

SCANDALO DELLA DIOCESI DI JESI, RISPONDE IL VESCOVO. Eccellenza, e il primato dell’ortodossia?
La risposta di S.E. mons. Gerardo Rocconi merita, riteniamo, un commento di gruppo. Sia per la rilevanza dell’autorità di cui è rivestito l'interlocutore, della sua funzione (ai modernisti, i quali volevano spogliare l’autorità ecclesiastica dell’«apparato esterno», papa San Pio X obiettava che «l’onore tributato all’autorità della Chiesa ridonda su Cristo che l’ha istituita»), sia per la rilevanza generale delle questioni in oggetto. Innanzitutto pubblichiamo integralmente il carteggio, come avevamo fatto per la lettera di segnalazione del nostro Giuseppe (presentandola, titolandola e chiosandola in quello che ne era, vistosamente, l’argomento principale); e, naturalmente, come faremo con altri scritti del prelato, qualora egli ci onori, appunto, di una vera risposta (a meno che non ci chieda di regolarci diversamente). In secondo luogo, a quanto ha già detto Giuseppe vorremmo aggiungere, o esplicitare, tre o quattro considerazioni.
1) La prima lettera di mons. Rocconi richiama in qualche modo, tra le altre cose, principi generali come la benevolenza interpretativa, la prudenza divulgativa, la cauta verifica di ogni elemento o impressione singolarmente presi. Ma forse che noi siamo usi a venir trattati in questa maniera? Certe cose possono non essere piacevoli (anche se dubitiamo che il nostro modestissimo sito sia tanto seguito, al di fuori di persone interessate a certe tematiche): ma le cose non piacevoli sono, sulla nostra pelle, pane quotidiano. Noi, fuori dal coro – così ci sembra –, oggi come oggi non battiamo le mani a Vostra Eccellenza: ma quante volte, generalmente parlando, abbiamo avuto della diffamazione preventiva, del sospetto o della ostilità a priori, del fazioso prendere per buona qualsiasi cosa sfavorevole riferita o ipotizzata a nostro riguardo? Qui il contraddittore si presenta con nome, cognome e indirizzo: quante volte noi siamo attaccati alle spalle, anche da ecclesiastici (che talvolta hanno persino chiesto l’anonimato alla persona cui davano informazioni false e distorte, oltre che incaute)? Delle persone, e persino qualche sacerdote diocesano – così ha riferito – sono state riprese, o anche peggio (e non da laici), perché visti parlare o avere buone relazioni con qualcuno di noi! E se facevamo in un modo andava male, se provavamo a fare in un altro andava male lo stesso: morale, parafrasando il noto proverbio, «l’unico “tradizionalista” buono è quello morto» (o traditore). Qui si critica apertamente, e sui contenuti, permettendo all’interlocutore di replicare in maniera completa: quante volte non abbiamo potuto esprimerci decentemente, non abbiamo potuto far sentire la nostra “campana”, non abbiamo potuto spiegare e dibatterne? Ad esempio (uno dei tanti), un parroco aveva mosso a uno di noi un fascio di rimproveri. Questi gli chiese serenamente come dovesse, punto per punto, rispondere: subito, in altra occasione o in forma scritta. La risposta fu che non voleva né sentire né leggere nessuna risposta, perché tanto sapeva già quello che avrebbe detto, quindi punto! E così via.
2) Ci sembra interessante quanto dice Sua Eccellenza laddove egli, in sostanza, argomenta: se il relatore insegna alla Pontificia Università Lateranense, vuol dire che è di buona dottrina. Interessante e desolante. Beninteso: non ci pronunciamo su quello specifico insegnante, nella eventualità che il titolo allucinante gli sia stato assegnato da altri (sempre, però, da diocesani o con la collaborazione di diocesani – l’uno o l’altro che sia) ma egli, esattamente al contrario, abbia confutato ineccepibilmente gli errori di Lutero; non siamo certi che le cose siano andate proprio così, anche vista qualche frase di mons. Rocconi, ma limitiamoci a ciò che sappiamo con certezza: quel manifesto, quel titolo spaventosamente scandaloso, nelle chiese (e su questo, viste le fotografie, non possiamo avere dubbi). Ci pronunciamo sulla logica di quella considerazione. Che è desolante: perché in astratto fila a meraviglia, ma oggettivamente è fuori dalla verità della realtà. E qui, a titolo esemplificativo, ricordiamo due affermazioni, di due ecclesiastici non “tradizionalisti” e ben autorevoli. Due tra le tante, che non si possono annullare con scuse di contesto. La prima è dell’allora cardinale Ratzinger, nel discorso dell’estate 1988 alla Conferenza episcopale cilena: «Lo stesso vescovo, che prima del Concilio aveva cacciato un docente irreprensibile per il suo parlare un po’ rustico, non fu in grado dopo il Concilio di allontanare un professore che negava apertamente delle verità di fede». Ragionando come mons. Rocconi, si direbbe: il suo vescovo, così severo, non lo allontana, quindi il docente insegna cose giuste; ma l’allora cardinale Ratzinger non dice questo. Dice :«non fu in grado». La seconda è di un ecclesiastico cui, probabilmente, mons. Rocconi è più vicino: papa Montini, che nel 1977 diceva all’intimo amico Jean Guitton (cfr. Paul VI secret): «Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano». Con la logica di mons. Rocconi, si dovrebbe dire: se quei libri non fossero conformi alla dottrina della fede, gli episcopati (nemmeno singoli vescovi: “gli episcopati”, dice Paolo VI) non resterebbero zitti; tacciono, quindi quei libri non sono così male. Invece il papa Paolo VI dice: quei libri sono realmente così male, ma gli episcopati tacciono, il che è strano.
