

Dalle Marche, settembre 2010
Reverendissimo Monsignore,
la conferenza da Lei tenuta il 2 luglio a Wigratzbad presso il Seminario della Fraternità Sacerdotale San Pietro, intitolata Aspetti della ecclesiologia cattolica nella ricezione del Concilio Vaticano II, ha avuto ampia risonanza tra gli "addetti ai lavori" del mondo cosiddetto tradizionalista (quasi soltanto in quest'area, purtroppo). In questo dibattito, l'artigianale sito del nostro piccolo gruppo vorrebbe offrire il contributo di qualche testimonianza e riflessione.
Quanto a noi, infatti, da una parte ne abbiamo apprezzato due cose buone molto rilevanti. Pensiamo al tentativo di non ignorare il Magistero espresso prima dell'ultimo Concilio, che infatti vi è presente; ma ci riferiamo anche a un altro punto: il riconoscimento forte dell'attuale crisi nella Chiesa. Infatti, lei afferma:
«Se però si legge o si ascolta molto di ciò che è stato detto da certi teologi [...] o da una diffusa pubblicistica cattolica post conciliare [...] non si possono non nutrire serie preoccupazioni»; «non si può evitare di registrare che questa falsa comprensione della Chiesa è diventata diffusa». «Un pensiero estraneo è entrato nel mondo cattolico, gettando scompiglio, seducendo molti animi e disorientando i fedeli. Vi è uno "spirito di autodemolizione" che pervade il modernismo, che si è impadronito, tra l'altro, di gran parte della pubblicistica cattolica»; e si tratta, precisamente, di un «pensiero estraneo»: «un pensiero estraneo alla dottrina cattolica», i cui «effetti» a tutt’oggi «non sono scomparsi».
È certamente un riconoscimento inconsueto, almeno nel suo vigore, sebbene – vorremmo ricordare – non una novità assoluta: già il card. Ratzinger nel discorso alla Conferenza Episcopale Cilena dell’estate 1988, subito dopo il colpo della rottura di mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer, non ci era andato piano nel dipingere una situazione grave. E già in parte Rapporto sulla fede (1984-85), libro denuncia al quale probabilmente non fu estranea la franca testimonianza di mons. Graber che voleva farne una lettera aperta al Papa, aveva alimentato molte aspettative.
Dall’altra, ci ha suscitato due perplessità radicali.
È già stata ampiamente richiamata la dubbia compatibilità interna della sua rappresentazione, secondo cui «la questione cruciale o il punto veramente determinante all'origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l'insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l'interpretazione di tale insegnamento»: giacché «l'ideologia conciliare, o più esattamente paraconciliare», che sarebbe all'origine di tale fenomeno, non «riguarda i testi del Concilio», sebbene essa – è sempre Lei a dirlo – «si è impadronita del Concilio fin dal principio», e sebbene vi sia la necessità di «libera[re], per così dire, il Concilio dal para-concilio che si è mescolato ad esso»! Tale obiezione non va necessariamente identificata con discorsi semplicistici, e talora irriguardosi, che attribuiscono ogni odierno male al Vaticano II: ma se tale Concilio è stato a tal punto accerchiato dalla tempesta (il che non è quanto sul suo contesto aveva detto nell'aprirlo, e in un testo ufficiale, papa Giovanni XXIII), avendo rifiutato la corazza dell'infallibilità per essere protetto da non più di una " assistenza prudenziale" dello Spirito Santo come non pensare che dell'acqua sia entrata anche dentro?
