“NÈ  BUNKER NÈ COMPROMESSO”: QUALE TERZA VIA?

Riflessioni a margine dell’articolo di mons. Gherardini

“Sul domani della Fraternità San Pio X”

 

Gennaio 2011

Mons. prof. Brunero Gherardini, docente emerito alla Pontificia Università Lateranense e Canonico di San Pietro in Vaticano, ecclesiastico e teologo che nei nostri ambienti non necessita di presentazione, e che il direttore di questo sito ha l’onore di conoscere personalmente ormai da una ventina d’anni, ha diramato nello scorso autunno un suo articolo, intitolato Sul domani della Fraternità San Pio X, che secondo le disposizioni dell’Autore è stato pubblicato su Internet. Oggetto del contributo sono i colloqui in atto tra questa Società sacerdotale e la Santa Sede, con il relativo sbocco (che vari moderato-conservatori danno, ci sembra, un po’ troppo per scontato).

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Mons. Gherardini non ce ne vorrà per la franchezza (attitudine generalmente idonea a farsi molti nemici… e quindi, questo sì, molto onore): non tutto, nel suo scritto, ci è parso convincente. Almeno per come noi e altri abbiamo potuto capirlo, e accanto a considerazioni certo interessanti. È una cosa che, del resto, si può ben comprendere, anzi che è quasi ovvia: per dire se una posizione è teologicamente possibile, mons. Gherardini è un luminare; per delle valutazioni pratiche, va da sé che un accademico vivente nei Palazzi vaticani non abbia particolare esperienza “sul campo”, che tanto vuol dire.

Ad esempio, a parte la confusione tra la sanzione fatta comminare da papa Paolo VI e quella fatta dichiarare da papa Giovanni Paolo II, alcuni hanno così riassunto l’invito del grande teologo romano «alle parti dialoganti»: né bunker né compromesso. Ci sembra un po’ astratto: le condizioni poste dalla Santa Sede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X per la regolarizzazione canonica, anche nell’ultimo decennio, sebbene mitigate sono state percepite dalla stessa proprio come un «qualche compromesso». Peggio ancora, dopo la bella pensata (di mons. Fellay e di chi eventualmente a Roma gliel’avesse suggerita) dei «preliminari», con la conseguente bufera preventiva a inizio 2009, le richieste sono state pesantemente irrigidite: tali da prefigurare neppure un semplice compromesso – parola che appunto può avere diverse accezioni – ma, ritornando in parte all’impostazione vaticana degli anni ’70, addirittura una mezza «capitolazione» (cfr. Nota della Segreteria di Stato del febbraio 2009, dietro minacciosa sollecitazione del governo tedesco). A sua volta la Fraternità San Pio X ha escluso l’accordo canonico se prima non c’è l’accordo dottrinale, inteso come conversione di Roma alla Tradizione (parola che in quell’ambito è spesso usata come sinonimo di FSSPX)[1]. Dopo che le «parti dialoganti» si sono pubblicamente esposte, anche con atti ufficiali, su posizioni reciprocamente inaccettabili, come potrebbe oggi concretizzarsi la formula del “né bunker né compromesso”, senza che l’una o l’altra perda la faccia?

Né la formula del “Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione” (o meno bene dell’ “ermeneutica della continuità”), o piuttosto la possibilità di approfondire il «concetto di Tradizione» tramite la prosecuzione, successivamente all’accordo canonico, di colloqui dottrinali rappresenta realmente una “terza via” bilateralmente accettabile: giacché altrimenti la FSSPX avrebbe già optato per soluzioni del genere quando, a più riprese, le sono state proposte. Torneremo su questo punto verso la fine del nostro articolo.

