

diocesi di Senigallia - circolo "cattolici per la tradizione",
è dialogo. Al quale, da parte nostra, abbiamo portato i seguenti contenuti
A suo tempo (primi di gennaio 2008) avevamo dato notizia della domanda da noi rivolta alla gerarchia locale, di applicazione del Motu proprio, con le questioni connesse. C'è qualche aggiornamento: dopo alcuni fragili conati, soprattutto nel 2007, adesso si è formalmente aperto un dialogo più stabile; S.E. mons. Giuseppe Orlandoni, Vescovo di Senigallia, con biglietto del 7 agosto mi ha comunicato di averne incaricato il Vicario Generale, mons. Luciano Guerri (un sacerdote che da tanti anni ho il piacere di conoscere, le cui qualità lo rendono ben adatto a tal proposito). Venerdì 12 settembre, festa del S.S. Nome di Maria, a Senigallia, ho avuto (a nome del nostro gruppo) un colloquio con mons. Guerri, depositando in Curia un memorandum contenente le istanze qui di seguito pubblicate.
Sarebbe assolutamente prematuro dire, o pensare, di più. In paziente attesa di eventuali sviluppi, possiamo dire soltanto due cose. Primo: indipendentemente da quelli che saranno o non saranno gli sviluppi, il fatto stesso di un dialogo è una cosa buona. Buona per tutti. È un motivo di gioia. Secondo, le ragioni per cui lo rendiamo noto pubblicando i Vota (che significa desideri, domande, petizioni). Riteniamo sia giusto farlo, per trasparenza. Un dialogo può essere fruttuoso, in ogni caso è onesto, soltanto se franco. Pensiamo all'omelia del cardinale Ratzinger nella Messa Pro eligendo Romano Pontifice: quante interpretazioni maliziose! (Attenzione, perché, dice il proverbio, "ciascun dal proprio cuor l'altrui misura"...). Quante volte quell'omelia è stata interpretata come tendenziosa: chi ha detto che parlava così per "bruciarsi", volendo non essere eletto (!); chi ha scritto che parlava così per fare "il pienone" di voti in una certa area cardinalizia (?!)... Quant'è più semplice riconoscere che parlava così perché persuaso della giustezza e dell'importanza per la Chiesa di quelle cose! Ha detto con franchezza quel che pensava, senza troppi calcoli umani, e che le cose fossero andate come la Provvidenza, lo Spirito Santo avrebbe voluto o permesso che andassero. Ecco un'altra ragione di questo darne notizia: invitare tutti i lettori del sito a pregare perché lo Spirito Santo, per le preghiere della Madonna, ci mostri a tutti, con evidenza, qual'è la S.S. Volontà di Dio.
S.P.
Monte San Vito, 3 settembre 2008
8° anniversario della beatificazione di Pio IX
(e s.s.)

VOTA
Eccellenza Reverendissima,
a nome del nostro gruppo, esprimo innanzitutto la mia gioia per il «nostro dialogo»[1], facente seguito agli incontri del 13 agosto 2007 e 7 dicembre 2007 (da me domandati) e del 20 maggio c.a. (da V.E. richiesto) con il carteggio da esso originato; sebbene esperienze sulle materie in oggetto con esponenti del clero locale[2], oscillanti e al dunque mai concretizzanti gli elementi che avevano potuto dare a ben sperare (men che meno in maniera solida), ci abbiano ragionevolmente indotti a cautela.
Mi pregio quindi di dar voce alle seguenti istanze, sottoponendole all’attenzione di V.E., nella ben argomentabile persuasione della bontà e rilevanza di tali questioni per il bene comune; bene comune della Chiesa al quale di cuore intendiamo dare un contributo specifico. Si tratta, come sarà evidente, della perorazione di alcune concrete misure, sia in positivo che in negativo, nello spirito di ciò che lo Spirito Santo per la penna dell’Apostolo chiede di dire al vescovo Archippo e nella consapevolezza della liceità ecclesiale di esprimere preoccupazioni e presentare petizioni ai Sacri Pastori[3], anche in forma pubblica[4].
1) Prima istanza: intervenire contro “gli abusi” (nella liturgia, nella predicazione e catechesi, nella disciplina ecclesiastica).
Perpetrati tramite atti positivi, ambiguità e omissioni, tali abusi vanno contro e tendono a offuscare, scardinare e annullare nella realtà pratica, in ultima analisi, tre nozioni o presupposti e postulati fondamentali della religione cattolica. Sono tre elementi basilari, tre pilastri: il primato dell’ortodossia, il senso del Sacro, la gravità dei Novissimi. È per questo motivo che – come Ella amabilmente ha rilevato nel colloquio del 20 maggio u.s. – io e quanti si sono associati abbiamo scritto a riguardo al Vescovo diocesano “tante lettere, da tanti anni”. Porto ad esempio un elenco, non esaustivo, di punti particolarmente significativi.