Del resto, se soggetti privati non possono esprimere nei confronti di un Concilio ecumenico un "rifiuto di principio" (secondo l’espressione dell’allora cardinale Ratzinger, poi del Santo Padre Benedetto XVI sul nuovo rito), tuttavia, stante la sua specifica natura di Concilio pastorale, «delle riserve si possono avere» (come rispose a uno di noi, letteralmente, il suo predecessore). E, di fatto, dubbi e obiezioni circa punti almeno ambigui interni all'ultimo Concilio sono stati espressi o ipotizzati come legittimi anche da un illustre docente emerito dell' “Università del Papa” quale mons. Brunero Gherardini, per la verità già da tempo e ormai piuttosto notoriamente; ma anche – pur non essendo molto risaputo – da Vescovi: mons. Oliveri (Studi Cattolici, giugno 2009) e, già sotto i precedenti pontificati, mons. Antonio de Castro Mayer quand'era ancora, regolarmente, Vescovo di Campos (cfr. La libertà religiosa, studio teologico inviato a S.S. Paolo VI e non riprovato), mons. Rudolf Graber (cfr. Sant’Atanasio e la Chiesa del nostro tempo), mons. Thomas Morris (che lasciò la sua testimonianza attestata in una busta affinché fosse conosciuta dopo la sua morte: lasciando pensare che lui, e plausibilmente altri, non si erano sentiti liberi di esprimerla apertamente). Ed è significativo che due Cardinali come Siri (per poco non uscito Papa) e Luciani (poi papa Giovanni Paolo I) accolsero Dignitatis Humanae non senza difficoltà di coscienza. Lo stesso "Protocollo Ratzinger-Lefebvre" (primavera 1988) prevedeva, come compatibile con la regolarità canonica, una qualche possibilità di esprimere che «certi punti insegnati dal concilio Vaticano II o riguardanti le riforme posteriori della liturgia e del diritto ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione»: con ciò non imponendo – in maniera meno restrittiva dell’intervento della Segreteria di Stato nel febbraio 2009 – di deporre preventivamente obiezioni del genere (o di simularne la deposizione). E, in tempi più recenti, nei documenti fondativi dell’Istituto del Buon Pastore si riconosce a tale Società Sacerdotale, circa aspetti del Vaticano II che suonino in dissonanza con la Tradizione, una certa facoltà di «critica costruttiva». Peraltro la nota stessa che quel Concilio diede quand’era ancora aperto, prima di essere dogmatizzato de facto e post eventum, sulla ricezione da esso richiesta, giustifica delle distinzioni tra le sue affermazioni (come dissero gli anni scorsi anche ambienti Ecclesia Dei): in una frase può essere chiara la volontà di insegnare, un’altra frase può essere invece un argomento ad hominem, un’altra ancora un invito, o un’opinione …
Questa obiezione di base potrebbe perdere vigore qualora Lei, perorando l'interpretazione della continuità per "liberare il Concilio dal para-concilio" (o per sottrarre al para-concilio la copertura del Concilio), abbia inteso riferirsi meramente all'approccio generale con cui rapportarsi al Vaticano II (e al postconcilio “ufficiale”, che asserisce essere opposto a quello corrente). Il che non esclude la possibilità di rispettose e prudenti riserve oggi e di una qualche «riconsiderazione teologica» (per dirla con un altro professore emerito della Lateranense, il compianto mons. Francesco Spadafora), da parte del Sommo Pontefice, domani. Così intendeva con possibilismo la formula, più o meno analoga, dell’ "accettare il Concilio alla luce della Tradizione" l’arcivescovo resistente Marcel Lefebvre; così oggi intende significativo il famoso Discorso del Santo Padre alla Curia Romana mons. Brunero Gherardini; e così in effetti potrebbero essere intese le Sue espressioni di un paraconcilio che si è «mescolato» a questo Concilio e, soprattutto, della continuità come «indirizzo nell'affrontare i punti controversi».
Purché l’approccio – dopo la benevola speranza, il timore – non si risolva nella scorciatoia dell’illusione di puntare sulla correzione implicita: soluzione diplomaticista, ambigua, quasi relativista e plausibilmente votata al fallimento (come confermano anche la vicenda del discorso di Ratisbona, con la successiva retromarcia e “riparazione”, e la parte non normativa di Summorum Pontificum, che non è valsa a evitare la “levata di scudi” che ne ha persino fermato l’approntata Istruzione applicativa lasciando interpretare liberamente e patteggiare ulteriormente).
