DIOCESI DI SENIGALLIA, CANONICAMENTE ERETTA PER IL NOSTRO GRUPPO LA SECONDA CAPPELLANIA VETUS ORDO IN ITALIA.

La linea tradizionale ottiene un diritto di cittadinanza; la buona battaglia continua

 

 

 Dossier

 

sommario:

·         presentazione (Il fatto/L’iter di ciò che è avvenuto/Perché abbiamo accettato/Bilancio e prospettive)

·         Il testo dell’accordo

·         Dichiarazione allegata

·         Decreto di nomina del cappellano

·         Lettera al Vescovo del responsabile del Circolo “Cattolici per la Tradizione”

·         Risposta di Sua Eccellenza il Vescovo di Senigallia

·         Volantino con il calendario 2009 delle S.S. Messe da noi organizzate

·         Comunicato a un sito internet locale

·         Comunicato ai siti che forniscono l’elenco dei centri di Messa gregoriana 

 

 

Monte San Vito (AN), 13 febbraio 2009

 

Il fatto

Sulla cappellania, senza imposizione di condizioni controcoscienza, si è raggiunto l’accordo. Firmato il 16 gennaio, che sarà la festa del nostro riconoscimento ecclesiale (e collegatamente dell’apertura diocesana, piccola ma solida, al rito tradizionale), ad esito del dialogo riapertosi nella primavera-estate 2008, di cui, avutone elementi certi, abbiamo riferito a settembre.

In applicazione dell’accordo è stato nominato cappellano personale, con Bolla del Vescovo di Senigallia del 28 gennaio, il sacerdote disponibile da noi indicato: il giovane padre Brendan Gerard, appartenente alla Fraternità Sacerdotale San Pietro e studente a Roma (ove collabora nella cura della parrocchia personale di rito gregoriano). Sarà coadiuvato da altri sacerdoti che sono già venuti a celebrare da noi; e quando, terminati gli studi, dovrà tornare all’estero, o comunque quando non potrà più seguire l’incarico, presenteremo al Vescovo, allo stesso modo, un altro nominativo per la nomina[1]. Ringraziamo vivamente padre Gerard e la sua Congregazione per la disponibilità pastorale e la carità sacerdotale con la quale hanno accettato e dato il nulla osta, accogliendo l’appello del nostro gruppo.

A quanto ne sappiamo, è la terza struttura giuridica per i fedeli di rito tradizionale in Italia, dopo la parrocchia personale a Roma e la cappellania a Venezia[2]. Sede liturgica è stata confermata, per decisione della Diocesi, la chiesetta rurale da noi attualmente in uso, a Monte San Vito, dedicata alla Madonna del Rosario.

Mentre celebravamo il decennale di queste S.S. Messe nel chiaravallese, la Provvidenza ci preparava il regalo! Senza trionfalismo fuori luogo, ma per giusta informazione, inizio oggi a preparare un resoconto e commento di accompagnamento dei documenti in oggetto: che in questo spirito, con calma e nella calma[3], saranno pubblicati sul nostro sito internet, perché essendo questioni di rilevanza ecclesiale è dovere di trasparenza pubblicarli integralmente (contrariamente a certe prassi vaticano-svizzere).

L’iter di ciò che è avvenuto

In altre occasioni potremo parlare degli antefatti meno prossimi[4]; qui mi limito ad accennare a quelli immediati, rilevando che una prima ipotesi diocesana di apertura a qualche nostra istanza è emersa già a margine (per l’esattezza, a seguito) della combattuta celebrazione del matrimonio Paolini-Marchini[5]. Apertura che, tra alti e bassi d’alterne vicende, si è poi concretizzata con l’autorizzazione concessa dal parroco a celebrare con il rito antico due Battesimi (aprile 2007, quindi prima del Motu proprio, e febbraio 2008): novità assoluta, poi motivata “pro bono pacis”, ma d’altro lato così fragile che già al momento della registrazione tutto tornava incerto. Nel luglio 2007, appena uscito il Motu proprio "Summorum Pontificum", risposto in maniera attendista (con qualche spunto di riflessione) alle domande dei giornali locali e fatta in gruppo una riflessione approfondita, ritenni comunque doveroso scrivere subito al Vescovo: Eccellenza, adesso che il quadro normativo è cambiato, è ulteriormente allargato, le nostre domande di vecchia data sulla liturgia tradizionale possono essere maggiormente prese in considerazione? È il caso che ne parliamo di persona? Ne scaturì l’incontro del 13 agosto, che diede abbastanza a ben sperare[6]. Emerse subito, tuttavia, un dubbio sul metodo: il Vescovo mi indirizzò, almeno in prima battuta, ai parroci di Monte San Vito e Chiaravalle, mentre io ritenevo che – nel caso specifico – «non è a livello parrocchiale che la questione può avere buon esito» (lettera al Vescovo del 17 agosto 2007). Ciononostante, eseguii l’indicazione episcopale. E sebbene il mio accenno ai due parroci (già all’indomani, nella vigilia dell’Assunta) abbia urtato su un muro preventivo di ostilità[7], nondimeno, fatta edotta Sua Eccellenza del clima sfavorevole, rivolsi ai due parroci domanda scritta di applicazione delle nuove norme, chiedendo indicazioni di competenza (31 agosto 2007).

