
IL VERO LIMITE DI UNA BUONA ISTRUZIONE. Universae Ecclesiae: non
paradossali deficit di larghezza, ma prevedibili deficit di
verità. Alcune riflessioni non demagogiche
Chiaravalle, 7 luglio 2011
S.S. Cirillo e Metodio
Quarto anniversario della
promulgazione
del Motu proprio “Summorum
Pontificum”
Veniamo
sollecitati, da lettori e soprattutto dagli eventi, a commentare la recente
Istruzione Universae Ecclesiae (uscita proprio il 13 maggio, a un anno
esatto dall’embrionale riapertura pontificia della “questione Fatima”, e dopo
che lo stesso Motu proprio era uscito in una data fatimita). Come
anticipato, e dopo averne già pubblicato un elemento (il ricorso da noi
precedentemente inoltrato alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, non
sull’orticello nostro ma sulle traduzioni), mentre accogliamo con la debita
ubbidienza (e anche senza difficoltà) il dispositivo normativo, esprimiamo con
franchezza il nostro pensiero su aspetti, argomentativi o circostanziali, sui
quali in ogni caso non è vietato ragionare (pur cercando di evitare alcuni
eccessi di dibattito che, ci sembra, stanno prendendo ad andar di moda,
specialmente nel mondo virtuale e un po’ pericoloso di Internet).
In realtà,
l’Istruzione ha piuttosto scontentato un po’ tutti. Ha scontentato i
progressisti, perché contrasta con i loro tentativi di minimizzare il più
possibile la portata dell’atto pontificio (non potendo rigettarlo formalmente).
Sottotraccia non ha entusiasmato diversi Vescovi (pur essendo un testo di
compromesso, innanzitutto nei tempi): in parte perché influenzati, o comunque
condizionati, dal progressismo (ecclesiale e non solo), in parte perché temono
situazioni ingestibili. Ha sostanzialmente scontentato la FSSPX – dietro i
soliti pretesti demagogici – per il famoso articolo 19, che ovviamente è fatto
proprio contro di lei (e più remotamente contro i sedevacantisti). Altrettanto
sostanzialmente ha scontentato gli ambienti, il filone
entrista-opportunista-liberista degli amici della Messa antica, per via di un
certo ritorno alla realtà dopo gli entusiasmi “da fungo”, ottimistici e
trionfalistici, della liberalizzazione.
Noi invece non ne
siamo scontenti, e condividiamo in gran parte il commento che ne fece sul suo
blog Andrea Tornielli (che non è “tradizionalista”, e neppure conservatore
bensì di formazione moderna, ma è il più informato dei vaticanisti). Perché?
Innanzitutto perché non avevamo aspettative eccessive, irrealistiche. Né verso
l’Istruzione: ricordate? Avevamo scritto: già la tempistica, il fatto che è
pronta già da gennaio 2008 ma ancora non è uscita, indica una persistente
debolezza, che ci sembra già l’aspetto fondamentale. Né verso lo stesso Motu
proprio, di cui è applicativa: essendo noi, da sempre, piuttosto sobri sulla
liberalizzazione del card. Ratzinger e di mons. Fellay, sulla sua efficacia
automatica, sulla sua univoca bontà (anche questo, ricordate, l’abbiamo scritto
da tempo); e non meno disincantati sui variegati ambienti della Messa antica
(almeno in Italia, magari all’estero sarà meglio). E siamo anche critici sul
concentrare tutte le “cartucce” sulla pur importantissima materia liturgica,
sulla Messa tridentina (cui aderiamo per amore della Tradizione, in una
prospettiva globale). Noi “aspettiamo Godot”. Laddove Godot sta per l’esito
catastrofico della situazione attuale («per via soprannaturale e di esplosioni»:
ricordate?). Giacchè il Cielo per grazia ci ha mostrato in visione la via
d’uscita, drammatica e feconda; ma già ragionando: con queste teste, e questi
cuori (che somigliano in maniera impressionante a quelli di cui ha scritto il
profeta Isaia), in cui l’egoismo più gretto impera, come si può pensare che in
maniera non traumatica se ne esca? Uscita che sarà una medaglia a due facce, e
l’attesa è ormai breve… Attesa nella quale, pur avendo innanzitutto ripugnanza
per l’agire contro coscienza e cercando doverosamente di fare il bene possibile
(anche per diminuire, quantomeno, i castighi imminenti), grandiose aspettative
non ne abbiamo.