* * *
Qui però vorremmo mettere in luce soprattutto l'altro punto di detto discorso che ci ha lasciati perplessi: la scarsa incisività per la Chiesa universale che se ne può prevedere. Per la politica infatti non sappiamo, ma a livello diffuso, ovvero quanto al bene comune, temiamo che, da solo, lascerà le cose come stanno. Perché i centri di pensiero e azione neomodernistici, appunto spalleggiati dal potere mondano e tanto capillarmente radicati quanto influenti, continueranno a interpretare capziosamente l’interpretazione, opponendovi il "muro di gomma"; e Roma lascia ampiamente in loro balia, perché non interviene. Se non, al più, per esortare (ovvero, a metà; e le cose a metà generalmente sono seguite dal riflusso). Andrà a finire come, da decenni, le confessioni collettive in Austria: Roma dice loro di non farle, loro le fanno lo stesso, e Roma non prende provvedimenti disciplinari. E loro continuano a farle, in posizione ufficialmente regolare. O come Redemptionis Sacramentum: replicano, interpretando, che si riferisce agli abusi più gravi all’estero. Ovvero a quelli degli altri. Oppure che si tratta di consigli per evitare, possibilmente, la sciatteria di celebrazioni non preparate con cura (?). E l’ermeneutica della rottura, di principio biasimata, non è la mia, ma una più di rottura ancora (anche perché questa Sua analisi circostanziata, e quindi meno eludibile, sebbene chiaramente autorizzata non è ancora un pronunciamento magisteriale. A quando l’Enciclica sulla Fede?). Non diceva un testimone insospettabile come il famoso teologo Karl Rahner che il nostro campo vitale è invaso, attenzione, non da eresie nella loro modalità classica, ma da cripto-eresie? «Se Roma non può intervenire è finita», diceva nel 1977 mons. Lefebvre, di venerata memoria, in una conferenza tenuta proprio nella nostra Città Sacra.
Nella realtà, i propugnatori dell’interpretazione sostanzialmente rivoluzionaria del rinnovamento conciliare continuano ad avere libera cittadinanza, e addirittura a far carriera: favoriti, oltre che dal mondo, dal loro anguillismo (caratteristico del modernismo), dal deprezzamento dell’ortodossia (che si concretizza come minimalismo e come disinteresse), e da orientamenti ecclesiali erronei e pericolosi, quali il primato dell’unità sulla verità e le “parole d’ordine” del nuovo corso ecclesiale in genere (come la svolta antropocentrica). Ma se si tratta di un «pensiero estraneo alla dottrina cattolica», ovvero di un intruso e di un intruso eterodosso (da lei peraltro collegato al discorso di papa Paolo VI sul fumo di Satana entrato nella Chiesa!), uno straccio di continuità con la prassi costante della Chiesa non richiede forse l’applicazione di quanto scrive l’Apostolo prediletto del Signore nella sua seconda Lettera? Oggi invece la linea ispiratrice, di fatto il nuovo vangelo, non è più “se alcuno viene a voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo neppure”, bensì: “se siete di diversa sensibilità, guardate a quanto c’è di positivo e nella comunione arricchitevi a vicenda”. Ma quale continuità c’è nel voler sempre mediare tra verità ed errore?
Come uno di noi scrisse, anni addietro, in una benemerita rivista “tradizionalista” – prima che la stessa prendesse pesantemente le distanze dal collaboratore perché visto, sebbene apertamente critico, come troppo ossequioso verso il Santo Padre, troppo benevolo verso il Pontefice regnante e troppo per l’accordo (canonico) Roma-Econe: ma il tempo è galantuomo, e la medesima rivista l’anno dopo per un periodo lo ha addirittura scavalcato dall’altra parte, prima di prendere per reazione una linea opposta –, soltanto questa applicazione concreta consentirebbe di prendere in considerazione una lettura tradizionale del Concilio Vaticano II, diciamo la sua versione moderata.
Guardi la situazione seguente e ci dica lei, Monsignore, quale efficacia può avere in essa l’ermeneutica della continuità e quant’altro del discorso in oggetto. Ci limitiamo a qualche piccolo fatto che dalle nostre parti (in generale peraltro, è vero, non delle peggiori) abbiamo potuto toccare con mano. Ci sono anche elementi buoni, certamente, tra cui qualche piccolo ascolto che talvolta in qualche modo, diretto o indiretto, abbiamo avuto; aspetti ascrivibili alla indefettibilità della Chiesa e alle qualità delle persone; ma, pur apprezzandoli, dobbiamo prendere atto che la sostanza di fondo è e resta di segno opposto. Esemplifichiamo.
