

Febbraio 2010
Sulla stampa dei giorni scorsi, nei commenti alla visita di papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma[1], abbiamo letto: «il “perdono” concesso dal papa [che si vuole colpire, e condizionare, in maniera obliqua, ndr] ai lefebvriani [sic! Meno male che la FSSPX ha chiesto quella procedura anche per evitare che passasse un messaggio sbagliato, ndr] riguardava anche il vescovo britannico Richard Williamson al centro di uno scandalo internazionale [prima o dopo il «perdono»?, ndr] per le sue tesi negazioniste [o, più esattamente, riduzioniste, ndr] della Shoah». Ma non soltanto lui: nel medesimo articolo si parla anche del «movimento ultraconservatore dei lefebvriani. Un movimento che si è distinto [ah, certo, «si è distinto» per quanto segue! , Ndr] per aver assunto posizioni antisemite [addirittura! Affermazione che sarebbe da dimostrare, ndr] e negazioniste sull’Olocausto» (16 gennaio 2010). In realtà, quella Congregazione sacerdotale si è subito dissociata da quel passaggio, non inerente questioni religiose, dell’intervista di mons. Williamson (che non ne è il capo), sia nel Paese in cui l’intervista è stata rilasciata sia a livello centrale; ha espresso rammarico e lo ha fatto dimettere dal modesto incarico che rivestiva (direttore di un seminario in Argentina); lo stesso mons. Williamson ha presentato le sue scuse su questo punto e si è detto disponibile a mettere in discussione la sua vecchia opinione revisionista circa le dimensioni e le modalità dello sterminio nazionalsocialista del popolo ebraico, ritirandosi a studiare dei libri a sostegno dei dati storiografici più accreditati: ciononostante, tutto il movimento «si è distinto per aver assunto posizioni negazioniste sull’Olocausto», anzi addirittura «antisemite»!
Un altro quotidiano, nel medesimo giorno, poneva in un vistoso sottotitolo la seguente affermazione: «I lefebvriani, negazionisti, celebrano una messa in riparazione». In italiano porre la parola negazionisti tra due virgole vale a dire: i lefebvriani [espressione che può voler dire tutto e niente, ndr], che sono negazionisti (e non: quei “lefebvriani” che sono anche “negazionisti”). Sennonché, poi nel testo (che attira molta meno attenzione di un grosso sottotitolo) questi «lefebvriani, negazionisti» si riducono a un singolo: un sacerdote «già espulso [appunto!, Ndr] dalla Fraternità di San Pio X, noto per aver espresso tesi negazioniste sull’Olocausto [in realtà questo sacerdote, probabilmente in un pasticciato tentativo di difendere mons. Williamson o di stemperare le polemiche, aveva detto: sono convintissimo che le vittime di quel massacro sono sei milioni, forse anche di più; forse è ancora dubbia e si può approfondire storiograficamente la questione delle modalità di sterminio, ma i numeri dello sterminio li ritengo assolutamente dimostrati, ndr]». Ciononostante il quotidiano, dopo mesi ancora allineato e prosecutore del clima da linciaggio e terrorismo psicologico (da Democrazia totalitaria), scrive: «la revoca della scomunica [non ai soli Vescovi, ma, ndr] ai seguaci di Lefebvre che hanno [«hanno», plurale!, ndr] poi diffuso dichiarazioni negazioniste della Shoah [«hanno poi diffuso», capito? «Ciascun dal proprio cuor l’altrui misura…». Mistificando la realtà si viene a dire che questi imprecisati «seguaci di Lefebvre» prima hanno aspettato ad arte la revoca della scomunica e poi hanno diffuso le «dichiarazioni negazioniste»: quando ben altri sono stati i registi di un’operazione che ha vergognosamente strumentalizzato le vittime di quell’orrore. Nel corso di una lunga intervista a mons. Williamson, mesi prima della revoca, gli intervistatori chiesero a quel Vescovo di una opinione privata da egli espressa tempo addietro (e poco nota) circa le dimensioni storiche dello sterminio hitleriano degli ebrei, ed egli confermò; la cosa al momento non fece rumore; ma nel momento in cui il Santo Padre, ferme restando le ufficiali sospensioni a divinis dei sacerdoti, ritirava la discussa censura ai Vescovi viventi come mossa distensiva per facilitare un futuro accordo, proprio allora l’affermazione di mons. Williamson e l’indignazione martellante vennero diffuse in tutto il mondo, ndr]».