Un po’ astratta ci pare anche la prospettiva secondo cui «[n]on dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia». Se mons. Gherardini intendeva dire soltanto che questo sarà il campo nel quale maggiormente crescerà la sua azione futura, va bene; altrimenti – come sembra indicare il contesto – sorge la domanda: e i fedeli seguiti dalla San Pio X? Se la crisi fosse finita, anzi riassorbita anche nelle sue conseguenze, allora la questione non si porrebbe; poiché invece[2] il momento attuale sta alla fine della crisi come le prime luci dell’aurora, deboli e contrastate, stanno al giorno e come gli anni ’30 stanno allo scoppio ufficiale della seconda guerra mondiale[3], quindi “colpi di coda” inclusi: allora chi, in una prospettiva del genere, se ne occuperebbe? I sedevacantisti? Atteso che di tornare tout court in parrocchia, nella situazione attuale, la stragrande maggioranza non ne vuole sapere, il ricorso a una forma corporativa (appunto Ordinariato, Prelatura o Amministrazione apostolica) ci appare importante come soluzione realistica, prudente e pastorale per “salvare capra e cavoli”[4] anche in ordine alla cura animarum di questi fedeli[5]: da una parte, la posizione canonica regolare e la protezione della loro appartenenza alla Chiesa da derive "pétite eglise", vale a dire scismaticheggianti[6]; dall’altra, il consentire – seriamente e serenamente – di “fare l’esperienza della Tradizione”[7].

Ciò francamente premesso, veniamo al cuore del nostro articolo. Vale a dire, allo stimolante quesito che lo scritto del prelato romano ha il merito di favorire: quale domani per la FSSPX, che non sia né il fallimento dei colloqui e il restare nella situazione attuale né un compromesso inaccettabile[8] o piuttosto una resa? Vediamo dunque tre possibili “terze vie”. Con la precisazione che noi non vediamo soltanto negativamente il bunker (almeno in sé): in tempo di guerra, infatti, avere buoni bunker può essere cosa molto buona. Per tutti. Maggiormente ci preoccupano semmai altre cose più specifiche, come i Tribunali non di mons. Williamson[9] ma di mons. Tissier de Mallerais. E con la riserva preliminare, che ci mettiamo da soli, dell’eventualità che su questa materia ci siano particolari cose grosse di cui non siamo a conoscenza (eventualità che potrebbe ridimensionare qualche punto di questo discorso). Le enunziamo, nell’ordine, dalla migliore alla peggiore.

1)Prima possibilità: che la fine della crisi, avvenendo presto per via traumatica e soprannaturale, sconvolga i termini attuali della questione. Possibilità che spesso nell’ambito della FSSPX, non meno che in quello degli allineati, si tende a deprezzare[10]; in ultima analisi perché si attribuisce a se stessi, alla propria azione o furbizia, o a quella di coloro in cui si confida e per cui si tifa, il ruolo di salvatori della Chiesa. Tramite i mitici colloqui dottrinali, gli uni; tramite la liberalizzazione della Messa tridentina, l’enfasi sull’ermeneutica della continuità e la svolta condivisa, gli altri. In tale possibilità tuttavia la soluzione del caso della FSSPX dipenderebbe dalla soluzione per altra via della situazione che l’ha originata, e non dalle discussioni redentrici; che piuttosto – se il vertice delle parti sa bene[11] quanto sopra, sia in ordine ai tempi che alle modalità di uscita – sarebbero una specie di espediente dilatorio, e comunque non corrispondenti alla finalità dichiarata.

E comunque se il crollo[12], pur certamente vicino, non fosse però del tutto imminente, possono entrambe le parti mandare i colloqui per le lunghe?

Quanto alla FSSPX, da un lato farlo è interesse di mons. Fellay (che talvolta infatti, «fino alla dichiarazione successiva» come diceva un suo sacerdote, è sembrato indicare tempi lunghi per il loro svolgimento): così da consentirgli di continuare a non scegliere; dall’altro però non gli mancano neppure pressioni per chiuderli. Specialmente dopo che egli, scavalcando in senso moderato l’Istituto del Buon Pastore per sintonizzarsi piuttosto sul giudizio della Fraternità Sacerdotale San Pietro “postcommissariamento”[13], ha quasi accettato il discorso dell’ermeneutica della continuità (o almeno ne ha dato l’idea; come si evince anche da quanto ne hanno scritto certi siti alquanto benevoli con la FSSPX). Non a caso mons. Williamson, prelato dalle cui idee siamo notoriamente lontani ma sulla cui onestà metteremmo entrambe le mani sul fuoco, riferiva nei mesi scorsi, attenzione, non come suo mero auspicio ma anche come previsione del confratello mons. de Galarreta, capo ufficiale della delegazione della FSSPX ai colloqui, che nella primavera di quest’anno gli stessi saranno conclusi. Senza sfociare nell’accordo.