Dopo un paio di accenni orali[8] del parroco di Chiaravalle, quando ci incontrammo fortuitamente, a novembre mi arriva una sua lettera: abbiamo parlato della vostra domanda a livello di Vicaria, e Chiaravalle ha ricevuto un mandato esplorativo; vi chiediamo di mandare il 15 novembre al Consiglio pastorale parrocchiale una delegazione del vostro gruppo e una relazione con le seguenti informazioni. Bene! Anche se appena lo vidi gli feci una domanda, restando perplesso della risposta: benissimo, verremo senz’altro, poi ci saranno altri incontri? Sembrandomi impossibile concludere la cosa in un Consiglio pastorale dopocena, comprensivo anche della presentazione del Motu proprio e di un altro sostanzioso punto all’ordine del giorno. Tuttavia andammo, soddisfatti che, in qualche modo, se ne fosse parlato a livello delle parrocchie della zona e che “la Messa in latino” fosse stata inserita nel programma del Consiglio pastorale dell’amata parrocchia di Chiaravalle. La sera del 15 novembre, dei tre componenti la delegazione fui quello che ebbe l’impressione meno cattiva. In sintesi, ci venne rivolta questa proposta chiusa[9] (prendere o lasciare, lì subito): una Messa feriale al mese[10], proponiamo nella chiesetta chiaravallese di San Giuseppe (da gennaio 2008, intanto interrompete le celebrazioni), se accettate una determinata condizione[11]. Dataci un’occhiata tra noi, risposi: 1) i tempi mi impediscono di dire molto; debbo limitarmi a rilevare: 2) che la presentazione fatta del Motu proprio su più punti non è corrispondente (e feci un paio di esempi)[12]; 3) la condizione obbligatoria cui volete sottoporre queste celebrazioni, nel Motu proprio dove si trova? Noi non escludiamo di accettare qualche indicazione diocesana di per sé non obbligatoria, ma non imponendola unilateralmente come conditio sine qua non; 4) esprimiamo contrarietà all’immotivata richiesta della interruzione e forte perplessità sul vincolo del giorno mensile necessariamente unico e necessariamente feriale, che tra l'altro costituirebbe per noi un peggioramento rispetto alla situazione in essere[13]; 5) inoltre, chiediamo la nomina di un cappellano (SP 10). Subito dopo, ci fu una signorina che credette bene di proporre qualche imprecisata iniziativa per l’ecumenismo. I giorni seguenti riferii in gruppo, commentando: qualcosa è, ma ancora non ci siamo. Da un lato infatti l’acconsentire (in maniera reale e non episodica) a Messe secondo il rito “di san Pio V”, dopo i prodromi rappresentati dalle volubili luci degli anni immediatamente precedenti, è qui da noi un passo avanti (finalmente nella buona direzione)[14]. D’altro lato, una siffatta proposta chiusa aveva non un difetto ma almeno tre: era molto poco; era in un contesto molto ostile; era di solidità molto incerta[15]. All’esame dei “pro” e dei “contro”, che comunque facemmo (anche se il parroco, a Consiglio pastorale chiuso, diede subito per chiusa anche la proposta), era chiaro che non potevamo accettare. Sicché, secondo l’ordine che sembrava previsto in Summorum Pontificum e secondo quanto mi aveva detto il Vescovo[16], scrissi ancora a Sua Eccellenza. Ne scaturì il colloquio della vigilia dell’Immacolata, da cui emerse che l’unico margine certo, l’unica cosa sicuramente «trattabile», era la singola Messa feriale mensile: si poteva arrivare a due Messe feriali mensili.

Era chiaro che, sostanzialmente, la Diocesi era appena arrivata all’indulto “formato 1984” ma, al momento, lì s’era fermata. Sicché riferii la cosa, giusta SP 7, alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con relazione particolareggiata del 22 dicembre 2007. Contestualmente, informando le due parrocchie più coinvolte e la Diocesi che avevamo passato la pratica al “terzo livello” previsto dalla nuova legge, auspicai tuttavia di proseguire il dialogo, così da trovare strade (o, forse, tempi) per superare l’evidente stallo.