O è incompetenza spaventosa (e, in effetti, ci sono più sfrondoni che parole), o è intento diffamatorio (e non è raro che elementi del genere interagiscano). Di certo la diffamazione, oggettivamente, c’è (e pensiamo ci starebbe bene una bella denuncia, come a suo tempo fece – e con successo – don Putti. Ma questo, evidentemente, non spetta a noi).
* * *
Il che non toglie che in quella burrascosa vicenda la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) non è stata soltanto vittima. Il trappolone in cui è caduto mons. Williamson sarebbe stato evitato se il Superiore generale, lo svizzero mons. Fellay, o ˗ 1)avesse fatto l’accordo a ridosso dell’Anno Santo; o ˗ 2)l’avesse fatto verso il 2003-2004; oppure ˗ 3)almeno avesse scritto nell’autunno 2005 la lettera per chiedere l’annullamento del decreto di scomunica; oppure, avendo invece teorizzato che lo scriverla comportava ipso facto il riconoscimento della validità della censura, ˗ 4)non l’avesse allora scritta nel dicembre 2008. Perché la massa è scordarella (“il popolo bue”) e non s’interroga sulla contraddizione, né ne chiede conto a mons. Fellay (il quale, a differenza di mons. Williamson da una parte e dei vertici della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” dall’altra, non ha pagato con il dimissionamento il conto della sediziosa bufera); in quell’area poi non mancano settori che, come i vecchi comunisti, se lo dice il Superiore credono pure che i coccodrilli volano; ma chi nell’ombra tiene le fila è avveduto, e nei tre anni intercorsi ha avuto tutto il tempo di preparare la trappola. Anche vedendo il carattere contraddittorio dei pronunciamenti di mons. Fellay (che già nel 2002 aveva dichiarato prudente e ragionevole chiudere i contatti con Roma: infatti…).
Come disse il card. Siri, l’unica era mettere tutti davanti al fatto compiuto (e probabilmente papa Giovanni Paolo II si sarà amaramente pentito di non aver seguito subito il suggerimento). Ma mons. Fellay, nel 2001 e seguenti, ha rifiutato. E non certo per ottenere l’apertura degli sbandierati colloqui dottrinali: dal momento che Roma aveva sì confermato la vecchia richiesta di sottoscrivere la formula della “accettazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione”, ma proponendo anche, contestualmente alla regolarizzazione canonica in una struttura giuridica adeguata (“l’accordo”), l’istituzione pubblica d’una commissione bilaterale di discussione dei punti controversi tra le parti. Punti che notoriamente toccano anche il Vaticano II: su cui pertanto la Santa Sede ammetteva la possibilità di avere delle riserve e di realizzare una certa discussione. Del resto, oltre al pionieristico “protocollo Ratzinger-Lefebvre” (1988), i documenti dell’istituzione dell’Istituto del Buon Pastore (2006), autorizzata e addirittura seguita personalmente dal Pontefice regnante, sono molto discreti ma chiari: la «critica costruttiva» di alcuni punti di quel Concilio pastorale che suonino in dissonanza con la Tradizione è, di per sé, lecita (come ha fatto pubblicamente, soprattutto di recente, mons. Brunero Gherardini, grande teologo romano che nessuno osa affermare “fuori dalla piena comunione”). Perché mons. Fellay a suo tempo non ha riferito pubblicamente della possibilità di avere insieme, contestualmente, l’accordo giuridico e la discussione dottrinale? Perché non ha riportato integralmente e direttamente le lettere con le quali il card. Castrillón Hoyos, anche a nome della Santa Sede, gli ha mandato le proposte di Roma?
Passi che non ha riferito (perché è anche vero che in tempi di guerra il “segreto militare” può essere una realistica necessità difensiva): ma perché non si è attenuto almeno al “silenzio stampa”, sparando continuamente sulla possibilità dell’accordo canonico (disprezzato come insignificante e persino «inconcepibile» accordo pratico) e dando l’idea che soltanto adesso Roma si sia piegata a concedere una tale discussione?