1a – Il concetto stesso di ortodossia, di depositum fidei, di dottrina della fede, di fides quae creditur , nonché il principio per cui è basilarmente necessario – per la fedeltà a Nostro Signore Gesù Cristo e per la salvezza – conservarla integra nella sua purezza, appare oscurato nella coscienza dei fedeli (e non solo). La nozione corrente di fede non è più quella dogmatica, di adesione della mente alla Dottrina rivelata e che la Santa Chiesa ci propone a credere, codificata dalla Tradizione in monumenta come il Giuramento antimodernista e l’Atto di fede: ma inclina (quantomeno) alla “fede fiduciale” del protestantesimo luterano e dell’immanentismo religioso del modernismo, idee già condannate dalla Chiesa, per tanti secoli, anche sotto scomuniche. Basti ricordare che nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II l’adesione indiscussa alla Dottrina nella sua integrità, come risplende negli atti perenni dei Concili dogmatici (inclusivi di quelle condanne!), venne ufficialmente proclamata come indispensabile premessa e fondamento del rinnovamento conciliare[5]; che la stessa cosa, sulla purezza dottrinale e sul primato dottrinale, venne ufficialmente proclamata nella fase delle riforme postconciliari, dalla presentazione del Credo del popolo di Dio nel giugno 1968 alle dichiarazioni per gli atti di riforma del Sant’Uffizio: e si vedrà come quella premessa è disastrata – essendo essa agli antipodi con il minimalismo dottrinale – quando mi risuona nelle orecchie la scandalosa affermazione, appena indiretta ma chiara, per cui basta non negare intenzionalmente le verità più importanti della fede! Cosa peraltro obsoleta, questa che si condannerebbe, giacché, ci confessa l’insospettabile testimone Karl Rahner, è tempo di criptoeresie. Si vedrà come occorre correggere le idee, magari implicite ma diffuse, anche per la comunione con tanti secoli di pronunziamenti della Chiesa (anche solenni), con le generazioni e generazioni cattoliche che hanno professato la fede come fondamento della salvezza, la sua natura dogmatica, il primato dell’ortodossia: essendo l’unità cattolica anche e innanzitutto unità nel tempo, della Chiesa militante con la Chiesa purgante e la Chiesa trionfante, che assieme formano la Chiesa universale, tutta la Chiesa[6] con cui bisogna essere in unità; altra nozione chiave oscurata.
1b – L’inferno è praticamente scomparso dalla predicazione. Quando si sentono risuonare, nelle nostre chiese e stanze del catechismo, le parole che ancora nell’immediato postconcilio il papa Paolo VI professava nel suo Credo: «e andranno nel fuoco inestinguibile quanti fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto»? Di questo silenzio, clamorosamente difforme dalla Sacra Scrittura, Dio chiederà conto ai Pastori[7]: giacché dove c’è un pericolo di morte, ad esempio i fili dell’alta tensione, si mettono vistosi cartelli, a chiare e grandi lettere, non eventualmente un accenno nelle note della guida turistica; senza ricorrere al sofisma (già confutato dal Magistero) per cui, in base al doveroso senso civico, basta dire “vietato toccare”. E infatti le prediche sull’inferno, ci testimonia il papa Giovanni Paolo II in Varcare le soglie della Speranza, avevano una grande efficacia salvatrice, erano quindi grandemente pastorali. E’ uno scandalo (nel senso evangelico) questo silenzio, che non può considerarsi rotto da qualche eventuale accenno equivoco (o peggio): che sia chiaro, in una predicazione e catechesi non sporadiche, che l’inferno è una certezza e consta di due pene, pena del danno e pena del senso, e si sarà fedeli al Magistero, e si avrà la certezza di restare all’interno della fede cattolica.