Passano i mesi, non mancano le tensioni, e il 16 maggio 2008, quando meno ci pensavamo, la telefonata del Vescovo riapre il discorso. Ne venne l’incontro del 20 maggio[17] e un carteggio estivo, ad esito del quale mons. Orlandoni mi indirizzò – come da me ipotizzato, e sperato – al Vicario generale diocesano, mons. Luciano Guerri, suo incaricato per «continuare il nostro dialogo» (7 agosto 2008). All’incontro in Curia del 12 settembre, data scelta in quanto festa mariana, portai le istanze che il nostro gruppo proponeva come contenuto dei colloqui ora ufficializzati. Istanze che chiesto il nulla osta a Mons. Vicario, mentre gliele consegnavo, abbiamo pubblicato sul sito (i “Vota”)[18]. Sotto la Stella del Santissimo Nome di Maria, il discorso fu incoraggiante: l’autorevole interlocutore mi assicurò categoricamente che certe accuse circolanti contro di noi[19] non corrispondevano al pensiero della Diocesi nei nostri confronti[20], valutò positivamente il fatto che ci eravamo raggruppati, organizzandoci in modo definito, mi pose le domande che occorrevano e mi disse nettamente che la Diocesi era disponibile ad accoglierci, nelle modalità che tenessero conto delle difficoltà da me rappresentate; a tal fine mi si invitava a non arroccarmi nelle “richieste” (ovvero a proporre liberamente ma a non porle come condizioni), nei limiti comunque della nostra coscienza e identità. Mi disse di mandare al Vescovo un progetto scritto inerente «l’applicazione al nostro gruppo di Summorum Pontificum», «accoglie[ndolo] nell’ambito diocesano» nelle modalità adatte alla sua identità. Cosa che – preso atto della piattaforma decisamente diversa dal solito “conformatevi, arrendetevi”, il che faceva pensare a novità in vista, e fatte le giuste consultazioni il giorno dopo – feci subito, con lettera del 14 settembre. Di lì a poco, l’8 ottobre, la “nostra” chiesetta ebbe l’onore di un sopralluogo, una specie di visita canonica, del Vicario generale. Mi fece alcune domande e qualche accenno a quanto “bolliva in pentola”. Ricordo che da questo incontro uscii pensoso, sentendo nell’aria la possibilità di “frenate”… Il 4 novembre, nuovo incontro a Senigallia, nel corso del quale mons. Guerri mi ha esposto il “pacchetto” proposto dalla Diocesi sulla questione aperta. Al che ho subito diramato al gruppo la direttiva di fare un triduo allo Spirito Santo, per Mariam, e a questo argomento abbiamo dedicato l’incontro, già convocato, di sabato 8 novembre. Cantato il Veni Creator, l’intensa riunione[21] alla fine diede esito “affermative, con qualche precisazione[22]”. Sicché ne informai immediatamente il Vicario e il giorno dopo scrissi al Vescovo la lettera di accettazione[23]. Quindi mi applicai alla rapida definizione di un sacerdote, che avesse i requisiti di serietà e affidabilità, e che non soltanto accettasse l’incarico ufficiale, ma anche ottenesse il “nulla osta” dei superiori a questo riguardo[24]. Trovata in padre Brendan Gerard FSSP la corrispondenza a questi tre parametri, sottoposi per iscritto al Vescovo tale nominativo (17 dicembre). Il 16 gennaio, in Curia, con qualche cauta apprensione firmai con il Vicario generale il…“protocollo Guerri-Paolini”, ovvero la proposta definitiva del 4 novembre messa in forma di accordo. E il 28 gennaio, visibilmente soddisfatto, ebbi la gioia di raccoglierne il primo frutto, accompagnando in Curia il cappellano designato (che il giorno precedente era giunto per la prima volta nelle Marche) per il colloquio di rito con il Vescovo[25], durante il quale gli venne consegnato il documento di nomina. Nel pomeriggio, a Loreto a ringraziare la Madonna e al tavolino a scrivere due pensieri al Vescovo. Il 13 febbraio[26] sono stato a visitare il parroco del luogo su cui sorge la cappellania; il 21 febbraio ci ho accompagnato il nostro primo cappellano[27], che il giorno dopo – nella festa della Cattedra di San Pietro, senza che avessimo scelto apposta questa data, e alle porte della Quaresima – con molta semplicità ha preso servizio. Alla S. Messa inaugurale, introdotta dal Veni Creator (e nel raffreddore generale), è seguita la conferenza interna di presentazione della novità ai frequentatori abituali di queste S.S. Messe; dopodiché, nei momenti più adatti, sarà dato l’annunzio pubblico della nomina ufficiale, in zona, con la pubblicazione sul sito degli atti, e con alcune contestuali comunicazioni (principalmente agli elenchi dei centri di Messa tradizionale). Il 7-8 marzo la campana della chiesetta, che già era suonata il 16 gennaio, ha festeggiato l’annunzio dato dal parroco del luogo negli avvisi delle S.S. Messe parrochiali. Mi resta da riferire del buon clima, sereno e alieno da faziosità, in cui si sono svolti i colloqui, nel comune amore alla Chiesa e nello sforzo di trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti, tenendo presente fin dove l’interlocutore poteva arrivare; colloqui nei quali abbiamo sempre invocato il materno aiuto di Maria Santissima, che ci ha voluto bene.