E se egli ritiene, in coscienza e prudenza, che una
qualche accettazione del
concilio Vaticano II, anche alla luce della Tradizione[2]
e “non estesa a ogni frase” ma con delle dichiarate riserve su cui si intende
aprire una discussione, sia comunque inammissibile, perché allora nella lettera
con la quale ha ottenuto l’annullamento del decreto ha scritto «noi
accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano II, riguardo al
quale esprimiamo alcune riserve»[3]?
Ovvero, la stessa cosa.
Abbiamo citato dalla stampa di parte vaticana (Avvenire, 25 gennaio 2009). Per la verità, nella sua stampa la FSSPX asserisce che mons. Fellay avrebbe scritto: «noi accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano I. Ma non possiamo che esprimere delle riserve per quanto riguarda il Concilio Vaticano II». Attenzione, non parliamo qui del “peso” esatto di questa formula: non parliamo di interpretazioni, ma di un fatto: rileggetele, sono due citazioni diverse, entrambe tra virgolette, del medesimo documento. Meno male che hanno rigettato le proposte romane successive all’Anno Santo, di fare subito l’accordo, per evitare fragili e pericolosi equivoci! Così sono tutti contenti: il Vaticano può dire che ha ottenuto una certa accettazione del Concilio Vaticano II e che adesso addirittura si è irrigidito nella richiesta dell’accettazione di Concilio e postconcilio “ufficiale”[4]; la FSSPX può parlare di «loro [di Roma, e del campo “ufficiale” in genere, ndr] disponibilità a mettere per la prima volta in discussione il Concilio – è la prima volta che ci danno la possibilità di presentare loro una critica dottrinale, profonda, fondata nel Magistero di sempre, è la prima volta! [Affermazione parecchio inesatta, ndr]»; e chiarezza è sfatta[5].
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Ma cosa ha scritto veramente mons. Fellay? Per far chiarezza almeno su questo punto (uno dei tanti. Ad esempio, Roma dice che i quattro vescovi hanno «manifestato» un «disagio spirituale» «a causa della sanzione di scomunica»; mentre mons. Fellay, e la FSSPX in genere, aveva detto che la scomunica li lasciava completamente indifferenti e ne chiedevano la rimozione unicamente per facilitare l’afflusso di nuovi fedeli, mal informati e timorosi, alle loro Messe! Disagio o indifferenza? E questa sarebbe una cosa seria?).
Cosa ha scritto realmente mons. Fellay? Effettivamente il bollettino di un priorato francese della FSSPX, La Croix de Saint-Gilles, riporta la formulazione degli omologhi italiani. Ma il fax trasmesso il 24 gennaio 2009 da Menzingen (quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), di cui ci è stata trasmessa la copia fotostatica che qui pubblichiamo, e che ci dicono essere rimasta in circolazione per pochi giorni, riporta invece la formulazione vaticana: «nous acceptons et faisons nôtres tous les conciles jusqu’ à Vatican II au sujet duquel nous émettons des réserves», ovvero: «noi accettiamo e facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano II riguardo al quale esprimiamo delle riserve». Che pensarne?
Non sarebbe il caso di pubblicare integralmente quella lettera? (Come, a suo tempo, la risposta esatta di mons. Fellay all’ “ultimatum” pontificio) Risposta (verbale) vaticana: non possiamo rispondere perché è coperta dal Segreto Pontificio. Commento di un acuto osservatore (persuaso che, ovviamente, la citazione esatta sia quella vaticana), il quale mi aveva posto delle domande sulla vicenda: allora hanno fatto delle pastette.
A proposito di chiarezza e pastette: all’inizio del 2004 uno di noi, argomentando a favore dell’accordo[6] con mons. Fellay, si sentì rispondere, tra le altre cose, che qualcuno «molto in alto» a Roma gli aveva detto di non farlo [in quel momento]. Mettendo insieme i tasselli, temiamo di aver capito.