Rilevare questa situazione , tirando questi pronunciamenti fuori dal dimenticatoio, non contribuirà molto – temiamo – a metterci nelle buone grazie del Vescovo di Jesi. Dovremmo ignorarla totalmente? Potremo vedere, forse, come esprimere questa istanza; possiamo, e dobbiamo, considerare tutte le sfumature della realtà, che è per definizione complessa; e quelle due paroline di mons. Rocconi nella seconda lettera a Giuseppe, «dialogo costruttivo», sarebbero di per sé musica alle nostre orecchie…se tante volte (diciamo in generale) di mezze parole che suonavano d’apertura non avessimo dovuto constatare l’immediata carenza di solidità. Ma se la ignorassimo in assoluto, avremmo un timore molto più grande: quello del peccato più terribile, il peccato contro lo Spirito Santo. Senza giudicare – è ovvio – la coscienza di chi potrebbe non avere le nostre stesse evidenze, avremmo paura, quanto a noi, del primo degli accecanti peccati contro lo Spirito Santo: “Impugnare la verità conosciuta”. E per adempiere a gravi doveri di coscienza, abitualmente paghiamo di persona.
3) In ordine a tale scandalosa vicenda, sul Vescovo di Jesi - specificamente su di lui - avevamo semplicemente posto questa domanda: «Il vescovo di Jesi, mons. Gerardo Rocconi, cosa fa al riguardo? Sulla difesa dell’ortodossia darà prova di quello zelo intransigente che ha lungamente mostrato contro i “cattolici tradizionalisti”?». Chi di noi l’ha personalmente conosciuto, anni addietro, lo testimonia (con riverente affetto) come un sacerdote di preghiera e di grande zelo pastorale; oltre che (meno volentieri) come un acceso fautore della linea più restrittiva, ed anche repressiva, verso il “tradizionalismo” in quanto tale (probabilmente per via della sua formazione, degli anni in cui si è formato). «Il vescovo di Jesi, mons. Gerardo Rocconi, cosa fa al riguardo? Sulla difesa dell’ortodossia darà prova di quello zelo intransigente che ha lungamente mostrato contro i “cattolici tradizionalisti”?». Se l’avesse data, ci saremmo congratulati con lui; invece, dal suo scritto sembra emergere una sostanziale copertura a questo scandalo per la fede. È possibile che egli, in privato, abbia comunque dato delle indicazioni per il futuro ( e speriamo di poter intendere in tal senso l’accenno che il manifesto purtroppo gli è stato fatto vedere tardi): ma ciò che emerge dalla sua lettera principale è che minimizza la gravità della cosa. A un manifesto annunciante, nelle strutture diocesane, una conferenza con quel titolo incredibile: «Lutero e la sua teologia: un patrimonio da riscoprire per protestanti e cattolici», lungamente affisso in tutte le chiese, egli dà meno peso di una banale imprecisione dell’interlocutore, che ha usato la dizione “Sacro Triduo Pasquale” anziché “Settimana Santa” (sebbene il senso di quella domanda, appunto secondaria, sia chiaro: mah, spostare funzioni di un periodo importante dell’anno liturgico…, il succo è questo): questo sarebbe un errore grave, mentre quello scandalo sarebbe soltanto un manifesto ambiguo! Va bene, l’ha visto tardi, ma – chiediamo con Giuseppe – perché non ne ha disposto l’immediato ritiro? Perché nella sua lettera, pur riconoscendo “l’ambiguità”, dà comunque un giudizio complessivamente positivo, o più che positivo, sulla vicenda? Forse perché ritiene che altri aspetti siano più importanti? Ed ecco il cuore della questione: Eccellenza, e il primato dell’ortodossia? Come non notare il contrasto con duemila anni di Tradizione cattolica? Qui, come in altri casi (temiamo infatti che il titolo cattoprotestante di un manifesto esposto, e rimasto, nelle chiese cattoliche sia un fatto sintomatico), l’ortodossia («con tutto ciò che ne costituisce il presidio e il sostegno», Pio XII enciclica Humani Generis) sembra “l’ultima ruota del carro”. Mentre un’autorità indiscutibile come san Tommaso d’Aquino (lodato e approvato da una lunga serie di Papi, e alla cui teologia – dicono encicliche come l’Aeterni Patris, la