1c – Un certo oscuramento sembra averlo avuto anche la verità del Purgatorio. E di conseguenza, le indulgenze. Quante volte si sente dire, in toni asseverativi, che il tal defunto, appena morto, è già…in Paradiso (così sembra di potersi desumere dalle espressioni usate: il che, anche nella migliore delle ipotesi, pone un problema di chiarezza)! A parte che non spetta a noi giudicarlo e non possiamo invadere il campo della sovrana libertà del Divino Giudice, ma anche se dovessimo avere buone ragioni per esserne umanamente convinti, come possono darlo per certo (non soltanto che si è salvato, ma che è già in Paradiso) o comunque darne l’idea? Mi è capitato di sentire, dal sacerdote celebrante: celebriamo la Santa Messa per il defunto Tizio, che una settimana fa è entrato nella Casa del Padre e ora vive con il Signore: e allora, perché celebrare per lui la Santa Messa? E’ ancora una Messa di suffragio o una Messa di (solo) ricordo? Forse con qualche salto da anguilla, con un parlare double face, mi avrebbe risposto che voleva dire un’altra cosa: ma che avranno capito i fedeli? Di logica conseguenza, sento parlare piuttosto poco delle indulgenze. Mentre il Santo Padre cerca evidentemente di rimetterle in auge, noto che in parrocchie, ove quindici o vent’anni fa se ne parlava ancora, in maniera dettagliata, con spiegazioni sul loro valore, sulle occasioni in cui è possibile acquistarle – richiamandole di volta in volta, almeno le principali –, su cosa fare molto praticamente per acquistarle, ciò non avviene più o avviene molto meno. Sarebbe interessante interrogare a riguardo i giovani dei gruppi parrocchiali, per vedere quanto ne sanno. Il problema si pone: non è, oggettivamente, una diminuzione di fatto della carità verso le anime del Purgatorio? Consegue forse alla diminuzione della fede sul punto del Purgatorio e quindi delle indulgenze, invise a Lutero, o quantomeno a dannosissime carenze di coerenza e chiarezza teologica?
1d – In questo preoccupante oscuramento dei Novissimi si spiega uno spaventoso fenomeno in materia di assistenza religiosa ai moribondi. Che strana contraddizione in questa tendenza: da un lato si mette la pastorale al di sopra della dottrina, si esalta un Concilio pastorale al di sopra dei Concili dogmatici, al punto di farne – è stato l’attuale Pontefice, esattamente vent’anni fa, a testimoniarlo – «il Superdogma che annulla tutto il resto»[8]; dall’altro, si vedono sui Novissimi dei comportamenti assolutamente antipastorali. Ne ho parlato tante volte, con più sacerdoti, trovando per lo più un infastidito muro di gomma. Guardo i manifesti funebri, alla ricerca della consolante frasetta «munito dei conforti religiosi»: è morto con i Sacramenti! Confronto il numero dei manifesti contenenti questa frase con quello di dieci, quindici, vent’anni fa, e constato un netto calo. Fa male al cuore. Forse la percentuale di persone morte con i Sacramenti è rimasta invariata e si tratta soltanto di un uso cambiato? Anche in questo caso penso non ci sarebbe molto da rallegrarsi, dal momento che tale indicazione poteva comunque fungere da promemoria e richiamo, soprattutto per i “lontani”. Ma non credo proprio che sia tutto qui: mentre ho visto, anni addietro (e di anni non ne ho tanti), persone anche trascurate in materia religiosa, o peggio, che davanti alla prossimità della morte d’un loro congiunto chiamavano o mandavano a chiamare il sacerdote, ho visto d’altra parte, più recentemente, persone “di chiesa” che non l’hanno fatto; e quando – spero con qualche discrezione – ho indagato un po’ sulla cosa, ho visto che non ce l’avevano molto presente. Ce l’avevano meno presente di vecchi miscredenti! Difficile non pensare a carenze nella predicazione e nell’insegnamento cattolico in genere, sia di principio sul valore della cosa, sia concreti nelle istruzioni pratiche. Porto un altro esempio. Sono preoccupatissimo di un comportamento e delle relative risposte di un giovane sacerdote (per carità, personalmente buono, volonteroso – neppure dirò chi è: ma la stessa cosa non posso dire della sua formazione). Chiamato ad assistere in punto di morte una persona colta da improvviso malore, per prima cosa fece una telefonata all’ospedale per informarsi; probabilmente quel tempo non sarà stato determinante, ma forse, essendogli stata presentata come urgenza estrema, sarebbe stato meglio venire di corsa. Giunse pochi minuti dopo che l’infermo non dava più segni di vita. Certamente disse alcune preghiere, benedisse, poi fece per andarsene. Gli venne chiesto di amministrare sub conditione il Sacramento dell’Estrema Unzione : «se sei vivo…», stante il margine di tempo così ridotto dal momento apparente della morte, che poteva non essere ancora reale; e gli venne richiamata la prassi tradizionale della Chiesa, di dare