

Due pensieri redazionali, poi lasciamo parlare i testi.
1)Innanzitutto, un grazie cordiale all’amico sacerdote per averci permesso di pubblicare questo importante carteggio e, soprattutto, congratulazioni (a lui e, in qualche modo, alla sua Congregazione sacerdotale) per la disponibilità a esporsi! Fa onore all’Istituto del Buon Pastore questo parlare pubblico, differenziandosi dall’assoluto silenzio che domina nel clero “benpensante”; o – peggio ancora – da qualche forma straordinaria di servilismo. È una lode ben meritata; che sarà piena se tale giovanissimo Istituto da un lato andrà avanti su questa strada (perché la tragedia contemporanea nella Chiesa è che, davanti a una parte modernista determinata e coerente, la parte fondamentalmente tradizionale potrebbe sintetizzare la sua attitudine in un motto: “A metà”; così lasciando campo libero a ogni eccesso, incluso il triste fenomeno delle “verità impazzite”); dall’altro non resterà una realtà, come dire, più francese che di ampio respiro. Nella convinzione che una convinta presenza in Italia non meriti d’essere subordinata all’eventualità del trovare in loco grosse strutture materiali, nella convinzione che per un sacerdote novello fare il viceparroco in Italia (o cose del genere) sia miglior cosa che fare il professore in Francia, trascriviamo un passo del nostro indirizzo di saluto a questo sacerdote umbro-marchigiano, il 16 ottobre 2008, per la sua Prima Messa: «Anche se le ostilità non dovessero consentire altro che una organizzazione da terra di missione o da Paesi comunisti e islamici (situazioni cui in genere si pensa poco), anche se onoratamente fossero possibili soltanto cose piccole, anche così si può costituire, con nobile semplicità e fiducia nella Provvidenza, un importante punto di riferimento».
2)Buona ci sembra anche la risposta del Cardinale, ecclesiastico di notoria spiritualità e bontà, dalla quale traspira l’imbarazzato dispiacere per quanto accaduto sotto la sua responsabilità oggettiva, ma alle sue spalle. E giusto ci sembra anche il delicato invito alla carità, perché in situazioni di prevaricazione c’è purtroppo per noi tutti la tentazione di mancarvi. Tuttavia c’è anche un problema oggettivo, che va posto con carità ma va posto: il sabotaggio al Motu proprio del Santo Padre, benché ultradiplomaticamente “cucinato”, inizia nella Sua Casa. “Il difetto sta nel manico”, e infatti un non tradizionalista onesto e battagliero notava recentemente che «il documento applicativo del Motu proprio – quello che serve per chiarire le interpretazioni legittime (e mettere con le spalle al muro certi episcopati) – è pronto dal gennaio 2008 e non è ancora uscito […] perché bloccato dalla Curia» (Antonio Socci, Libero 18 ottobre 2009). Oggettivamente un disastroso, diseducativo segnale di debolezza.
In entrambi i casi, l’oggettivo sabotaggio risulta provenire dalla Segreteria di Stato. Anche quando S.S. Giovanni Paolo II lodò le «bellissime preghiere» del Messale tradizionale, dicendo che fanno luce su «ogni liturgia», la Segreteria di Stato censurò questa lode del Sommo Pontefice (che uscì in ritardo, dopo che un vaticanista aveva sollevato il “caso”). Probabilmente smentiranno, un po’ come sul “quarto segreto” di Fatima (dove si è visto in tanta gente un servilismo, e un opportunismo, da infamia), ma i fatti sono fatti. Non siamo noi, ma un ecclesiastico del calibro del card. Siri a lasciare intendere che il discorso inaugurale di S.S. Giovanni Paolo I faceva poco fede delle intenzioni di quel Pontefice, perché preparato piuttosto dalla Segreteria di Stato (circostanza che poi venne effettivamente confermata). La Segreteria di Stato risulterebbe anche aver rimproverato, o peggio, ecclesiastici che avevano commesso il peccato oggi più grave: dire pubblicamente verità scomode; e talora forzato, in questi decenni, dei Cardinali capidicastero (e persino il Papa). Al card. Gagnon, che aveva realizzato un’inchiesta sui prelati massoni, venne ordinato di distruggerne i risultati; occorre specificare da chi sia venuto l’ordine? Ci fermiamo qui, ma potremmo portare altri esempi di uno strapotere da riequilibrare; al punto che c’è chi ha detto che nell’ultimo quarantennio c’è un Papa di diritto (il Santo Padre) e un Papa di fatto (il Segretario di Stato). Non è questione tanto di singole persone, come presupposto nella sterile prassi di pettegoli e intrallazzatori, quanto di una realtà strutturale: la Segreteria di Stato è, per sua natura, un organo politico-diplomatico. Sicché, anche prescindendo dalla circostanza storica che è il Dicastero più infiltrato da… certi illuministici ambienti extraecclesiali, diciamo così, è comunque chiaro e fisiologico che valuti le cose con criteri “politici”. Meno normale è che la riforma postconciliare della Curia romana abbia elevato a Dicastero “numero uno”, posto che prima era dell’attuale Congregazione per la Dottrina della Fede, la Segreteria di Stato: prima la diplomazia poi la fede! L’opportunità politico-diplomatica al di sopra dell’ortodossia! È una mera questione di interpretazione più o meno continuista o c’è una rottura oggettiva con i criteri tradizionali, antichi e sempre attuali, nella Chiesa? Non che la politica e la diplomazia siano dei mali, tutt’altro: ma non è un sovvertimento dell’ordine dar loro il primato? Con il che facilmente politico scade in politicante e diplomazia in malato diplomaticismo. Anche nelle scandalose dichiarazioni sulla questione dei minareti svizzeri, bisogna essere ciechi (come lo erano i farisei) per non vedere la rottura con la Sacra Tradizione, con la Sacra Scrittura e con una lunga serie di atti del Magistero, per privilegiare considerazioni d’ordine politico.