Pascendi dominici gregis, l’Humani generis, che sarebbero anch’essi atti di Magistero – ci si deve attenere), insegna una cosa che non ripetiamo certo a cuor leggero (giacché della irreligione ateizzante ne sappiamo qualcosa anche noi): che l’errore in religione è anche peggio della irreligione. Tra questo principio (condiviso da tanti Papi, da tanti Santi, da tante generazioni cattoliche, da tanti atti di Magistero; conforme al criterio fondamentale del «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est»; anche papa Giovanni XXIII, aprendo il Vaticano II, assicurò che l'adesione fedele al depositum fidei, particolarmente risplendente negli atti dei Concili dogmatici, è assolutamente indiscutibile, quale indispensabile presupposto del rinnovamento conciliare, e così papa Paolo VI nel postconcilio, quando, prima di emettere la nota professione solenne di fede il 30 giugno 1968, richiamò la necessità della massima cura per l'integrità dottrinale), e la ponderazione della replica di Vostra Eccellenza, quale consonanza c’è?
P.S.: Restiamo anche in attesa che mons. Rocconi onori una “promessa” che aveva fatto. Quand’era Vicario generale della Diocesi di Senigallia, in ben tre lettere (due ufficiali a nome della diocesi e uno scritto privato) aveva affermato categoricamente, senza la minima ombra di dubbio, che la celebrazione della liturgia tradizionale in occasione di Sacramenti (nel caso di un matrimonio) era contraria alle norme allora (novembre – dicembre 2005) vigenti. Vista la rigidità, indisponibile ad una messa in discussione di tale interpretazione, e l’insistenza, anche fuori tempo, i due diretti interessati (che altrimenti non ci sarebbero tornati) hanno scritto a Roma, chiedendo se veramente le cose stavano così oppure – come risultava loro, da buone fonti – diversamente. Dopo diversi mesi, arriva la risposta ufficiale della realtà ecclesiale competente, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei (si noti la data: 16 ottobre 2006; quindi, anteriore alle nuove norme del Motu proprio, che, peraltro, prevedono espressamente tale liceità): la potete leggere su questo sito (cfr. “Roma locuta est. Il diritto…”), e dice il contrario di quanto mons. Rocconi affermava come indiscutibilmente certo. Per esprimerci come lui: se, anziché presumere troppo, dalla diocesi avessero telefonato prima all’Ecclesia Dei, gliela avrebbero spiegata impedendo così di sbagliare nel valutare le norme di allora. La risposta della Pontificia Commissione gli venne trasmessa dalle due persone interessate (seppure non tramite raccomandata con ricevuta di ritorno), senza un suo cenno di riscontro. Ora, per giustizia, e poiché in una di quelle lettere egli ha pure scritto: «Qualora ci sia qualcosa che mi sfugga […] Se risultasse un mio errore di valutazione sarò ben lieto di porgere le mie scuse», attendiamo che onori quanto peraltro ha promesso, riconoscendo che, su quel punto [basilare del caso: perché diversamente sarebbe stata presa un’altra strada], egli ha interpretato male – e senza alcun beneficio del dubbio – la situazione normativa allora vigente. Perché la pace è frutto della giustizia.
Circolo “Cattolici per la Tradizione”
Marche
Nelle lettere di Giuseppe Polverini, le sottolineature dei punti salienti sono della nostra redazione.


A S.E.R. Mons. Gerardo Rocconi
Vescovo di Jesi
Piazza Federico II, 6
60035 Jesi (AN)
Eccellenza, mi sembra ovvio che la missiva alle Congregazioni è mia.
Non mi sono rivolto direttamente a Lei a causa di esperienze alquanto sconfortanti; certo, episodi diretti con Lei non ne ho, ma la Sua lettera è tutt’altro che incoraggiante. Lei stesso dice che non si farà vivo con nessuno, quindi quale vero dialogo? E se dice di chiudere qui il discorso, non avrebbe senso continuarlo. Sono d’accordissimo che in astratto altri modi sarebbero migliori, ma nel concreto bisognerebbe che a noi tradizionalisti venissero risparmiate esperienze una più scottante dell’altra.