Sicché
dell’Istruzione abbiamo invece apprezzato e salutato con gioia diversi elementi,
che avevamo anche auspicato:
1-
Una qualche “messa a
punto” della materia, con una certa sobrietà (“ritorno alla realtà”), dopo
qualche caos di una liberalizzazione che nel contesto attuale è pericolosamente
irrealistico attendersi “facile” e senza problemi.
2-
La presenza di
qualche strumento per far rispettare la legge, concretizzando i discorsi.
3-
La chiara
sconfessione della riduzione della questione ad un indulto, una concessione
contingente, fragile e da sospettati speciali “sotto esame”; mentre di una
liturgia che, ci spiace per gli smemorati, avrebbe dovuto scomparire dalla
faccia della terra si attesta formalmente che è un tesoro prezioso per la
Chiesa, per il bene comune! E si preconizza, o quantomeno si auspica, un certo
ritorno ad aspetti, come il latino liturgico, certo non più di tanto pregnanti e
tuttavia anche significativi, dei segni in una certa direzione.
4-
L’esplicita conferma
della possibilità di gruppi legati al Vetus Ordo, sui quali si esplicita
che non è questione di numero, interparrocchiali e/o interdiocesani.
5-
L’assenza di brutte
sorprese.
Non condividiamo le
due principali critiche mosse all’Istruzione dalla FSSPX, che ci sembrano anzi
contradditorie. Tralasciamo qui la terza, la questione del subdiaconato: la
soluzione (o piuttosto non – soluzione) adottata dall’Istruzione (conferitelo se
volete ma è una questione vostra, meramente interna alle comunità sacerdotali
dell’Ecclesia Dei) non sarà esaltante ma è la migliore che potevamo
aspettarci. Vediamo piuttosto le altre due obiezioni, che ci sembrano più
interessanti.
1- L’Istruzione chiarisce che la facoltà delle Sacre Ordinazioni secondo «l’uso più antico» è limitata alle Società sacerdotali dipendenti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei (e ad alcune altre Congregazioni). Non abbiamo nulla da eccepire: se un seminarista fa in coscienza una scelta per il Vetus Ordo, lo può fare, vada in una di queste Congregazioni; se viceversa preferisce optare per il clero diocesano, potrà celebrare anche nel rito antico, se lo desidera, ma lo stesso status giuridico di forma ordinaria/forma extraordinaria[1] indicava già da prima, implicitamente, secondo quale rito sarebbe avvenuta la sua ordinazione.
2-
3-
Non capiamo per
quale ragione[2]
questo punto faccia problema alla FSSPX: esso dovrebbe far problema
all’opportunistico facilonismo, assolutamente entrista e biritualista, di certi
settori. Non a noi, quindi, ma men che meno alla FSSPX: che ha sbandierato una
posizione non soltanto non entrista bensì addirittura radicalmente
antiaccordista; e che non soltanto non è biritualista ma giudica in maniera
categorica il nuovo rito, equiparandolo pienamente – con sentenza operativa –
al rito protestante.
4-
L’articolo 19 afferma
che coloro che chiedono, in base a Summorum Pontificum ovvero alla legge
vigente, le celebrazioni secondo l’uso antico, non debbono «sostenere o
appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità
della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano
Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale». Abbiamo già notato, in
altro articolo, la stranezza per cui nel testo latino (che di per sé dovrebbe
essere quello più fondamentale) si riscontra un’espressione più precisa e
delimitata: «che impugnano/rigettano/combattono/hanno un atteggiamento
bellicoso verso la validità o legittimità…». Sicché abbiamo fatto ricorso
sulle traduzioni. Ad ogni modo, non risponde a verità quanto interessatamente
asserito dalla FSSPX, ovvero che ne venga automaticamente escluso chiunque non
sia biritualista[3].