Quanto a Roma, difficile pensare che, concesse a mons. Fellay le esigenze d’impatto (o pubblicitarie) richieste, non vorrà passare all’incasso.

Ma a questo riguardo, non poche sarebbero le cose da chiarire. Dalla risposta esatta di mons. Fellay al cosiddetto ultimatum del Sommo Pontefice (che, a quanto ne sappiamo, non ci risulta essere stata pubblicata), al “giallo” delle due versioni della lettera con la quale il prelato ha ottenuto la revoca della scomunica; lettera sulla quale nella sua integralità ci dicono essere stato posto[14] il Segreto Pontificio (pur essendo, per sua natura, un atto pubblico). Dalla eventuale esistenza di clausole non di pubblico dominio[15] alla domanda su chi è l’interlocutore romano, «molto in alto», di cui mons. Fellay sette anni fa disse al direttore di questo sito che gli aveva detto di non fare l’accordo: un sospetto ce l’abbiamo, è chi pensiamo?

2)Seconda possibilità: fare, almeno sostanzialmente, l’accordo soltanto canonico. Cioè piuttosto limitato alla regolarizzazione dell’Opera; lasciando l’intesa maggiormente dottrinale per più avanti, quando ce ne saranno le condizioni. Così, più o meno, ha fatto il Buon Pastore; così, nel nostro piccolo diocesano ma forse più liberi da complessi, abbiamo fatto noi; così avrebbe potuto fare la Fraternità di mons. Fellay, quando la Provvidenza gliene ha mandato le condizioni favorevoli (con tanto di offerta romana di varare, contestualmente all’accordo canonico, una commissione bilaterale per l’approfondimento dei punti dottrinali controversi): ma lo hanno escluso. E non relativamente come difficile, improbabile, ma categoricamente e ontologicamente: addirittura come «inconcepibile». Sebbene tradizionalmente il principio che regola la resistenza alla piena sottomissione a un superiore gerarchico è riferito alla cosa cattiva che concretamente mi viene chiesta; non alla circostanza che il superiore è fuori strada. Per cui, questa possibilità (che avrebbe potuto essere la vera “terza via”) il neutralismo “svizzero” di mons. Fellay se l’è bruciata, per evitare spaccature[16]. Ecco, Monsignore, chi e che cosa ha «imprigionato» quella Fraternità nel bunker. Oltre anche, probabilmente sì e l’abbiamo sempre ipotizzato, a «Mons. Lefebvre […] quel 30 giugno 1988», come Lei scrive: giacché almeno le ultimissime offerte di Roma, che spesso la FSSPX nei suoi resoconti mette poco in luce, non erano affatto disprezzabili[17].

Adesso, l’unica cosa seria e onesta sarebbe che mons. Fellay riconoscesse, esplicitamente e umilmente, di aver sbagliato (certamente in circostanze difficili e, riconosciamo molto volentieri, con pregevoli qualità).

Tuttavia anche in questo caso ormai, con gli irrigidimenti pubblici e le dichiarazioni categoriche delle «parti dialoganti», fare adesso «l’accordo pratico» (o meglio, giuridico e basta) è probabilmente più difficile rispetto a qualche anno fa. Rispetto – a quanto ne sappiamo – al 2001 o almeno al 2003-2004. Sebbene l’Istituto del Buon Pastore sia lontano dall’avere la forza della Fraternità San Pio X[18] non sarà facile ormai per quest’ultima “portare a casa” non diciamo condizioni migliori, ma almeno non peggiori di quelle del Buon Pastore: perché quest’ultimo, più umilmente, ha accettato di fare da subito l’accordo canonico.