Sicché molto saggiamente il card. Siri propose una riforma strutturale ancora attualissima: un ridimensionamento della Segreteria di Stato. Il card. Comastri avrà supplicato della stessa cosa il Santo Padre? GlieIo scriva, don Stefano! Non dice Egli Stesso che le suppliche sono state d’aiuto a varare “Summorum Pontificum”? Non sarebbe questa una battaglia meritevole per l’Istituto del Buon Pastore? Noi siamo convinti che la liberazione delle parole della Madonna nel Segreto di Fatima e la liberazione dal peso eccessivo della Segreteria di Stato sono due misure fondamentali, più grandi di “Summorum Pontificum”. Quanti avranno il coraggio di incoraggiare il Supremo Legislatore a prenderle? Quanti si faranno bloccare dalla disonorevole paura di ritorsioni? Ma così il mondo, convertito nel sangue dei martiri, sarebbe mai diventato cristiano? Cos’è cambiato, nella sostanza, rispetto ad allora: la Grazia, la natura o il libero arbitrio? Anche la Messa tradizionale, quanto senso avrebbe separata dal suo naturale contesto? Con l’augurio che questi seri interrogativi risuonino con forza nelle coscienze, Buon S. Natale a tutti.
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Sac. Stefano Carusi
Via Lili 41
62032 Camerino
All’attenzione di S. Em. Rev.ma
Il Sig. Cardinale Angelo Comastri
Arciprete della Patriarcale Basilica di San Pietro
p.c. all’Ufficio celebrazioni liturgiche in San Pietro
p.c. alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei
Eminenza Reverendissima,
vorrà perdonare se ancora mi permetto di scrivere, ma mi corre l’obbligo di informare degli sviluppi della vicenda della quale informai con mia del 30 aprile scorso e sulla quale Vostra Eminenza ebbe la bontà di rispondere.
In effetti, dopo la lettera nella quale informavo del rifiuto di fornirmi un Messale detto “di San Pio V” nella sagrestia di San Pietro, e nella quale informavo altresì delle espressioni poco rispettose nei confronti della Messa gregoriana, espressioni che coi miei confratelli avevo dovuto ascoltare sotto quelle austere volte, l’Eminenza Vostra volle rispondermi con sollecitudine paterna e volle invitarmi a tornare in Basilica per la celebrazione della Santa Messa, rassicurandomi che il disguido dell’assenza di messali era da attribuire al grande incomprensibile lavoro che al mattino hanno i sagrestani. L’Eminenza vostra volle anche informarmi della costante presenza in Basilica di tre messali per la celebrazione della Messa gregoriana, invitandomi a tornare in Basilica in qualunque occasione avessi voluto.
Il 17 dello scorso mese di settembre, essendo a Roma insieme ad un novello sacerdote che durante l’anno sacerdotale voleva celebrare nella Basilica di San Pietro, ci recammo, memori dell’invito che l’Eminenza Vostra si era degnata farci pervenire, in sagrestia verso le ore sette; il Rev.do Padre sacrestano Don Enrico con gentilezza ci accolse e si apprestò ad aiutarci per la celebrazione; allorquando domandammo i messali gregoriani ci venne risposto dallo stesso Padre: “quelli che dicono la Messa in latino se li portano da casa”; cui seguì la frase: “costa venticinque euro perché non ve lo comprate a Via della Conciliazione”; feci notare che ero stato invitato a celebrare in Basilica, con l’assicurazione che vi erano messali detti di “San Pio V”, quindi non ne avevo al seguito, visto che sono anche pesanti; il Rev.do Padre insisté dicendo che non era previsto che si fornisse quel tipo di messale, mi permisi quindi di fare il nome dell’Eminenza Vostra, che di suo pugno aveva voluto invitarci a tornare in Basilica, lasciandoci intendere, che avremmo potuto sentirci “a casa nostra”. Dopo estenuanti spiegazioni e dopo aver indicato più volte che questa era la volontà scritta del Cardinal Arciprete, da uno scaffale fu estratto un messale, che il Rev.do Padre Enrico ci disse essere l’unico; feci notare che l’Eminenza Vostra c’aveva parlato di tre messali presenti e che, forti di tale rassicurazione, eravamo venuti in due per celebrare, mi fu quindi risposto: “celebrerete uno dopo l’altro”. Feci notare che ero impossibilitato a restare per lungo tempo e che non avrei potuto attendere tanto, pregai quindi nuovamente di cercare un messale che mi sembrava impossibile non essere presente. All’inamovibile atteggiamento dei sagrestani mi rassegnai e lasciai celebrare il prete novello che era con me. Rinunciai così a celebrare in San Pietro perché non vi erano messali di una messa in vigore.