il Sacramento sotto condizione fino a un massimo di due ore dalla morte presunta, dandola in quel lasso di tempo per dubbia proprio per la possibilità di morti apparenti quando in realtà potrebbe essere ancora moribondo, “sulla soglia”. Ebbene, si dovette insistere non poco perché il sacerdote vi procedesse. Cosa avrà fatto in casi analoghi? Cosa avranno fatto altri della sua stessa formazione? Significative le due argomentazioni da egli addotte. Obiettò che il discorso delle possibili morti apparenti poteva andar bene una volta, quando la medicina era arretrata, ma oggi la scienza è avanzata… E infatti, proprio pochi giorni dopo (la Provvidenza!) uscì un articolo di giornale sul caso – recentissimo e certificato – di una persona la quale, mezz’ora-tre quarti dopo che era spirata, mentre stavano rivestendo la salma…si è addirittura ripresa, alzandosi! Simile conferma (della bontà della cautelativa prassi tradizionale) venne, nel caso in oggetto, dalla risposta degli infermieri ai congiunti: risposero di dover tenere ancora il corpo in osservazione, perché, anche visto il decorso del malore, si doveva escludere l’eventualità che riprendesse a dare segni di vita: e questo proprio per due ore! E’ incredibile: più scrupolosi loro per la vita del corpo che un ministro dell’Altissimo per la vita dell’anima. Non dovrebbe essere evidente che è sacrosanta la materna larghezza della Chiesa su queste cose, poiché salus animarum suprema lex, sicché la Chiesa dà tutti gli aiuti che legittimamente può? Perché si restringe qui mentre si allarga altrove, concedendo funerali religiosi (pubblici) a pubblici peccatori, ad esempio conviventi more uxorio? Pubblici peccatori cui la Chiesa tradizionalmente nega le esequie religiose: non Messe di suffragio in privato, giacché al livello individuale l’Apostolo Giuda è l’unica persona concreta di cui, sulla Divina Parola, siamo certi che è andato all’inferno, ma la celebrazione pubblica delle esequie, per riprovare pubblicamente e visibilmente uno scandalo che, non di rado nella più grande indifferenza, si va estendendo a macchia d’olio. Perché questo rovesciamento? L’altra argomentazione è che gli hanno detto che quella prassi non va bene. Ma se la Chiesa ha fatto così per tanto tempo, non ce ne sarà qualche buona ragione? La Chiesa dunque avrebbe sempre sbagliato? Di fatto, un tale modo di pensare è intessuto di disprezzo per “il passato” della Chiesa di quaggiù (ovvero, è poco in comunione con la Chiesa trionfante del Cielo); mentalità antitradizionale che, infatti, spesso fa capolino nelle sue omelie. Eccone i frutti. Dove si è formato? Al Seminario regionale.
1d bis – A proposito di moribondi: sono esterrefatto del mandato ufficiale ai ministri straordinari dell’Eucarestia, cioè a dei laici, di portare il Viatico. A parte altre considerazioni, mi chiedo, più che sconcertato: e se quei moribondi avessero bisogno di confessarsi? Spero non mi si risponda che in quel caso il ministro straordinario chiamerà a quel punto il sacerdote, o astratte considerazioni del genere: visto anche il fattore rispetto umano, come si potrebbe presumere che ogni malato avrà sempre lo zelo di allungare la prassi? Non si favoriscono così le Comunioni sacrileghe? Non è occasione prossima di sacrilegio? Infatti so da fonte diretta che in un’altra diocesi della zona un’inferma, essendole portata la Comunione (non come Viatico) da una ministra straordinaria, timidamente replicò che desiderava confessarsi; le fu risposto: «Eh, ma che peccati farà…non saranno peccati gravi, via…»: ecco un altro punto capitale, meritevole d’intervento immediato, le prassi che favoriscono l’orrore delle Comunioni sacrileghe. Sicché supplico V.E. di voler disporre l’immediato ritiro di una tale pericolosissima facoltà (i pochi sacerdoti almeno per i moribondi sono ben sufficienti).
1e – Una delle ragioni principali addotte dal Pontefice regnante come motivo del Motu proprio è quella (ben poco rilevata) di favorire un recupero generale di sacralità. Recupero generale, ovvero non limitato alla liturgia antica. «Al Papa sta a cuore la sacralità», commentò un insospettabile «laico impegnato» della diocesi, tanto la cosa è evidente (a chi segue le questioni): basti vedere certo cambiamento di stile delle cerimonie pontificie, con scelte emblematiche e pregnanti quali il richiamo di mons. Bartolucci e la scelta d’un cerimoniere di scuola e taglio sirista. Aspetti che il Santo Padre non si è trovato già pronti, ma che ha personalmente e fortemente voluto (come scrivevo il 7 luglio). Che ne è della sequela di tale dichiarata ed evidente volontà pontificia, non confinabile eventualmente in qualche “grande occasione”, nello stile abituale liturgico ed ecclesiastico? Di seguito se ne vedrà qualche applicazione, ma è una questione di fondo.