Se è vero che “manifestarsi contrari”, così come recita l’attuale traduzione
ufficiale italiana, è piuttosto generico e indefinito, è anche da notare come
questo punto sia vistosamente in parallelo con l’altro famoso “nullam partem”,
quello del primo indulto del 1984: qui l’esclusione (dell’adesione o del
sostegno) è verso chi impugna (versione latina) o si manifesta
contro (versione italiana) la validità o legittimità del rito
moderno, laddove nel primo nullam partem essa era omnicomprensiva verso
chi mette in dubbio (il che comunque non necessariamente coincide con
l’avere dubbi) la legittimità o l’esattezza dottrinale del rito moderno.
In realtà, ciò che
oggi dalla legge (non dall’opinione) viene richiesto è non il biritualismo, né
una professione di fede e di favore per il Novus Ordo, ma semplicemente
di non dare una sentenza (specialmente plateale) di illegittimità o addirittura
di invalidità. Non riguarda quindi tutti coloro che non sono biritualisti,
almeno di principio; né tutti coloro che aderiscono al Vetus Ordo per
motivi dottrinali; né, lasciando alla Chiesa ogni conclusione, esclude riserve
sulle realizzazioni della riforma liturgica, o anche (a tempo e luogo) critiche
alla stessa (se così fosse, dalla celebrazione regolamentare della liturgia
antica dovrebbero essere esclusi, o esserlo stati, i Cardinali Ottaviani, Bacci,
Stickler, Ratzinger, Bartolucci, etc; e le dichiarazioni dei primi quattro sono
pubbliche e scritte). Men che meno esclude l’opposizione a tanto andazzo
liturgico, protestanteggiante e desacralizzante, che dovrebbe essere evidente –
se si è ben formati, ben informati, e se non si vive sulla luna – andare oltre
la mera questione dei testi liturgici del 1969 – ‘70 (mi ricorda quella volta in
cui un sacerdote parlava, in modo critico ma un po’ accademico, del Concilio
Vaticano II: con un battagliero fedele, lì vicino, ci siamo guardati e detti: ma
qui piuttosto la tendenza è al Vaticano III!).
Appunto, l’art. 19 -
oltre ovviamente ad una diplomatica e vuota funzione d’immagine per la politica
ecclesiastica - indica una incompatibilità precisamente tra l’utilizzo dei libri
liturgici antichi regolato dalla legge vigente e l’appartenenza o il sostegno,
almeno attualmente, alla Fraternità San Pio X[4].
Una sorta di “stato di necessità”[5]
non viene oggi da Roma generalmente ravvisato, giacché adesso le opportunità di
avere tale rito sono aumentate, le condizioni sono diminuite, e in caso di
contrasto si prospetta ora un più concreto arbitrato dell’Ecclesia Dei:
quindi in questa situazione, viene a dire l’Istruzione, non potete fare quello
che ormai sarebbe un tenere i piedi in due staffe. Anche qui, la critica della
FSSPX ci sembra contradditoria: il Superiore del Distretto di Francia, il
principale della FSSPX, non ha potuto dire, in forma generalizzata, di non
andare alle Messe celebrate in rito tradizionale ma da sacerdoti riconosciuti
canonicamente da Roma?[6]
Se dunque lo stesso contrasto viene affermato “dall’altra sponda”, cos’hanno da
eccepire?
Temiamo piuttosto
un’altra cosa: poiché la condizione viene posta ai richiedenti la
celebrazione in tale rito, temiamo che si ripeta, o che ne sia incentivato, un
copione già visto: che vengano mandati avanti settori biritualisti, entristi,
allineati anche controcoscienza, magari conformisti e spesso servili (che
esternamente almeno di principio, ma sempre più spesso anche di fatto, accettano
tutto), e nelle retrovie stiano settori anche di attitudine scismatica (che
almeno di principio non accettano nulla).