3)Terza possibilità: “l’accordo dottrinale” come mascherato compromesso “di convergenza”. Magari di facciata, e formulato così ambiguamente da poter essere “a doppio senso di lettura” (per dirla con quel sacerdote). «Un po’ come la dichiarazione congiunta con i luterani sulla giustificazione», chiedeva non a caso Fideliter a mons. Fellay nel marzo 2010; e questi smentiva, è ovvio, ma piuttosto debolmente. Ne abbiamo forse avuto un saggio nella revoca del decreto, per la quale l’autorità della FSSPX ha cantato vittoria e l’autorità romana ha dipinto una sorta di grazia a dei colpevoli[19]? Per cui la FSSPX ha detto di aver ribadito frontalmente il rifiuto dell’ultimo Concilio e il Vaticano ha detto che il capo della FSSPX ha espresso per iscritto una certa accettazione, seppur ancora parziale, del Concilio?

Secondo noi, l’idea di un accordo non meramente canonico ma, con maggiori pretese immediate, inteso piuttosto come convergenza dottrinale tra le parti potrebbe essere orientata, plausibilmente, sul seguente profilo: il vecchio programma centrista ratzingeriano[20] e il successo d’immagine a mons. Fellay[21].

Sennonché, “il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi”[22]. E adesso la cosiddetta ala dura della FSSPX ha buon gioco a dire, secondo la sua mentalità[23]: a che si è convertita Roma, al profilattico? Ad Assisi? Facciamo l’accordo dottrinale sul profilattico moderato e su Assisi moderata?

In effetti quelle due vicende, oltre che addolorare, hanno anche messo pesantemente in difficoltà sia i ratzingeriani sia la FSSPX al seguito di mons. Fellay[24]. Per gli uni, l’interessato trionfalismo (e facilonismo) su una correzione tranquilla della situazione ecclesiale, comoda e “a costo zero”, ne ha avuto un pesante colpo (ma non c’è peggior sordo…). Per gli altri, visti gli obiettivi trionfalistici con i quali sono andati a Roma alle discussioni dottrinali e visti tali risultati, come potrà coerentemente mons. Fellay[25] resistere a chi dice – per certi versi coerentemente – di chiudere immediatamente gli sbandierati colloqui?

Che la Madonna, fedele umile e sapiente, ci metta le materne mani!

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[1] Cfr. ripetute dichiarazioni dell’attuale Superiore della FSSPX e dichiarazione unanime – ovvero, non moralmente autentica – della FSSPX nel suo ultimo Capitolo generale, per la quale il direttore di questo sito protestò con mons. Fellay e con il vice, di sua personale conoscenza.

[2] Secondo la nostra tesi; e anche mons. Fellay, i giorni pari, disse qualcosa del genere. Ma, in ogni caso, la FSSPX nel suo complesso non la vede alle spalle maggiormente di noi, anzi.

[3] Cfr. l’apparente errore di suor Lucia – per i superficiali – nel Secondo Segreto di Fatima.

[4] In senso buono.

[5] Che hanno già sofferto tanto, e che non di rado sono esasperati.

[6] Contro le quali abbiamo gettato da tempo un grido d’allarme non ostile né disimpegnato; con il risultato di esser visti dalla FSSPX come il fumo sugli occhi.

[7] Secondo la richiesta di mons. Lefebvre “anni ’70”, e fino all’ ’88 almeno. Richiesta il cui iniziale rigetto vaticano, comprensivo poi di lunghe tergiversazioni, ha pesantemente concorso – secondo la testimonianza del card. Siri e anche, tramite accenno discreto, del Pontefice regnante nella lettera che accompagna Summorum Pontificum – alla dolorosa rottura del 30 giugno 1988; nonché – aggiungiamo – alla nascita del fenomeno sedevacantista, alla “furbizia” diplomaticista di altri settori e quant’altro di deteriore nel campo tradizionale. Testimonianza che sottoscriviamo, con qualche integrazione soprattutto sull’aspetto provvidenziale delle persecuzioni.

[8] La FSSPX abitualmente direbbe: un compromesso, tout court.

[9] Giacché detestiamo il meccanismo del “capro espiatorio”.