1f – «Non è forse agli antipodi con la Tradizione apostolica e romana tutto lo strabordamento della facoltà della Comunione sulla mano», chiedevo nella lettera del 7 luglio. Appare evidente che, laddove la prassi invalsa è stata viziata alla radice da informazioni false o comunque fuorvianti (ad esempio, in certe parrocchie e gruppi giovanili), bisognerà riparare correggendo – con chiarezza e visibilità – quelle informazioni.
1g – Sugli abusi liturgici, sulla loro importanza e intollerabilità, sul giudizio sulla “creatività” del celebrante, bisognerà chiedersi: l’ottica a riguardo è conforme a Redemptionis Sacramentum, alla stessa lettera di accompagnamento del Motu proprio, alla mente del Sommo Pontefice?
1h – Si possono sempre chiamare musica sacra e canto sacro, quelli che vengono eseguiti nelle S.S. Messe particolarmente “dei giovani”? Ne rispondono sicuramente ai parametri, sia di stile sia di contenuto? In realtà, quando si vede “l’animazione musicale” di celebrazioni afferenti al settore della Pastorale giovanile si ha più che l’impressione che di quella incredibile scritta, comparsa su manifesti con intestazione della Pastorale giovanile diocesana, Messe Rock, di cui parlammo, non sia stato riproposto il nome (perché troppo esplicito) e non la realtà (che continua). E quando si esamina il testo di canti come Alleluia – la nostra festa (che letteralmente cade sotto una delle esecrazioni dell’attuale Pontefice nella Via Crucis del 2005: l’autocelebrazione della comunità, che neppure si rende conto di essere sotto il Calvario) o Ecco quel che abbiamo (qual è il miracolo di cui si parla, nel contesto di quel canto che inclina alla transignificazione: la transustansazione o piuttosto la divisione dei beni?), è ben lecito il dubbio persino sull’ortodossia della concezione sottostante il canto, e a cui il canto rimanda. È questo, rockettaro e dottrinalmente confuso, il contesto in cui deve formarsi la gioventù cattolica, speranza del domani?
1i – La questione al fondo è anche questa: se gli uomini di Chiesa possano considerarsi padroni di quanto loro affidato, così da disporne e modificarne come si vuole, o debbano avere ben presente di esserne soltanto i custodi. Di fatto, è una consapevolezza di cui i seguenti esempi – in parte già riferiti a V.E. – tendono a indicare un offuscamento. Quel parroco il quale, dal pulpito (dal pulpito!), disse che ricevere la Comunione sulla mano è cosa raccomandata dalla Chiesa, mentre sulla lingua non è vietato ma è una prassi da bestie (testualmente!); e non ha pubblicamente ritrattato la falsità che pubblicamente aveva detto, neppure quando gli sono state inviate le affermazioni diametralmente opposte del Segretario della Congregazione romana competente (e temo non sentirà il dovere di coscienza di ritrattare pubblicamente neppure davanti alle immagini del Santo Padre che, ripetutamente, ha dato la Comunione a tutti sulla lingua e in ginocchio: siamo onesti, si può pensare che questi non siano segnali ben chiari?); …che ripetutamente ha attribuito alla Chiesa e al Concilio cose che né la Chiesa ne l’ultimo Concilio hanno detto, abusando di Chiesa e Concilio per farsi scudo di idee e comportamenti suoi o dei suoi ambienti; …l’identificazione, sua e purtroppo diffusa, di Chiesa e uomini di Chiesa; affermazioni opinabili, od oltre, che si sentono in più omelie; …abusi e arbitri nella liturgia… L’insieme che ne emerge è che non di rado non siamo più nel pur grossolano caso classico, del “fare quel che il prete dice e non quel che il prete fa”: giacché anche l’Altare e il pulpito, che dovrebbero essere il luogo dell’oggettività, certa e pura, della dottrina e del rito, non di rado sono divenuti – a livello diverso – il luogo dell’opinione, se non peggio.