Io non ho formulato delle accuse personali, ma ho piuttosto chiesto a degli organi competenti di valutare due fatti, di cui il primo - la conferenza - è ovviamente quello più importante. Sono avvenimenti pubblici, riferiti da due manifesti contigui, e ho formulato il tutto in maniera interrogativa, non assertiva, e nel secondo punto – quello dello spostamento della Messa Crismale – ho messo sicuro il fatto e il motivo dubbio, preceduto appunto dal termine «eventuali»; mi sono anche rimesso al giudizio delle Congregazioni. Qualunque risposta fosse giunta, o giungerà, l’avrei ugualmente inviata al nostro sito per essere pubblicata anch’essa. Come farò adesso per questo nostro scambio epistolare.
Lei, capovolgendo l’ordine della mia lettera, inizia parlando dell’«abuso liturgico»; sono parole sue, non mie. Io mi sono limitato a riferire di una cosa diversa dal normale e a chiedere, su quel punto specifico, se e quando essa può essere “giustificata” (sempre no, sempre sì, solo quando ci fossero motivi particolari – e allora, quali sono adeguati). Mi ha risposto Lei, ma tralasciando i motivi che hanno determinato tale scelta: e proprio questo era sostanzialmente il punto, se i motivi sono tali da giustificare uno spostamento oppure no (Lei m’insegna: non tutto ciò che è talvolta previsto è fattibile bene sempre e comunque, sicché ho chiesto una risposta interpretativa alle Congregazioni). Non accetto di essere chiamato calunniatore per aver posto come so fare delle domande e soprattutto di essere accusato (per dirla come Lei), gratuitamente, di mancanza di coraggio!
L’argomento principale della mia missiva alle Congregazioni però era l’altro manifesto, quello col titolo della conferenza, e questo titolo è scandaloso (ecco, stavolta ho fatto un’affermazione)! Era scritto sui manifesti affissi nelle chiese di Jesi, e qualunque sia stata la trattazione effettiva non penso che tutti i fedeli che frequentano tali chiese abbiano partecipato alla conferenza (pensiamo alle tante persone che ci vanno alla Messa o fanno la visita al Santissimo, pensiamo a tutti gli studenti o ex-studenti di vari Comuni che vanno o tornano a trovare la Madonna delle Grazie): perciò lo scandalo non l’ho certo causato io sollevando la questione, bensì i diocesani curatori dell’iniziativa (di Lei ho chiesto solo se non debba vegliare su queste cose: certo, non si riesce a stare dietro a tutto, ma quando ha sentito il titolo non si è allarmato? Perché allora i manifesti non sono stati cambiati subito ma rimasti a lungo? Soprattutto, come vede la cosa e cosa vuole fare in proposito?). La teologia di Lutero sarebbe «un patrimonio da riscoprire per protestanti e cattolici»! Ecco lo scandalo che dovete riparare, visto che il Concilio di Trento, dogmatico, quindi infallibile e irreformabile, commina scomuniche non tanto personalmente per Lutero (che ci dice il Denzinger è stato scomunicato con la bolla Decet Romanum Pontificem del 3/1/1521), ma anche e proprio per la sua teologia (...anathema sit, ...anathema sit): parlare di «patrimonio» (!!!) «da riscoprire per protestanti e cattolici» come può non essere in contrasto con le perenni valutazioni dogmatiche, con tanto di scomuniche, del Concilio di Trento? E non va forse a rivalutare agli occhi dei Suoi diocesani (e non solo) il protestantesimo, indipendentemente dallo svolgimento della conferenza? Altro che solo ambiguo, poco chiaro, come fosse una piccola e fisiologica imprecisione!
Le devo inoltre dire che mi è molto dispiaciuta l’equivalenza, un po’ demagogica, con Mons. Lefèbvre (anche se ormai avrei dovuto farci il callo); all’epoca la sua scomunica fu personale, latae sententiae, per motivi disciplinari, ammesso che sia valida (un esempio tra i tanti, la tesi di padre Murray sull’invalidità è stata approvata a pieni voti all’Università Gregoriana, che tra l’altro mi risulta anch’essa Pontificia): mentre per Lutero le sentenze dogmatiche e le scomuniche del Concilio di Trento sono proprio sulla sua teologia, punto per punto, e per chiunque la condivida!