Vista l'elusione della normativa vigente sulle modalità di ricevere la Santissima Eucarestia nel rito moderno, per spingere in maniera tendenziosa verso la Comunione sulla mano e imporla di fatto, uno di noi ne scrisse alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (che qualche buona risposta talvolta l’ha data). Beninteso: senza farsi troppe illusioni, ma per senso del dovere. Risposta di tale «Juan Miguel Ferrer Grenesche, Sotto-Segretario»:
«Gentile Signora, a riscontro della Sua lettera del 13 maggio scorso, a proposito del modo di ricevere la Santa Comunione, posso assicurare che questo Dicastero ha già provveduto, nell’Istruzione Redemptionis sacramentum, a ricordare le disposizioni vigenti contenute nell’Ordinamento generale del Messale Romano. Pertanto, eventuali inadempienze della normativa al riguardo potranno essere notificate al Parroco della sua parrocchia e, se del caso, all’Ufficio diocesano competente o al Vescovo, responsabile della vita liturgica nella Diocesi affidata alle sue cure».
In che mondo vive questo Sotto-Segretario? Vale qualcosa la verità della realtà? A parte che il quesito, riferendosi ad elusioni larvate, era dettagliato e chiedeva a livello applicato un’interpretazione autentica; a parte che proprio l’Istruzione Redemptionis sacramentum, infelicemente richiamata, prevedeva in maniera espressa, certo a ragion veduta, la possibilità del ricorso a Roma (e non è serio prima ingenerare aspettative e poi tirarsi indietro come nulla fosse); a parte questi punti, la situazione reale è la seguente. Il Parroco principale, già da tempo interpellato, aveva detto in un’omelia che la Comunione sulla lingua non è vietata ma è da bestie, mentre sulla mano è consigliata dalla Chiesa; altri sacerdoti hanno fatto le prove della Prima Comunione spiegando ai bambini come fare nel tendere le mani e senza dare ulteriori informazioni. Gli Organismi diocesani avevano già patrocinato, con la loro intestazione ufficiale, Messe rock (testualmente!) e celebrazioni con danza. Il Vescovo all’ultima segnalazione ha risposto con una lettera paterna, ma in cui faceva presente di non aver tempo per rispondere nel dettaglio (forse anche per evitare spaccature); comunque diceva che ne avrebbe fatto edotto un determinato Organismo diocesano (il quale, salvo su un punto, non ha dato nessuna risposta: né esplicita né implicita).Mentre il Vescovo di un’altra diocesi a una segnalazione in materia liturgica rispondeva addirittura, per iscritto, di aver ricevuto la lettera (che non conteneva insulti ma questioni di merito) «con disturbo e non poca sorpresa», non risparmiando neppure del sarcasmo! In un’altra diocesi ancora sono stati affissi nelle chiese dei manifesti che pubblicizzavano una conferenza, tenuta nei locali diocesani, dal titolo: Lutero e la sua teologia: un patrimonio da riscoprire per protestanti e cattolici (il Vescovo ha risposto sostanzialmente che si trattava soltanto di un titolo ambiguo, che non aveva visto in tempo; sta di fatto che i manifesti sono rimasti affissi a lungo, lungi dall’esser ritirati).
Talvolta oggi si parla di convergenza e concetti analoghi; ma ve ne sono oggi i presupposti? Di fatto, prendiamo la buona nuova costituita quantomeno dalla maggior sacralità delle celebrazioni pontificie (che ancora però non è neppure la “riforma della riforma”, e peraltro è soltanto al livello dell’esempio): sul territorio non ottiene significativa sequela; non cambia pressoché nulla. La desacralizzazione anche spinta, la dissacrazione, continua: e non di rado a sacerdoti marcatamente su questa linea viene dato l’incarico di seguire i giovani. È prevalente la refrattarietà; e in certi settori vi si intravede una sorda diffidenza verso questo Papa (ovviamente esplicitata soltanto in privato). Addirittura, come diceva un sacerdote di area ratzingeriana, alcuni – anche ecclesiastici, molto determinati e influenti – quando qualcuno propone una cosa di sapore tradizionale sembra che reagiscano facendo peggio!
Queste cose, Reverendissimo Sotto-Segretario, le abbiamo «notificate» da lunga pezza; e prevalentemente senza esito. Come Lei potrebbe sapere, se non per la quantità industriale di materiale che arriva alla vostra Congregazione (anche documentato, vero?), almeno per l’alta testimonianza del card. Ratzinger: che nel discorso del luglio 1988 rappresentò una situazione in cui anche i vescovi che più lo vogliono sono impossibilitati a intervenire persino davanti a cose direttamente opposte alla fede cattolica.