[10] Giustamente mons. Gherardini, con riferimento specifico al domani della FSSPX, scrive: «Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto». Quanto invece all’uscita dalla crisi, qualcosa abbiamo motivo di dire: sia per motivi teologici connessi all’indefettibilità della Chiesa, come diceva un altro grande docente emerito della Lateranense, l’indimenticabile mons. Francesco Spadafora; sia perché Dio, nelle Cui mani appunto è il futuro, può rivelarcene qualcosa: e nella visione del Terzo Segreto di Fatima, come scriveva anche sì sì no no nell’estate dell’Anno Santo, Egli ci ha mandato delle comunicazioni attendibili sulle modalità di uscita dalla crisi. Non a caso – altro elemento convergente, sostanzialmente sulla stessa linea – il Santo Padre Benedetto XVI, che conosce molte cose tra cui l’intero Terzo Segreto del Cielo, nella Sua omelia a Fatima il 13 maggio u.s. ha indicato, in maniera appena velata, tempi piuttosto stretti per i grandi rivolgimenti che, da numerosi elementi, sappiamo collegati a tale uscita.

[11] Come sa; tant’è che talvolta vi ha privatamente o velatamente alluso. Il che, beninteso – per non passare da un errore a un altro –, non significa che il libero arbitrio non debba fare la sua parte, limitandosi ad attendere; ma nella giusta prospettiva.

[12] Poiché qui parliamo non della scintilla, ma del crollo.

[13] Condizionamento psicologico cui un sacerdote della San Pietro una volta accennò anche esplicitamente a uno di noi.

[14] Gratuitamente?

[15] Forse soltanto mezze clausole ambigue, «a doppio senso di lettura» come notava quel sacerdote, ma già non coerenti alla sbandierata attitudine “dura e pura” della FSSPX.

[16] Sebbene bisogna anche riconoscere che la «soluzione pratica», lungamente chiesta da S.E. mons. Lefebvre e infine teoricamente proposta da Roma nell’estate 1987, è più facile a dirsi che a farsi; bisogna riconoscere che a riguardo non scarseggiano le brutte esperienze (il che però giustifica la prudenza, la cautela nel muoversi, più che un automatismo generalizzante eretto addirittura a principio).

[17] Anche se la situazione era ormai deteriorata; e anche se mons. Lefebvre, parlando all’indomani delle consacrazioni di accordo in tre-quattro anni al massimo, nonché con alcune frasi in altre occasioni, chiaramente non escludeva ancora – almeno non stabilmente – l’accordo a crisi aperta.

[18] Ovviamente, ma mons. Fellay nelle sue analisi pubbliche dei problemi di chi ha fatto l’accordo tralascia quasi sempre questo aspetto.

[19] Addirittura irrigidendosi – implicitamente – sulla precedente validità di quelle discusse scomuniche.

[20] Più o meno come esposto nella conferenza dell’estate 1988 ai Vescovi del Cile.

[21] I “preliminari”, cioè liberalizzazione della Messa tridentina – cui il card. Ratzinger era fortemente orientato da sempre – e ritiro della scomunica ai Vescovi, e le discussioni dottrinali.

[22] Diciamo così perché si “cucinerebbero” le cose quali non sono. Giocando ad arte sull’ambiguità, simulando e dissimulando, all’opposto dell’evangelico “sì sì no no”. Così come ci sembra oggettivamente ipocrita – gli anticlericali avrebbero buon gioco a dire: “da prete” – il tentativo di colpire mons. Williamson non sul vero punto del contendere, vale a dire i rapporti con Roma e in genere le cose che egli francamente dice, ma squalificandolo pretestuosamente sulla politica e soprattutto sulla disciplina. Almeno però ha dovuto lasciar emergere ciò che gli anni scorsi negava (o sembrava negare): che realmente i Vescovi sono divisi. Tant’è che a novembre uno è stato ufficialmente minacciato di espulsione.

[23] Sulla quale abbiamo sempre espresso riserve, anche a chi di dovere, ma che dai vertici è stata incautamente avallata; fuggendo da una gabbia per cadere in un’altra.

[24] E gli “inciucioni” ratzingerianlefebvriani, liberaltradizionalisti

[25] Salvo espellendo alcuni dissidenti, come usa fare.