In ogni caso, se non siamo al mezzo accordo sottobanco (ancora più ambiguo e discutibile), siamo quantomeno all’evidente pasticcio. È ben vero che sui rapporti con l’autorità ecclesiastica in questi tempi anormali il cattolicesimo tradizionale nel suo complesso è drammaticamente diviso tra l’errore per eccesso e l’errore per difetto; pensiamo di poterlo dire, dalla nostra posizione autonoma che ci ha fatto rifiutare l’annullamento nel Sistema postconciliare (1991) e l’annullamento nella Fraternità San Pio X (2007), che ci ha fatto declinare con rammarico la proposta locale di accordo del novembre 2007 e accettare con circospezione quella del novembre 2008. Ma l’oggettiva doppiezza sarebbe una “terza via” giusta e alta?
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Premessi e richiamati questi fatti, e facendo come se non sapessimo nient’altro,
veniamo a tre impressioni collegate che, senza pretesa di completezza, ci
sembrano avere almeno qualche fondamento.
1) Aveva ragione l’esperto card. Siri (pur coi limiti della sua vecchia generazione) nel commentare amaramente la linea vaticana verso l’opera di mons. Lefebvre (e, aggiungiamo noi, verso le più ampie questioni in gioco): prima (quando mons. Lefebvre chiedeva umilmente l’accordo) ingiustamente dura; poi (quando il peso dell’esasperazione si faceva sentire e le progressive “concessioni” non venivano più considerate sufficienti) indecorosamente cedevole (almeno in apparenza): linea oscillatoria che chiaramente tende ad essere diseducativa (e che, aggiungiamo noi, sembra attestare un’intima debolezza del “centro” ecclesiale, che in questi lunghi anni abbiamo continuamente toccato con mano). Sottoscriviamo con molta convinzione tale considerazione del cosiddetto “Papa non eletto”. Pur completandola con il seguente pensiero: vogliamo dar fiducia alla prudenza del Santo Padre e pensiamo che se Egli, pur conoscendo benissimo queste cose, ha deciso di procedere in quella maniera, probabilmente avrà avuto delle ragioni gravi per farlo.
2) Finché lo spauracchio di scissioni resterà dirimente, né papa Ratzinger (di cui – pur consapevoli del limite rappresentato dalla sua formazione teologica non tomista, e anche dalla mentalità curiale – abbiamo una stima più alta che per molti ratzingeriani) né mons. Fellay (alla cui intelligenza certi tatticismi non rendono ragione) potranno fare molto. La FSSPX parla spesso del condizionamento del regime di accordo sulla libertà di dire la verità. Non ha tutti i torti (magari, molte volte, in maniera un po’ semplicistica, e tralasciando troppo spesso le condizioni diverse in oggetto). Ma, per non cadere nel fenomeno della “menzogna veritiera”, bisogna completare questa verità con un’altra: il condizionamento, interiore e strisciante, del regime di non accordo ˗ neppure relativo ˗ prolungato per un tempo non breve.
Nell’attuale situazione poco chiara, poi, il povero mons. Fellay rischia di subire entrambi i condizionamenti; non a caso il Superiore generale dell’Istituto del Buon Pastore ha firmato la nostra supplica per la pubblicazione integrale del Segreto di Fatima, mentre quello della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha preferito orientare la “crociata” in materia sul punto successivo (meno urtante per la Segreteria di Stato) della consacrazione della Russia.
3) E’ una sofferenza sentire esponenti della FSSPX che – certo vittime di un lungo linciaggio, di ripetute delusioni e, ciò che più conta, dello strapotere dilagante degli odierni mali ecclesiali in genere – si esprimono in una maniera che non riusciamo a definire se non orgogliosa, arrogante, non confacente al modo di porsi nei confronti di Roma, né al proprio ruolo in una giusta ottica sull’uscita dalla crisi[7]. La terza impressione è che occorra che la FSSPX corregga decisamente certe dinamiche al suo interno; e che ciò accadrà unicamente nel caso in cui la scorciatoia costituita dal tentativo di aggirare l’ostacolo con i tatticismi (e la demagogia) vada incontro alla sconfitta (quale può essere anche una chiarificatrice spaccatura, certamente dolorosa e pericolosa). Oggi – non ieri né domani, ma oggi – possiamo soltanto augurarle di dire presto: bonum mihi quia humiliasti me [8]. Altrimenti – salvo l’incognita costituita dall’impatto sulla FSSPX della fine della crisi, che come mons. Spadafora prevediamo, per motivi teologici, non lontana: ma per via soprannaturale e traumatica – resterà prigioniera dei meccanismi che, per contraccolpo, si sono sviluppati nel suo ambito.