1l – L’osservanza delle norme sull’abito ecclesiastico è tranquillamente disattesa. Sono forse opzioni facoltative, o quantomeno meri orientamenti, o vere norme? In un certo numero di casi, anche di sacerdoti con incarichi di fiducia, non di rado siamo addirittura agli antipodi. Siamo alla dissacrazione radicale. Ci si ritrova oltre il protestantesimo classico, che non arriverebbe a certi punti. È questo l’esempio di ubbidienza del clero? Che ne direbbero, che ne dicono dal Cielo, le tante generazioni cattoliche, i Santi che hanno insegnato a venerare la dignità sublime – e ontologicamente diversa – del sacerdozio, tenendo chiaro che, all’opposto di quanto insegna la gnosi, siamo fatti di anima e di corpo, di interno e di esterno, e che il secondo elemento deve riflettere il primo?
Supplichiamo pertanto V.E. di voler intervenire, in maniera chiara e risoluta, su ciascuno di questi punti, ad esempio con una lettera specifica al clero della diocesi (come già fatto, su tutt’altre cose, il 14 settembre u.s.), e comunque con tutte le misure perché le indicazioni siano efficaci. E poiché più d’uno di questi punti richiama responsabilità oggettive (magari nella più grande buona fede) della Pastorale giovanile diocesana e del Seminario regionale interdiocesano, supplichiamo V.E. di intervenire o contribuire ad intervenire anche al livello strutturale di tali radici.
2) Seconda istanza: libertà e apprezzamento, in luogo della diffidenza,
per delle «ricchezze» che dall’Alto sono state messe a disposizione.
- La liturgia antica
2a – Chiediamo a V.E. che ci si lasci, serenamente e pienamente, la libertà legittima di seguire la liturgia tradizionale (anche considerando che, offrendoci di procurare i celebranti [ovviamente conformi a SP 5 comma 4], non chiediamo cose pastoralmente impossibili o troppo gravose, non arrechiamo gravami alla pastorale ordinaria): non tardivamente nel quadro, nella logica, nei presupposti dell’iniziale indulto del 1984, ormai espressamente abrogato, ma nel quadro, nei postulati e nello spirito della Legge vigente: delle prescrizioni di Summorum Pontificum, con il quale il Pontefice regnante ha inteso liberalizzare espressamente tutti i libri liturgici tradizionali. Che la legge vigente non venga sottoposta a restringimento – tramite la sottrazione di opportunità e/o l’aggiunta arbitraria di condizioni obbligatorie[9] – trasformandola quantomeno in un Motu proprio riveduto e corretto come lo si sarebbe fatto o tollerato; che sia applicata, in tutte le sue opportunità, secondo la mente del Supremo Legislatore (ed eventualmente, in caso di preliminare controversia ermeneutica, secondo l’interpretazione dell’organo della Sede Apostolica a ciò preposto, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei). Premesso quindi che il gruppo richiedente organizza già ogni mese Sante Messe in rito gregoriano perfettamente regolari, secondo Summorum Pontificum art.2, 4 e 5 comma 4 – e qualora si contesti la regolarità di tali attuali celebrazioni, chiediamo che ciò ci venga formalmente notificato, con le motivazioni, anziché venir detto o insinuato da parroci alle nostre spalle, e sentiremo la valutazione dell’Ecclesia Dei –, rinnoviamo in particolare la domanda[10] di soluzioni strutturali per la facoltà di avere secondo tale rito i Sacramenti e le celebrazioni esequiali: preferibilmente tramite l’erezione di una cappellania (che naturalmente opererebbe in collaborazione con la parrocchia e la vicaria); in ogni caso con garanzie certe, definite, stabili.
2b – Più ampiamente, chiediamo altresì a V.E. che sia ritirata la circolare al clero del 14 settembre u.s.: la quale, traducendo in norme o comunque in direttive la sorda opposizione al Motu proprio dei liturgisti progressisti radunati a Camaldoli, del cui documento riproduce anche letteralmente significativi brani, viene di fatto a prefigurare una sorta di Motu proprio parallelo, in correzione (o finanche annullamento) e in contrasto con l’atto, formale e normativo, dell’autorità superiore e vicariamente Suprema.
2c – E chiediamo che gli ecclesiastici diocesani che hanno espresso chiaramente rigetto e/o disprezzo per quest’atto pontificio riparino alle loro dichiarazioni: non parlando meno esplicitamente, ma dando prova di sottomissione a quest’ordine formale del Sommo Pontefice. Penso all’affermazione dell’arciprete di Monte San Vito, di cui ho scritto anche il 7 luglio: davanti alla quale chiediamo che ritratti facendo celebrare nella chiesa parrocchiale secondo tale rito – essendo stato peraltro alluso ad una interdizione di celebrarlo in chiese parrocchiali; penso all’editoriale del periodico ufficiale diocesano (del periodico ufficiale diocesano!) del 13 settembre 2007, che manifesta per questo rito un disprezzo agli antipodi con l’onore di cui Summorum Pontificum lo dice degno, e che auspichiamo venga quanto meno ritrattato o riprovato. Soltanto noi, fedeli laici di idee opposte, dovremmo pagare di persona, come abbiamo fatto, i nostri dissensi?