Perché abbiamo accettato

Nell’accettazione, con le giuste puntualizzazioni, della proposta di questo secondo novembre hanno pesato diversi elementi. E la loro convergenza. Abbiamo tenuto conto delle migliorate circostanze, di metodo e di clima: lo sforzo di venirci incontro, il grande lavoro di mons. Luciano Guerri (fatto non per vicinanza alle nostre idee ma per apertura di cuore) meritavano, tendenzialmente, una risposta positiva. Est tempus flendi, et est tempus ridendi… Bisogna saper dire dei no, e bisogna saper dire dei sì: nel momento in cui non si riproponeva la realtà del solito scontro tra Tradizione e Rivoluzione, oggettivamente mascherata sotto pretesti disciplinari, non ci siamo sentiti opportunisti né “utili idioti” (secondo la nota espressione di Togliatti) a tenere una condotta moderata. Da moderazione e non da moderatismo. Naturalmente abbiamo colto l’importanza della buona nuova che, in maniera non ingannevole, si prospettava: finalmente ci veniva accordato, senza “condizioni capestro”, quanto, come mons. Lefebvre negli anni ’70 (e in parte ’80), avevamo tante volte chiesto e criticamente sperato: «lasciateci fare l’esperienza della Tradizione». Dirà ancora nel 1987 il prelato di Ecône: «se Roma vuole davvero darci una vera autonomia, quella che noi abbiamo adesso, ma con la sottomissione – noi lo vorremmo, l’abbiamo sempre sperato: essere sottomessi al Santo Padre – […] se Roma accetta di lasciarci fare l’esperienza della Tradizione, non ci saranno più problemi [disciplinari, s’intende, restando aperti in ampia parte quelli teologici – dottrinali, i principali]»[28]. E mi ha colpito che proprio nel ventennale di una dolorosa rottura, che è andata a rafforzare una situazione condizionante come il regime di accordo, qui da noi la Divina Provvidenza faceva incamminare gli eventi verso una ponderata e adeguata ricucitura. Liberi da ogni complesso; senza né servilismo (cieco o disonesto) né orgogliosa arroganza; senza lasciar mettere, sulla via di un buon accordo giuridico, le prevedibili bucce di banana.