* * *
La posizione di
questo sito, e della aggregazione che lo esprime, è che il vero limite
dell’Istruzione non risieda in una insufficiente larghezza delle norme ivi
contenute; ma nel suo fondamento: che non è la verità, la roccia della verità,
ma la sua diplomaticistica rimozione. Verità dottrinale, certo (specialmente “in
negativo”), ma anche verità storica: la verità della realtà, ciò che è.
Talvolta vi si notano
dei silenzi: ad esempio, per essere un’Istruzione applicativa non è poi così
dettagliata e chiara su tutti i casi possibili. Fin qui transeat, si
penserà forse di risolverli con i ricorsi, i decreti applicativi. Più “pesanti”
sono rappresentazioni della realtà che non vediamo come possano essere
sostenute. Per limitarci a un esempio: come si può affermare che l’Istruzione
dipende dalla continua crescita (le «magnifiche sorti e progressive»?) delle
celebrazioni nell’antico rito dopo Summorum Pontificum, o dalla verifica
post-triennale, quando già nella sua immediatezza era stata approntata, ed in
ragione delle resistenze poste all’applicazione dell’atto pontificio?
A meno che (ma la
verità ne sarebbe comunque dissimulata) l’Istruzione, come il Terzo Segreto di
Fatima, non consti storicamente di due testi: l’Istruzione di allora, fatta per
venire incontro alle richieste di applicazione e spesso di allargamento dei
richiedenti, e l’Istruzione recentemente uscita, frutto di una sintesi tra
l’Istruzione di allora e le richieste di mettere paletti dei Vescovi. Comunque
sia, se difetta la base ci potranno essere magari dei provvidenziali strumenti,
ma alle grandi (o talvolta, grosse) aspettative manca proprio l’abc. Manca già
il terreno, mancano i presupposti stessi. Sicché la cosa giusta è piuttosto
attendere, fedelmente e operosamente, l’ora di Dio, riservando la «grande
speranza» a quanto la merita.
www.cattolicitradizionalistimarche.it
[1] Che non è il nome proprio del rito, come sembrano aver capito certi servili, ma appunto il suo attuale status giuridico.
[2] Salvo la demagogia e le relazioni sottobanco.
[3] Sebbene sia vero che il contesto di Summorum Pontificum, “lo spirito” di Summorum Pontificum, inclini in tal senso: ma come tendenza, senza forza di legge. È un po’ come la concelebrazione alla S. Messa Crismale del Giovedì Santo: non è vero che tutti i sacerdoti di rito gregoriano debbano concelebrare almeno in tale occasione, come faziosamente è stato asserito da progressisti e FSSPX, ma tutti i sacerdoti di rito gregoriano sono solamente invitati a farlo: se se la sentono concelebreranno il Giovedì Santo, se in coscienza non se la sentono non avranno fatto con ciò nulla di irregolare. Quel che temiamo piuttosto è che incoraggi certi zelanti servili – il Signore liberi il Santo Padre e i Vescovi da tali laudatori! – sulla strada del loro zelante servilismo, questo sì.
[4] I cui sacerdoti attualmente non sono in posizione canonica regolare. E su questi punti ci capita talvolta di leggere ricostruzioni, dell’ambito FSSPX, prese semplicisticamente per buone da molte semplicistiche o interessate persone, ma in realtà alquanto discutibili, tendenziose, ad usum delphini.
[5] Che in passato talvolta è stato discretamente riconosciuto dall’ambito Ecclesia Dei - anche con noi vent’anni fa - a chi pur desiderandolo e chiedendolo non poteva avere altrimenti quella liturgia, quel punto di riferimento, pur avendone quello che considerano quantomeno come una sorta di bisogno spirituale.
[6] Contraddittoriamente (in teoria), perché con i biritualisti sono molto più aperti che con gli altri sacerdoti di rito tradizionale. In questo una logica c’è, ma contrasta con quella invocata in altre occasioni, quando fa comodo.