2bis – Altre ricchezze, di fecondo ricorso, meritevoli di incoraggiamento.
Memori del sogno profetico “delle due colonne”, in cui San Giovanni Bosco vide in visione la salvezza della Chiesa, negli incipienti tempi particolarmente difficili, nell’ancoraggio alla devozione eucaristica e alla devozione mariana; memori degli appelli del Cielo a Fatima, di cui il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ebbe a dire che pongono un impegno vincolante alla Chiesa[11]; memori dei ripetuti atti o esortazioni di più Pontefici del XX secolo, imploro V.E. di invitare il clero diocesano ad avvalersi della possibilità di alcuni atti, di pietà specialmente mariana, quali:
2bis a – La consacrazione (o rinnovamento della medesima ove già fatta) di parrocchie, famiglie e paesi, della stessa diocesi, al Cuore Immacolato di Maria: come più Pontefici (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II) fecero, anche ripetutamente, per la Chiesa universale e per il mondo, e come tutti i Vescovi italiani con il Cardinale Legato pontificio fecero – l’anno prossimo ne cadrà il fausto cinquantennale – per l’Italia. Una bella occasione potrebbe essere rappresentata dalla solennità dell’Immacolata. Quando si pensa che un tale semplice atto risparmiò al Portogallo il flagello della seconda guerra mondiale, perché non provare?
2bis b – La pia pratica riparatrice dei primi sabati, in onore del Cuore Immacolato di Maria. Quando si pensa che la Madonna stessa, evidentemente per volontà di Dio, le ha riconosciuto il potere di concorrere a salvare le anime e allontanare le guerre, perché non fare come il biblico Naaman il Siro?
2bis c – La bella tradizione del Santo Rosario in famiglia. Talvolta si obiettano le difficoltà di tempo; tuttavia, potendosi recitare anche alcune decine o una singola, l’ostacolo in ogni caso è più apparente che reale: essendo il tempo per la recita ben fatta di una decina del Rosario cinque minuti, domesticamente irrilevanti. Poiché tutti lodano entusiasticamente il defunto Pontefice Giovanni Paolo II, si converrà che egli ha molto insistito sulla recita del Santo Rosario[12], puntandovi con fiduciosa convinzione.
2bis d – La recita pubblica, dopo la Santa Messa nelle parrocchie e santuari, delle tre Ave (come da proposta della rivista “30 giorni”), o della preghiera a San Michele (come fanno alcuni sacerdoti in altre diocesi), o meglio ancora di entrambi. Un tale ripristino diffuso, da parte del celebrante, di elementi della Messa cosiddetta tridentina è possibile, in quanto, essendo la Santa Messa ormai terminata, non si è più strettamente determinati dalle rubriche; può essere opportuno anche per suggerire ai fedeli di fare un po’ di ringraziamento dopo la S. Messa; ed è prezioso, perché tali preghiere furono inserite da papa Leone XIII come esorcistica difesa: e oggi che «crescono nel mondo secolarizzato i culti satanici» (S.E. il card. Ratzinger, nella nota intervista dell’estate 1984); oggi che la presenza e l’azione di Satana passa spesso sotto silenzio (Paolo VI), mentre il suo fumo è entrato anche nella Chiesa (Paolo VI): quanto sarà bene tenere alta questa semplice difesa!
Sono atti molto semplici a realizzarsi, e non abbiamo il minimo dubbio che la consegna esortativa di una tale linea, così evidentemente mariana e soprannaturale, non mancherebbe di portare qualche buon frutto, dalle conversioni alle vocazioni. Amo ricordarmi di come una cara parrocchia, che in questi anni ha dato dei frutti consolanti di vocazioni, è stata consacrata (all’incirca nel 1986 o 1987) al Cuore Immacolato di Maria; e chissà che di tale raccolto proprio quel pio atto non sia stata la semina…
3) Terza istanza: farci giustizia,
rigettando la faziosità e diffamazione nelle controversie.