Peggio ancora, l’ambiguità attuale (che a noi sembra peggiore sia dell’accordo che del non accordo) favorirà il peggio del mondo cattolico tradizionale, due tendenze opposte che oggi tendono praticamente e nei fatti al “compromesso storico”: l'estremismo, l’indurimento e il vortice ideologista all’interno della FSSPX; e le illusioni, il superficialismo, la pochezza defezionista di vari allineati pratici al Sistema ma al contempo, compensativamente, grandi simpatizzanti teorici della FSSPX. Sicché, in certo clima entusiasticamente facilone e demagogico, si son visti: svariati double-face; schizofrenie (o furbizie) di discorsi e di criteri nel rapportarsi all’esterno; ostentati rifiuti di accordi pratici ufficiali e realizzazioni di fatto di accordi pratici reali con ambienti allineati; lefebvriani di parrocchia; fedeli doppiogiochisti che ognuno considera semplicemente di area propria; chi ha capito che sono antiratzingeriani duri e chi ha capito che sono i duri dei ratzingeriani…e chi più ne ha più ne metta. Pensiamo che un’opera, un movimento che comunque ha una storia eroica[9] – con aspetti, di vecchia data, su cui abbiamo sempre detto loro di avere serie riserve – non si meriti queste “scorciatoie”, che oggi come oggi non ci sentiamo di sostenere in alcun modo.
Circolo “Cattolici per la Tradizione”
www.cattolicitradizionalistimarche.it
[1] Visita della quale, purtroppo, non possiamo non notare l’oggettiva dissonanza rispetto al discorso del primo Papa (cfr. Atti 2,14-36), che non pensiamo proprio fosse antisemita. Come si può vedere soltanto la Messa tridentina (o comunque la liturgia) ed essere ciechi davanti alla serietà di questi problemi? Ma la cui motivazione ci sembra non esclusivamente teologica (come presuppongono, oltre a tanti ignari, gli interessati ecumenisti e certo tradizionalismo ideologista), bensì politica: almeno voi acattolici lasciatemi respirare, che già sono sabotato a sufficienza dall’interno della Chiesa! Rileggete la lettera ai Vescovi di un anno fa… E dicendo questo, supponiamo che non piaceremo né ai ratzingeriani nè agli antiratzingeriani “di destra” (pochi) né agli antiratzingeriani “di sinistra” (molti, sebbene ora piuttosto impliciti); ma, come diceva il caro abbè Simoulin: pazienza… Perchè dovremmo turarci gli occhi e costruirci illusioni, quando Qualcuno su cui confidare c'è: Dio?
[2] Formula che il vescovo mons. Tissier de Mallerais, biografo ufficiale di mons. Lefebvre, aveva stimato contenere una «riserva capitale» quando il fondatore aveva espresso disponibilità (seppur poco entusiasta, e intendendola come correzione generale di rotta) a sottoscriverla. Cfr. Mons. Marcel Lefebvre, Una vita, Ed. Tabula fati 2005, nota 56, pag. 577.
[3] Anche per questo non è conforme alla verità che il ritiro della scomunica sia avvenuto «in maniera unilaterale, senza che sia stata chiesta una controparte», come hanno dichiarato.
[4] Come notavamo in questa sede un anno fa: cfr. la Nota della Segreteria di Stato nel mezzo della sommossa, subito dopo le minacciose proteste espresse da un governo (Nota che un bollettino di priorato della FSSPX richiamava, in maniera oggettivamente sleale, falsandone il contesto – e quindi la natura – con omissioni, mezze verità e la citazione molto dubbia di cui abbiamo detto).