Terminata la Messa del mio confratello cui assistei e tornato con lui in sagrestia, non potei trattenermi dal dire al Rev.do Don Enrico che cominciava a sorgermi il dubbio che il problema non fosse costituito dai supposti venticinque euro necessari all’acquisto del messale, ma che il problema fosse di altra natura, ed avesse connessione con una certa ostilità che si riscontra nei confronti del rito gregoriano.
Volli aggiungere che il loro atteggiamento recava oltraggio alla persona dell’Eminenza Vostra perché di fatto smentiva la missiva; aggiunsi che, se dovevo pensare che qualcuno mentisse, era mio dovere pensare che le bugie venissero dalla bocca dell’inferiore, quindi del sacrestano. Ribadii quindi con forza che questa loro attitudine offendeva indirettamente S. Em. il Card. Comastri in quanto Arciprete della Basilica. Il Rev.do Don Enrico d’un getto mi rispose: “lasci stare il Cardinale, non è lui è la Segreteria di Stato, le indicazioni vengono dalla Segreteria di Stato”; confessai di non capire e mi rispose “visto che Paolo VI ha fatto una riforma vogliono che si dica quella Messa”. Risposi che la logica della risposta mi sfuggiva completamente, e dissi che non capivo, e non capisco tuttora, perché si voglia rendere impossibile la celebrazione della messa nella pratica, negando o nascondendo i messali. Dopo lungo colloquiare emerse che esisteva un secondo messale gregoriano in sagrestia e che sarebbe stato disponibile per l’indomani. Il Rev.do Padre Enrico, che sempre si è dimostrato molto cortese, forse resosi conto anch’egli dell’assurdità della situazione, con squisito garbo ci invitò a celebrare per l’indomani, ma si affrettò a precisare: “solo due non tre, due non di più, è così non insistete”.
I messali dunque nello spazio di tre quarti d’ora, in seguito alle nostre rimostranze fatte in nome dell’Eminenza Vostra, che ci aveva assicurato della presenza di tre messali, diventarono uno all’inizio, due per l’indomani, ma assolutamente “non di più”.
Posso confessare che la meraviglia fu per me pari alla tristezza, non solo mi sentii rigettato e trattato da straniero in quella chiesa che tanto significa per ogni cristiano, e che dovrebbe essere un faro per la liturgia del mondo intero, ma fui altresì costretto a celebrare non già di buon mattino in San Pietro, bensì nella tarda serata nella stanza dell’appartamento dove alloggiavo, con un messale acquistato in Via della Conciliazione, così come consigliatomi; il pensiero che il tutto fosse accaduto proprio nell’anno sacerdotale, in cui ci si reca a Roma per testimoniare il legame a Pietro nel sacerdozio, fu causa di ulteriore dolore e sconcerto, sentimenti condivisi dal mio confratello e dai due seminaristi presenti.
Perdoni Eminenza se ho osato scrivere ancora, sottraendole del tempo prezioso, ma ero in dovere di riferire l’accaduto, visto l’obbligo che avevo contratto dopo l’amabile lettera indirizzatami.
Nel congedarmi e nel pregarla di voler gradire i miei più rispettosi e filiali saluti, Eminenza Reverendissima, prono al bacio della sacra porpora, domando la Sua paterna benedizione.
Camerino,2 ottobre 2009
Stefano Carusi
Vicariato della città del Vaticano
Vaticano,15 ottobre 2009
Reverendissimo Signore,
sono veramente rammaricato per quanto mi riferisce. Posso garantire che i Messali sono tre, anche se uno ci è stato sotto sostrato da un ignoto e per breve tempo sono rimasti due. Ho provveduto ad acquistarne subito altri due: ora sono quattro.
Cerchiamo di aiutarci vicendevolmente a crescere nella carità, che l’unica cosa che vale, perché è solo l’amore che porteremo con noi in paradiso.
Colgo l’occasione per assicurarle il mio ricordo nella preghierea, augurandoLe ogni bene da Gesù per Maria.
Angelo Card. Comastri
Vicario generale di Sua Santità per la
Città del Vaticano
Reverendissimo Signore
Don Stefano Carusi
Via Lili,41
62032 Camerino