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Ma dirimenti, in quel denso pomeriggio di sabato 8 novembre 2008, furono soprattutto le considerazioni di principio. Nella Chiesa l’ubbidienza, l’unità, la pace, sono grandi beni. Ciò va inteso nel senso che sono un assoluto? Evidentemente non è questa la nostra posizione. Non siamo noi oggi quelli della sequela incondizionata, ovvero delle belle parole generiche che coprono, che nascondono, la verità della realtà. Dimenticando che respingere la verità è la prima forma del peccato più rovinoso di tutti: quello contro lo Spirito Santo. A sostegno della nostra posizione su questo punto (che certo è un problema difficile e doloroso) possiamo addurre varie citazioni, antiche e recenti; qui ci limiteremo a due, espressamente confermate, dal Magistero o dagli organi della Santa Sede, nel tempo postconciliare. Il nuovo catechismo rievoca persino, al n.1790, una massima di Innocenzo III: «Agire contro coscienza conduce alla dannazione» (quanti avrebbero da tremare!). E l’ultima veggente di Fatima, nel suo recente libro Gli appelli del messaggio di Fatima, ha “buttato là” qualche frasetta, sommersa nel discorso, che contrasta con le voci che la vorrebbero paladina dell’ubbidienza sempre cieca, dell’ubbidienza elevata a un assoluto, dell’ubbidienza fatta idolo. Sono audaci affermazioni di principio, che in un’anziana monaca di clausura colpiscono e possono sorprendere; sicché, contrastando con la sua personale tendenza, c’è da chiedersi se non vengano, per suo tramite, dall’Autorità Superiore (e Suprema). In ogni caso il libro è stato attentamente esaminato, con alcune correzioni, da un esperto della Congregazione per la Dottrina della Fede: logicamente se ne evince che tali affermazioni non sono state giudicate reprensibili. Scrive suor Lucia: «Ci sono anche diritti personali che il voto non sacrifica [il voto! Persino chi di ubbidienza ha fatto voto] e che tutti abbiamo l’obbligo di rispettare, come devono rispettarli anche i superiori. Questi non possono abusare dell’autorità che Dio ha dato loro, perché in tal caso sarebbero responsabili del disorientamento dei sudditi e del loro tirarsi indietro» (pag. 184). E ancora, a proposito di un sacerdote[29] che si giustificava di aver sostenuto una teoria adducendo l’ubbidienza ai suoi superiori: «Ma non sapeva che non esiste al mondo nessuna autorità che possa costringerci a procedere contro la nostra coscienza?!» (Pag. 265). Dicevo dunque che le istanze attinenti l’ubbidienza, l’unità, la pace ecclesiali non sono un assoluto; né sono i beni supremi (sono ad esse superiori quelle della verità e dell’ortodossia). Ma sono grandi beni, questo sì, grandemente desiderabili. Seguirli, conseguirli, regolarsi di conseguenza, è la cosa normale. Tranne quando la coscienza, cattolicamente formata e intesa, non risponda: non possum. Non posso. È la classica “eccezione che conferma la regola”[30]. Non è una questione numerica, ma di principio: e lo spiego con un esempio. E’ doveroso andare alla Santa Messa la domenica? Certo che sì. Eppure conosco più persone ammalate, alle quali gli stessi confessori, prudentemente, hanno detto di non andarci. Qui è immediatamente evidente a tutti che il contrasto è soltanto apparente, che non c’è contraddizione con il fatto che, in altre circostanze di salute, queste stesse persone tempo addietro hanno sentito i sacerdoti dire il contrario: è l’eccezione (sofferta) che, in quanto tale, attesta la regola. Per chi scrive, che gode di salute discreta, questo caso non si verifica praticamente mai; per le persone cui sto pensando, che hanno (o avevano) salute cattiva quando non pessima, si verifica (o si è verificato) praticamente sempre: ma la differenza non è sostanziale. Da un punto di vista fenomenico, il comportamento è diverso perché diverse sono le circostanze; ma, ciò che più conta, il principio è sempre quello. Che sia una volta o che siano cento. Non si esegue perché impossibilitati; e impossibilitati si può essere non solo materialmente, ma anche moralmente.