Inutile fare tante parole ed eludere le cose più importanti, il senso, la sostanza del mio discorso: se il titolo fosse stato qualcosa tipo “Esposizione e confutazione/studio critico/analisi della teologia di Lutero” forse sarei stato interessato a partecipare, invece ne sono rimasto molto, molto turbato.
Mi aspetto quindi in tutte le chiese manifesti che dichiarino che il titolo era allora completamente fuorviante, se così è. Questo per il bene di quelle anime che non hanno partecipato e che possono essere state tratte in inganno. Mi aspetto anche, visto quanto Lei scrive, manifesti in tutte le chiese di Jesi che annuncino una conferenza tipo: Il pensiero di Mons. Lefebvre: un patrimonio da riscoprire per tutta la Chiesa (poi magari lo svolgimento fatelo pure più critico rispetto al titolo).
Eccellenza, Le chiedo di riflettere su questa cosa, perché è oggettivamente uno scandalo per la Fede dei Suoi fedeli.
Le assicuro le mie preghiere, con il rispetto dovuto a un mio superiore, e diciamoci un’Ave l’uno per l’altro.
Osimo, 11 ottobre 2007
Giuseppe Polverini
Via del Sacramento, 4
60027 Osimo (AN)

A S.E.R. Mons.
Gerardo Rocconi
Vescovo di Jesi
Piazza Federico II, 6
60035 Jesi (AN)
Eccellenza, La ringrazio per i modi gentili della Sua seconda lettera (stavolta senza insulti in risposta a critiche, e su qualcosa solo perplessità, incentrate sul merito) e non escludo la possibilità di venirLa a trovare. Forse non mi saprò esprimere bene, di certo non come un Vescovo, ma quello che intendevo dire è che se ho scritto direttamente alle Congregazioni senza rivolgermi prima a Lei, è perché l’esperienza fa dubitare dei presupposti di ciò.
Mi rammarico però di non trovare nella Sua missiva del 16 ottobre risposte di contenuto alla mia dell’11. Le vere questioni della mia lettera sono completamente ignorate! Infatti un presupposto che mi è apparso mancante nel Suo scritto è non l’indisponibilità a vedermi di persona, ma l’indisponibilità - da Lei dichiarata nella Sua lettera precedente - a rispondere sui contenuti alla mia eventuale replica, qualunque essa fosse stata, mi ha scritto infatti: «In ogni caso, qualunque sia la sua reazione io non replicherò. Per me la questione è chiusa».
Non si tratta certo di un fatto personale, non è evidente?! Non so proprio come dirlo: i veri protagonisti di questa vicenda non sono Mons. Rocconi, né Giuseppe Polverini, ma le problematiche in oggetto. È questa la disponibilità o non disponibilità che fa fede, io infatti avevo scritto: «quale vero dialogo?». E trattandosi di contenuti, di problemi riguardanti il bene comune, di fatti pubblici, il dialogo per sua natura deve essere pubblico come erano pubblici quei manifesti con quel titolo e l’intestazione della Diocesi, in tutte le chiese di Jesi. Mi sembra la cosa più logica, oltre che più trasparente, e che va, più che alla forma, alla sostanza della questione. Sarò ignorante ecc., ma mi sembra di ricordare che San Tommaso d’Aquino dice, proprio in questa logica, che se c’è un pericolo per la dottrina della fede i prelati vanno ripresi dai sudditi pubblicamente. E più pericolo per la retta fede (che non è la “fede fiduciale” proprio di Lutero ma la cattolica fede dottrinale, è su base dottrinale) del mettere e far restare a lungo nelle chiese manifesti che qualificano «la teologia di Lutero» (scomunicata punto per punto dal Concilio dogmatico di Trento) come «un patrimonio da riscoprire per protestanti e cattolici»?!?
Spero perciò che Lei, dal momento che mi dice che non vuole chiudere questo dialogo e vuole fare un dialogo costruttivo, accetti di rispondere alle questioni sostanziali della mia lettera dell’11 ottobre, non in privato ma apertamente: senza squalificare ciò come «entrare in una sterile polemica».
Naturalmente, vista la Sua raccomandazione di pubblicazione completa, manderò al nostro sito anche le due lettere ulteriori (i curatori mi dicono che avranno tempo di mettere tutto in rete entro una decina di giorni).
Con i più distinti saluti, Le confermo volentieri le preghiere e bacio il Suo anello pastorale.
Osimo, 24 ottobre 2007
Giuseppe Polverini
Via del Sacramento, 4
60027 Osimo (AN)
A tutt'oggi né a Giuseppe né al sito o al gruppo risultano pervenute risposte pubbliche a tali «questioni sostanziali», pubbliche, pubblicamente sollevate.