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UN COMMENTO SUL MOTU PROPRIO PONTIFICIO SULLA LITURGIA TRADIZIONALE

 

Gioia sobria

 

 

Dopo una gestazione difficile e vivace, dopo un’attesa variamente giusta, dopo ripetuti passaggi delle bozze tra l’appartamento pontificio (uscendone allargate) e le congregazioni (uscendone ristrette), il Motu proprio sulla Messa antica è ora venuto alla luce.

 

Con questa Lettera Apostolica, intitolata Summorum Pontificum, il nostro Santo Padre Benedetto XVI riconosce formalmente il diritto, stabile, del rito tradizionale della Santa Messa, affermando nettamente che esso non è stato giuridicamente «mai abrogato» (esattamente il contrario di quanto ci disse il mio attuale parroco).E nella forma d’una sorta di liberalizzazione, espressamente comprensiva anche dei Sacramenti e del Breviario, migliora praticamente le possibilità di accesso al tesoro della liturgia tradizionale.

 

Da un lato, infatti, il Santo Sacrificio della Messa non ha mai cessato di venire offerto secondo questo venerabile rito, e proprio per questo perseverare viene oggi più ampiamente permesso; dall’altro, era dagli anni '80 che la situazione ufficiale era, sostanzialmente, bloccata. Già allora, infatti, l’interdizione pressoché assoluta del decennio precedente era venuta meno: dichiaratamente per via della ferma resistenza “tradizionalista”, di cui si dovette tenere conto; ma l’esito d’un paio di commissioni cardinalizie, di non avvenuta abrogazione, non era stato pubblicizzato e promulgato, per timore delle opposizioni. C’erano stati comunque dei progressivi allargamenti, si pensi ai “precedenti”, ma in un quadro piuttosto incerto e precario. Sicché, con lo sguardo d’insieme su questi difficoltosi passi avanti, sorge anche un grato ricordo orante dei pionieri di questa resistenza: l’arcivescovo mons. Marcel Lefebvre è il più noto, ma non soltanto lui: il vescovo mons. Antonio de Castro Mayer, nell’ultima parte della sua vita il vescovo mons. Salvador Lazo, svariati sacerdoti e fedeli laici in tutto il mondo. Ricordo comprensivo di tutti coloro che hanno preso posizione contro la situazione attuale (penso, ad esempio delle voci autorevoli che si sono levate nella nostra direzione, alla testimonianza resa dagli scritti dell’arcivescovo mons. Rudolf Graber; o a quella scritta poche settimane prima di morire dal vescovo mons. Arrigo Pintonello, o a quella lasciata in busta sigillata dal vescovo mons. Thomas Morris perché fosse aperta dopo la sua morte); comprensivo anche di coloro che ci si sono ammalati, e forse morti di crepacuore. E assieme al “grazie”, che il cardinale Oddi si lasciò sfuggire davanti alla tomba di mons. Lefebvre, sorge anche un altro sentimento: il rammarico per i tanti defezionisti; i tanti che, pur confidando in privato il loro dissenso, per anemia o per opportunismo – particolarmente odiosi quando ipocritamente nobilitati – hanno preferito la scelta del giovane ricco della parabola evangelica, tirandosi ingiustamente indietro.

 

Motivo di gioia sono anche le date di tale solenne atto pontificio: è stato pubblicato il 7 luglio, primo sabato del mese (e proprio del mese in cui cade il novantesimo della trasmissione del Segreto) e insieme cinquantacinquesimo anniversario della Sacro vergente anno, con la quale il papa Pio XII abbozzò una consacrazione della Russia (ed è significativo che il Santo Padre affidi queste norme «alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa»); entrerà in vigore il 14 settembre, festa dell’ esaltazione della Santa Croce. Dunque questo atto a favore dell’antica liturgia (per il quale piacevolmente la Santità di Nostro Signore ha riesumato, dopo l’ermellino, il plurale maiestatis, e che, in un redivivo stile classico, manifesta più ampie felici considerazioni sul culto degno che deve essere offerto alla Divina Maestà, nonché sul nesso tra liturgia e fede), è un atto da vedere in una luce profonda: quella (spirituale, soprannaturale, mariana ed ecclesiale) di Fatima, è infatti un punto del terzo segreto, e quella dottrinale, del richiamo alla natura precipuamente sacrificale della Santa Messa. E’ triste che tale profonda consapevolezza, soffertamente presente in un Papa di formazione prettamente moderna, non lo sia in maniera unanime nell’area cattolica tradizionale (tradizionalista o liberalconservatrice), ove spesso l’attesa del Motu proprio è stata vissuta come un cieco reclamare “la Messa comoda”.

 

Questi ultimi aspetti sono presenti soltanto a livello implicito, in  modo “velato”. Ho sempre pensato che la priorità fosse la pubblicazione integrale di quello straordinario, illuminante ammonimento del Cielo che è il terzo segreto di Fatima: nel qual caso il problema del dover tranquillizzare gli oppositori, dopo una sorda battaglia che si trascina dal Sinodo dell’autunno 2005, in un certo senso non si sarebbe posto. Battaglia di cui Egli stesso riferisce, nella quale intellettuali cattolici progressisti hanno lanciato al Pontefice regnante intimidazioni pesanti; battaglia nella quale un porporato è andato a sobillare, con false informazioni, gli ebrei contro il Papa; battaglia che il cardinale Ricard, masticando amaro, commentò conclusa in pareggio, “senza vincitori né vinti” (è vero, e comunque è già una novità quando si viene da una situazione in cui quasi sempre i progressisti vincevano e i tradizionalisti neppure esistevano o venivano presi in considerazione, soltanto progressisti e moderati). Papa Ratzinger, S.S. Benedetto XVI, ha seguito un’altra “scaletta” e io, pur conservando francamente una riserva sulla “svolta soft” (che è la radice della “svolta condivisa”) e temendo le solite pratiche elusorie nonché il dover "bilanciare" per forza, pur avendo una gioia diversa da quella entusiastica di alcuni (appunto una gioia sobria, sorella gemella della gioia critica immediatamente espressa per iscritto all’esito dell’ultimo conclave), amo allora considerare che un tale atto - pio, coraggioso e meritorio - può attirare sul suo pontificato feconde grazie e benedizioni, innescanti un “meccanismo virtuoso”.

 

Perciò, come pensato il giorno stesso di sabato 7 luglio, nella “nostra” chiesetta canteremo il Te Deum di ringraziamento. Al tempo stesso, con calma, senza correre dietro a “facili” velleità e alle cose che dicono o riferiscono i mass-media (ovviamente da prendere con beneficio d’inventario, incluse quelle che ci riguardano più da vicino) ed auspicando piuttosto i confronti diretti, staremo a vedere gli sviluppi, le applicazioni reali del Motu proprio; intorno al quale avremo modo di realizzare, in gruppo, una più approfondita e particolareggiata riflessione.

Roma, 13 luglio 2007

S.P.