, in “Osservatore Romano”, 20-04-1967).
Prego il Parroco di Chiaravalle di portare la presente missiva, con l’allegato, a conoscenza del Consiglio pastorale di questa carissima parrocchia, dal momento che in tale sede si è svolto il suddetto incontro del 15 novembre. E a questo proposito, poiché – dopo alcuni addebiti che Ella, Signor Parroco, ci ha mosso nell’occasione, plausibilmente anche da parte di altri confratelli – chi presiedeva quella riunione ha detto che immaginava io avessi molto da replicare, ma (come evidente) non c’erano i tempi e ve ne sarebbero state altre occasioni, chiedo altresì con la presente quali ritiene possano essere tali occasioni: necessarie per evitare il triste fenomeno dell’aprire le questioni e poi non affrontarle.
D'altronde ricordo bene quando Lei, rammenta, mi invitò caldamente a parlare di persona con il vescovo di queste problematiche, sottolineando che probabilmente un solo colloquio non sarebbe bastato, non ci si sarebbe capiti subito, bisognava insistere nel dialogo senza scoraggiarsi…e quanto sto dicendo è proprio in quella direzione. Ho altrettanto nelle orecchie certi ricorrenti discorsi, nella predicazione, sull’essere finiti i tempi della sottolineatura di autorità e obbedienza, sul puntare oggi piuttosto su libertà e responsabilità, sulla bontà dell’accoglienza senza condizioni…sicché sorge la domanda: perché o non proporre tali parametri generali o non applicarli anche ai cattolici “tradizionalisti”?
Con oranti auguri per il Santo Natale a Voi, alla nostra diocesi e a queste parrocchie, dove sempre abbiamo il cuore.
(Solideo Paolini)