Dunque abbiamo applicato questo criterio al nostro caso: ci è stata formalmente trasmessa dalla Curia vescovile, con implicita ma chiara richiesta di accettare, una definita proposta di soluzione, propizia a un certo superamento di “questa dolorosa divisione nella Chiesa” (per dirla con l’arcivescovo Lefebvre nella conferenza di Roma del 1977): cosa dobbiamo fare? Vediamo se viene chiesto alla nostra coscienza qualcosa di non accettabile, il che sarebbe il caso legittimante a rispondere un doveroso “non possumus”. Lo è il “tetto” alle celebrazioni della Santa Messa in rito antico (anche ogni giorno feriale e fino a due domeniche al mese)? Dal punto di vista pratico, non ne abbiamo mai avute di più, e non ci sarebbero comunque le condizioni per averne di più. Dal punto di vista di principio, sarebbe problematico (per il diritto di questa Messa e per il contrasto frontale con l’atto del Santo Padre) se fosse stato formulato come vera e propria autorizzazione, a cui aderire: qui invece viene espressa come mera indicazione della Diocesi, e come tale è per noi accettabile. E’ contrario alla nostra coscienza l’invito ad andare alla Messa in parrocchia (celebrata secondo il rito oggi corrente) almeno una volta al mese e in alcune grandi occasioni? Anche qui si tratta appunto di un invito, non di un obbligo pregiudiziale; motivato con l’opportunità locale – a fronte dell’apertura nei nostri confronti – di farci vedere un po’ più in parrocchia. Del resto non riuscendo, realisticamente[31], ad avere da noi ogni domenica Messe secondo il Messale tradizionale e a recarci tutte le volte residue di precetto in luoghi più lontani ove ne viene celebrata una, già da molti anni andiamo talvolta, di media mensilmente, in un Santuario mariano della zona ad «assist[ere], per adempiere al precetto domenicale»[32], alla Messa (secondo il nuovo Messale) lì celebrata. Sicché la possibilità di portare la presenza già in essere[33] ad una non meglio precisata Messa in parrocchia, in questa situazione migliorata, non ci sembra una differenza sostanziale. Ci è in coscienza inaccettabile la dichiarazione che mi è stata chiesta? Nel metodo, no: essendomi stata semplicemente suggerita l’opportunità di un preambolo, su alcune tematiche, lasciandomi la libertà di redigerlo personalmente. Nel merito, neppure: accettare tutto punto e basta (almeno di principio), non ce la sentiamo; ribadire in un testo unico cose che avevo già detto e scritto, ovvero dire alcuni essenziali sì con le giuste precisazioni, va bene. Rileviamo che questi tre punti non vertono sostanzialmente sulle questioni controverse, che restano aperte, ma hanno piuttosto attinenza con la logica buonsensista dei gesti di buona volontà[34]: volti a rendere meno ostici alla controparte – per così dire – dei passi che nell’ambito locale suscitano forti difficoltà e resistenze. Configura un caso di coscienza il luogo abituale delle celebrazioni, o l’autogestione economica, che ci hanno destinato? Evidentemente no[35]. Per analogia al buon sacerdote, che deve essere fermo nelle questioni di principio ma docile e disponibile[36] all’essere mandato in un posto più grande o più piccolo, più comodo o più scomodo: su questo genere di cose, si ubbidisce punto e basta. Non ci hanno risposto su un certo numero di punti: ciò costituisce il caso in esame? In effetti, sull’ingiusta delegittimazione dei cattolici legati alla Tradizione hanno risposto molto bene (se vogliamo, anche sorprendendoci); sull’apertura all’antica liturgia gregoriana una risposta, ridotta ma importante e relativamente sufficiente, c’è stata[37]. Ma su altri punti[38], risposte concrete ancora non ci sembra di averne avute. Tuttavia tali istanze, presentate reiteratamente e formalmente e mai ritirate, non sono state né accolte né condannate: sicché intanto abbiamo sistemato questi due punti, portando a casa qualche risultato, e domani – anzi, vedete, già oggi – continueremo a perorare, da una posizione non certo più debole, gli altri. Sulla base del principio per cui a legittimare la resistenza a chi è rivestito di legittima autorità non è quel che fa o non fa, ma quel che chiede a me di fare o non fare. Diverso sarebbe se quelle istanze fossero state condannate, se ci avessero imposto come conditio sine qua non la deposizione delle nostre obiezioni, o un silenzio assoluto; ma noi abbiamo messo le varie questioni sul tappeto, e anche durante i negoziati[39] non abbiamo omesso – con senso della misura, ma onestamente – di pubblicare sul sito, che è stato visto, anche articoli “scomodi”: quindi sapevano come la pensiamo[40], e ciononostante non è stata pattuita alcuna adesione totale né l’obbligo generalizzato di tacere. Ho soltanto ascoltato minimi accenni, un paio di volte, a qualche imprecisata punta polemica in generale, e a qualche prudente discrezione che su qualcosa sarebbe talvolta auspicabile: ma fin qui possiamo essere d’accordo[41], o adeguarci, non sono questi degli scogli[42]. La realtà è che stavolta siamo stati presi da “tradizionalisti” e, in sostanza, così come siamo. Sicché, come abbiamo accettato di pagare di persona le scomode conseguenze del nostro dissenso (a differenza dei progressisti, di cui non ci risultano molte dimissioni o emarginazioni), così abbiamo accettato di fare l’accordo canonico possibile (a differenza dell’ipocrisia, demagogica e intellettualmente disonesta, di certi proclami “duri e puri”: impossibile, inconcepibile, compromessi! E poi farli, o avallarli, “sottobanco” o nei fatti).

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Al  discorso appena svolto è importante aggiungere il richiamo a due fattori: la prudenza e la testimonianza; con lo sguardo alla realtà concreta. Senza questi aspetti tale discorso, di per sé giustissimo, rischierebbe di essere spaventosamente astratto: perché prescinderebbe totalmente dall’attuale situazione nella Chiesa, che non è eccessivo definire apocalittica[43]. Come potremmo altrimenti definire una situazione in cui gli episcopati non difendono la fede? Una situazione nella quale persino i Vescovi più duri sono impossibilitati a difenderla? Una situazione nella quale la liturgia è aggredita da una «aberrante» e rovinosa tendenza alla desacralizzazione, che non suscita provvedimenti concreti né esecrazione diffusa? Una situazione in cui la Chiesa – ovviamente sempre viva, e con la vittoria della guerra assicurata – è attraversata da tentazioni suicide? Non siamo noi a dirlo: sono precise affermazioni di Sommi Pontefici e Prefetti dell’organo della Sede Apostolica per la tutela della fede cattolica come Paolo VI, Ratzinger-Benedetto XVI, il card. Seper. Se questi custodi della fede hanno detto queste cose, e precisamente questo hanno detto, non dovrebbe venir da pensare che la situazione è proprio grave? Tant’è che l’arcivescovo Rudolf Graber l’ha apertamente paragonata a una situazione straordinaria di offuscamento quale è stata la crisi ariana. In questo quadro, vanno sottolineate le protezioni rappresentate dall’essere un gruppo, dall’accordo scritto, e dalla struttura a noi concessa (la struttura giuridica, ovvero la cappellania): senza le quali avremmo temuto di fare mosse imprudenti. L’altro elemento concreto, senza il quale l’accordo avrebbe potuto essere pericoloso, è costituito da due chiarimenti, fissati nella mia Dichiarazione[44] e non rifiutati dai vertici della Curia diocesana: noi né eravamo usciti dalla Chiesa ieri (premessa), né rinunziamo a una legittima messa in discussione, di taluni orientamenti, domani (quarto punto, quello conclusivo). Chiarimenti volti, assieme al potenziale impatto di un’autorizzazione finalmente ottenuta, a ostacolare sul nascere ogni eventuale presentazione o comprensione distorta dell’accaduto: così ragionevolmente evitando la controtestimonianza di «un equivoco che sfocia nella menzogna», per dirla con le parole di mons. Lefebvre nel 1975.