Soltanto qualche altro esempio, benché potremmo continuare molto a lungo. A Senigallia è in corso il Sinodo diocesano. A ispirarne i membri è stato chiamato il professor Alberto Melloni, che ha tenuto una conferenza dal titolo: Chiesa del Concilio dove sei? Che interpretazione è questa? È quella che concretamente arriva ai “cattolici impegnati” della Diocesi. Tant’è che il Segretario generale del Sinodo va ripetendo che le fonti teologiche ispiratrici sono la Parola di Dio (protestanticamente identificata nel sola Scriptura), il Concilio Vaticano II e i documenti del Magistero successivo: e il Magistero anteriore? Per non dire della posizione ecclesiologica, che inclina ad un’autocefalia di sapore gallicano. Mentre il periodico diocesano del 9 settembre, nell’articolo di apertura, presentava l’ecumenismo del Concilio Ecumenico Vaticano II come, testualmente, «una vera e propria rivoluzione». Quale messaggio passa qui sul territorio: il suo o quest’altro? “Il Concilio alla luce della Tradizione” o, secondo l’espressione usata per primo da mons. Benelli, “la Chiesa conciliare”?
Risultato: dopo decenni in cui questa è la linea dominante, proprio nell’ambito del “gruppo di lavoro” sulla trasmissione della fede si sono verificati i seguenti fatti e fenomeni. 1) Tre componenti hanno detto (chi lì chi altrove) cose direttamente contrarie alla dottrina della fede, e ciò non risulta aver destato raccapriccio. 2) Persino in questa Commissione era diffuso un senso di estraneità rispetto alle questioni dottrinali. Talvolta – in quell’ambito e altrove – serpeggiava una certa ostilità ai “canoni” (e non soltanto a quelli preconciliari): spirito che richiama l’antinomismo gnostico e l’immanentismo del protestantesimo e del modernismo. Ed è notevole che in alcune occasioni tale allergia è stata refrattaria persino a cose appena dette quando da sacerdoti, anche autorevoli, quando dal Vescovo, quando dal Santo Padre. 3) Quanto tuttavia delle istanze dottrinali è stato messo (e piuttosto in ombra), lo è stato più per tentare convergenze e varare un testo condiviso – a fronte di qualche vivace obiezione e anche per pregevoli sentimenti di carità ecclesiale – che per convinzione della loro importanza oggettiva.
Naturalmente noi non siamo rimasti in silenzio, da tanti anni, ma molto più che quello e pregarci non possiamo fare. Il resto tocca principalmente (anche se non soltanto) a Roma. Nella prospettiva di cui ha detto il Pontefice regnante in un altro recente discorso, che amiamo richiamare:
«Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede».
Voglia supplicare il Santo Padre che questa verità venga messa in atto! E se Egli (o la Segreteria di Stato) reputasse che in questo momento sostanzialmente non lo può fare, magari per il condizionamento dei «lupi» davanti (come ci dicono che abbia anche detto in privato, e comunque lo ha evocato pubblicamente Lui stesso nella cerimonia di intronizzazione), cosa potrebbe venire dalla prospettiva dell’ermeneutica? Un aiuto decisivo o piuttosto un’illusione rovinosa?
P.S.: Non sappiamo se la Fraternità Sacerdotale San Pio X, cogliendo l’occasione dei famosi colloqui dottrinali, ha sollevato anch’essa la questione, che comunque merita d’esser posta: a proposito di rappresentazioni della crisi, non sarebbe da lasciar vedere a tutti cosa ne ha detto, integralmente ed esattamente, l’Autorità Suprema, il Cielo, nell’ammonimento divino costituito dal Terzo Segreto di Fatima? Messaggio avente oggetto, oltre che spirituale e storico, proprio dottrinale! Nel tempo dell’Anticristo (rappresentato dall’Apocalisse con le due bestie del capitolo 13: l’Anticristo politico di un potere strumento di Satana e l’Anticristo religioso del falso profeta; l’Anticristo come persecutore e l’Anticristo in veste di seduttore), proprio in questo tempo non sarebbe prezioso che tutti potessero avvalersi pienamente di quell’aiuto, come voleva la Madonna, sul quale certamente possiamo contare molto più che su noi stessi?
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