[5] Ci chiediamo poi come ne verranno fuori (almeno a breve, come presuppongono tanti superficialoni entusiasti). Il Vaticano, arretrando fino agli anni ’70, sostanzialmente ha detto: resterete in posizione canonica irregolare finché non accetterete tutto; la FSSPX, arretrando fino agli anni immediatamente successivi al giugno 1988, sostanzialmente ha detto: non faremo neppure un’accettazione parziale di principio, seppure saremmo garantiti nella pratica da una struttura giuridica di notevole autonomia (Prelatura, Amministrazione Apostolica od Ordinariato), né vogliamo saperne di un eventuale accordo solamente canonico: come ne verranno fuori, dopo essersi reciprocamente irrigiditi e pubblicamente esposti, salvando entrambi la faccia? Temiamo che qualcuno, parlando di chiarimento e accordo dottrinale, pensi all’ennesimo papocchio ecumenico, che consenta ad ambo le parti di dire "infine ho ottenuto quello che avevo chiesto". E gli artefici di una siffatta sintesi, politica ed hegeliana, pensano che le rispettive ali radicali lascino fare, senza accorgersene e senza combattere sino in fondo, un’eventuale operazione del genere? O forse si pensa che nell'ambito della FSSPX la diffidenza verso l'accordo, quando non l'avversione estremista, sia diminuita? O si è sicuri che il Vaticano, concessa la mossa pubblicitaria richiesta, lascerà un niente di fatto a tempo indeterminato?
[6] Non certo “senza se e senza ma”: con le debite puntualizzazioni; essendocene le condizioni – come, almeno sulla base dei resoconti di mons. Fellay, sembravano esserci –; e con delle motivazioni (romane e prevalentemente di natura spirituale) che non sono quelle di tutti gli “accordisti”.
[7] A proposito di uscita dalla crisi: nel comunicato del 24 gennaio 2009, di tenore rispettoso e aperto, mons. Fellay concludeva: «In questo nuovo clima, abbiamo la ferma speranza di arrivare presto al riconoscimento dei diritti della Tradizione cattolica». Dunque: speranza «ferma» di arrivare «presto». Sennonché, successivamente mons. Fellay e i suoi hanno ripreso a prospettare tempi lunghi per l’uscita dalla crisi (e per l’accordo). Almeno i giorni pari. È l’ennesima oscillazione, l’ennesima contraddizione, cui probabilmente costringerà la volontà assolutizzata di non spaccarsi; al punto che uno di loro (che però pubblicamente “sta coi frati e zappa l’orto” silente, come i gemelli di quella che chiamano “la destra conciliare”) ci scrisse, il 25 marzo 2006, di «comunicati [di mons. Fellay] a doppio senso»! Quattro anni fa uno di noi ha mandato dieci circostanziate domande a quel prelato, su consiglio del suo vice che aveva promesso di interessarsi per ottenere risposte; mons. Fellay s’è guardato bene dal rispondere…e il vice dal dare le dimissioni. Analoga cosa risulterebbe accaduta con la missiva di un sacerdote romano. Similmente, una nota e benemerita rivista vicina alla FSSPX ha fatto in poco tempo sbalzi notevoli di linea, senza darne spiegazioni adeguate (anzi, rifiutandosi positivamente di rispondere alle domande su alcuni elementi di queste variazioni: come se non fossero cose di natura pubblica!).
[8] Quella del gennaio-febbraio 2009 poteva essere un’occasione in tal senso; purtroppo, almeno al momento, è stata vana.
[9] Parzialmente suddivisa, peraltro, nelle sue varie filiazioni, di cui la Fraternità San Pio X è certamente il ceppo prevalente ma non l’unica; e che in parte corrispondono ai diversi momenti della resistenza dell’arcivescovo Lefebvre, di venerata memoria (non corrisponde infatti alla realtà, ma all’interesse pubblicitario della FSSPX, ostentarne di massima un santino monolitico). Ci sono stati infatti più accordi separati (non di rado avvenuti in posizione di debolezza e talvolta con realizzazioni discutibili), in buona parte successivi all’Anno Santo: i fratelli di Campos (figli di S.E. mons. de Castro Mayer), il Buon Pastore, diversi singoli già appartenenti a quella Società sacerdotale; accordi separati che peraltro mostrano come sia vano il criterio determinante di evitare divisioni: quel che avrebbe perso da una parte a fare subito l’accordo, mons. Fellay lo ha perso comunque dall’altra, un po’ per volta, a non farlo… Forse determinante fu la contrarietà di uno o due Vescovi? Il che confermerebbe la sostanza delle dinamiche su cui stiamo qui ragionando.