Chiediamo chiarezza, che fughi ogni equivoco e voce sotterranea. Se si reputa che siamo scismatici, o addirittura eretici, ci si condanni apertamente e formalmente: potremo così affrontare “a viso aperto” le eventuali imputazioni e difenderci nelle sedi competenti che valuteranno, alla luce del diritto, se tali eventuali accuse sono giuste o meno. Se si hanno dubbi su tali punti, ci si interroghi per iscritto e rivolgiamoci insieme, trasmettendo le domande e risposte scritte, alla Sacra Congregazione per la Dottrina della fede e alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, chiedendo loro un verdetto. Se si reputa che le nostre riserve, secondo noi compatibili con la nota teologica delle materie in oggetto, siano inammissibili, ci si interroghi dunque formalmente e chiediamo alla Congregazione per la Dottrina della fede e alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei di pronunciarsi a riguardo. Se si reputa che le attuali Messe gregoriane da noi organizzate siano irregolari, lo si affermi esplicitamente e lo si motivi, e chiediamo all’Ecclesia Dei. Se si riconosce che non siamo né eretici né scismatici, che pur essendoci divergenze e difficoltà non di questo si tratta, voglia l’Eccellenza Vostra disporre la riparazione, in qualche modo, dei danni arrecati[13] da taluni ecclesiastici locali, che alle nostre spalle l’hanno insinuato o categoricamente affermato; nonché disporre che si faccia piena luce su taluni episodi, contrari anche alla tolleranza pratica. E, in merito al fare giustizia, attendiamo che, come a suo tempo promesso in lettera ufficiale di codesta Curia, venga riconosciuto l’errore di valutazione circa la possibilità giuridica di celebrare con la liturgia antica il Sacramento del matrimonio nell’anno 2005, contrariamente a quanto era stato categoricamente affermato.
Ringraziando anticipatamente Vostra Eccellenza per l’attenzione che vorrà riservare a queste tre questioni, speranzoso in un’articolata risposta confermo la nostra fede nella indefettibilità della Santa Chiesa, il nostro amore all’unità cattolica, le nostre preghiere per il Vostro grande ministero, e genufletto al bacio dell’anello episcopale.
(Solideo Paolini)
[1] Cfr. biglietto di V.E. del 7 agosto u.s..
[2] Come detto anche il 20 maggio u.s..
[3] Cfr. Diritto Canonico (Can. 212-215).
[4] Come fece San Paolo con San Pietro, come interpreta autorevolissimamente San Tommaso, come ratifica il Codice di Diritto Canonico ai Canoni 212 e 216.
[5] Cfr. S.S. Giovanni XXIII, Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia.
[6] Cfr. Canone Romano.
[7] Cfr. Ezechiele 33, 2-6.
[8] Conferenza ai Vescovi del Cile.
[9] Quando si esalta tanto un Concilio, che ha detto che non bisogna forzare le persone ad agire controcoscienza o a non seguire la propria coscienza (Dignitatis humanae); quando è regnante un Pontefice notoriamente sensibile al tema della coscienza (e potrei portare più esempi); quando persino per il clero, almeno nella maggioranza dei casi, si attua l’“ubbidienza dialogata” più che l’ubbidienza tout court, la quale talvolta ha indotto a tornare indietro su decisioni prese, e si ha il timore di “fare il carabiniere” intervenendo sugli abusi concreti – cioè su prassi che non corrispondono a nessuna norma approvata dall’autorità legittima, né antica né recente; quando l’antico adagio prevede “in necessariis unitas”, ma “in dubiis libertas”: come si potranno porre come pregiudiziali e discriminanti, quindi come condizioni obbligatorie, cose che sono viste così da una certa corrente ecclesiale, ma che la Chiesa non mette come obbligo? Ciò, essendo attinente all’impianto e alla natura dell’abrogato indulto (peraltro in formato 1984) e non del vigente Motu proprio così com’è, verrebbe a dire che, senza dichiararlo, non si accetta il Motu proprio.
[10] Cfr. colloqui del 13 agosto 2007 e 7 dicembre 2007.
[11] Nel Suo pellegrinaggio del 13 maggio 1982.
[12] Egli ha aggiunto come facoltativi («ritengo», «libera valorizzazione») i nuovi misteri della luce, insistendo come indicazione pregnante – in numerosissime occasioni – sull’importanza della recita del Santo Rosario: l’opposto, in un certo senso, della prassi di quel parroco che più volte, guidando la processione, proclamò tutti i venti misteri – costitutivi e opzionali – seguiti da una sola Ave ciascuno, e dicendo che tale preghiera era sempre il Rosario, in forma ridotta (anziché esserlo la recita soltanto di una o due decine). I protestanti saranno d’accordo, la logica – per cui privando una cosa di un elemento che ne è costitutivo la si snatura e trasforma in altro – no.
[13] Cfr. Catechismo di San Pio X.