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Resta da affrontare un’ultima potenziale obiezione: perché, sull’una o l’altra cosa, non abbiamo chiesto di più? In realtà, abbiamo chiesto tutto quello che andava chiesto, e fatto presente tutto quello che andava fatto presente; semmai, su ciò che non era l’essenziale (in sé o in ordine alla serena accettazione della proposta), si può dire che non abbiamo insistito. Non l’abbiamo fatto perché abbiamo avuto la chiara impressione che il tessuto ecclesiale diocesano non avrebbe accettato (o tollerato) un salto maggiore[45]. Realisticamente. Fosse stato doveroso, saremmo stati disponibili a dire un difficile “nemmeno così”, e a sopportarne il contraccolpo; sebbene in questi lunghi anni abbiamo sempre cercato, anche nelle fasi di maggior tensione, di evitare una rottura totale, anche soltanto con l’ambito ufficiale diocesano. Ma stavolta, che eravamo arrivati alla desiderata soluzione accettabile (su qualche aspetto persino generosa, benché su altri poco entusiasmante), non sarebbe stata la risposta giusta. Non era il caso di alzare la posta, né di procrastinare,né di irrigidirsi, ma di fare al riguardo poco rumore e chiudere al più presto l’accordo raggiunto[46]. «Fossimo almeno tollerati», diceva alla fine degli anni ‘70 l’arcivescovo Lefebvre, «sarebbe un passo avanti considerevole»[47].

Aggiungo due considerazioni a riguardo.

1) A differenza di ciò che si tende a pensare nell’ambito della Fraternità San Pio X, non pensiamo di essere noi a tirar fuori la Chiesa dalla crisi. Vuol dire che pensiamo ne verrà fuori da sola, piano piano, con la furbizia “diplomatica” e altri fattori umani?[48]. Neppure: pensiamo ne verrà tirata fuori, forte forte, dal Santo Padre, dalla Madonna e dal Signore, quando dalle prime luci dell’aurora si passerà al giorno. Questo non vuol dire che noi non dobbiamo fare nulla di specifico (sarebbe l’errore per difetto): infatti, è evidente e notorio, cerchiamo di costruire. Vuol dire invece che non pensiamo di poter fare più di tanto (cercando di evitare l’errore per eccesso). Mettiamo nel Calice la nostra povera, battagliera goccia d’acqua, e attendiamo insieme, serenamente. 2) Nei limiti del punto di cui sopra: quanto bene si potrebbe fare se tanti che non sanno, e – se pentiti – taluni che dovrebbero sapere, non disertassero! Errare è umano, perseverare è diabolico: coraggio, almeno voi orientati in una certa direzione passate tutti dalla teoria alla pratica, invece di imitare volgarmente il triste “tirarsi indietro” del giovane ricco o delle folle, e sicuramente faremo di più.

Bilancio e prospettive

Il 28 gennaio alle 14 e 30, appena lasciato il cappellano caldo di nomina alla stazione di Chiaravalle, dissi agli altri due del direttivo: «è fatta. […] dopo un iter complesso. E dopo diciotto anni fuori, dal mondo cattolico ufficiale, e venti di resistenza attiva[49]». In tre occasioni, a settembre-ottobre 2008, mentre si profilava la strada che prendevano gli eventi, pur attento a non sbilanciarmi provai un’intima commozione, che vidi come un incoraggiamento. Ora, in quella giornata di gennaio nel parcheggio di via della Pace, ripensavo all’uscita dall’ambiente parrocchiale di Chiaravalle (e di ricaduta diocesano). Quanta acqua è passata sotto i ponti in questi quasi diciotto anni! Allora era partito poco più che un singolo tradizionalista (sebbene con qualche simpatia per delle istanze che portava, per un certo “taglio”, ma così deboli da non reggere davanti alle difficoltà e persecuzioni); ora tornava un gruppo tradizionalista, piccolo ma ufficialmente riconosciuto, a livello diocesano, come realtà di cui prendere atto. Di cui tener conto. Garantiti da un accordo ufficiale, da una struttura giuridica in favore della Tradizione. Dopo aver stabilmente riportato nel territorio diocesano la Messa antica (dopo trenta-quarant’anni); e ora rompendo (sia pure nel piccolo) il monopolio del nuovo corso ecclesiale, qua e là liberando un po’ l’aria. Non ci è mai mancata la nostalgia della parrocchia, e poter serenamente prendere parte alla vita parrocchiale è sempre stato un nostro “sogno nel cassetto”[50]. Di certo realizzabile finita la crisi, prima forse. Adesso si apriva un inizio, di estensione ancora indeterminata[51]. Mi tornava in mente la pretesa di qualche “benpensante”, conservatore ma nei fatti allineato, assolutamente integrato, omologato (e latitante nel battersi…preferendo, al più, la prospettiva del mettere un po’ di panna sopra il disastro). Spesso l’ultimo arrivato, la cui pretesa ricordava l’idea eccellente di quei topi: mettiamo un campanello sulla coda del gatto, così sentiamo quando si avvicina… con infastidita presa di distanza dal guastafeste che obiettava: pura volontà fuori dalla realtà! La Diocesi di Senigallia, infatti, è stata molto chiara nel dirci di dare una struttura per i fedeli di rito antico, imperniata sul nostro gruppo, in considerazione di due elementi: il secondo è Summorum Pontificum del Santo Padre Benedetto XVI, che ha dato una qualche spinta, ma il primo è la presenza stabile, consolidata, di un gruppo di fedeli, l’unico già costituito e chiaramente caratterizzato. Infatti in generale nella nostra diocesi la linea prevalente è e resta dichiaratamente poco propensa, per altri[52] l’autorità ecclesiastica stima non ci siano i presupposti per l’applicazione del Motu proprio, e non è previsto nulla in tal senso. In pratica, la Diocesi ha ratificato di diritto la nostra presenza di fatto. Come dunque questo buon accordo, questa nomina, questa apertura sarebbero stati possibili, senza la perseverante determinazione di una lunga battaglia? Senza l’anteriore prendere forma di “un gruppo altro”[53], innegabilmente «aderente al Vetus Ordo»? E come avrei potuto promuoverlo da dentro, quando l’allora mio parroco mi disse (in assoluto) che la linea che seguivo non potevo portarla avanti «nelle strutture mie»[54]? «Certo che uno deve seguire la sua coscienza! Ma vai fuori dalle strutture della parrocchia e fai lì quello che ti dice la tua coscienza!»[55]. Dunque, cari benpensanti, sulla vostra linea cosa avrei costruito? Quando parlai della crisi nella Chiesa, a una riunione interna parrocchiale (a una riunione interna!), egli andò su tutte le furie e disse che ero fuori, che con quel discorso non potevo pensare mi fosse ancora affidata una classe di catechismo[56]. Bene, sapete qual’era questo mio inammissibile discorso? Mi ero limitato a riproporre, a leggere semplicemente, due testi: uno di S.S. il papa Paolo VI e l’altro del cardinale Ratzinger. Peraltro, come si poteva proporre qualcosa controcorrente senza poter muovere serie obiezioni alla corrente?

Ricordando questo, escludo categoricamente ogni intento polemico verso l’allora mio parroco (oltretutto, sacerdote di notevoli qualità). Spero sia il momento, in questa situazione nuova che dovrebbe essere una gioia per entrambi, di renderci, a vicenda, l’onore delle armi: era la formazione che aveva ricevuto, era quello che aveva potuto cogliere dall’ambiente diocesano, e anche dal contesto veniva una spinta alla rottura. Forse è stata la Provvidenza che ha voluto così, per costringermi, mettendomi seccamente davanti a un bivio, allo staccarsi che per un sentito parrocchiano non è facile, ma che oggi ha generato la cappellania Vetus Ordo… E chissà che proprio con quelle inconsapevoli parole del parroco Dio non mi abbia indicato la Sua volontà. Come rispondo spesso, fondamentalmente detesto personalizzare; intendo piuttosto riferirmi ai fenomeni, e questi, ci dice il Signore, vanno scrutati. Tre anni fa in Diocesi mi venne fatto presente un indirizzo dei primi anni ’90 dei Vescovi marchigiani, di non concedere la Messa tradizionale[57]. Come a dire: non è una particolarità della nostra diocesi,o di un singolo uomo di Chiesa. E’ anche vero. Quel che intendo dire con questa rievocazione, con il riferire semplicemente quanto quel giorno è affiorato al mio animo, soprattutto pensando a quelli di linea tradizionale che stanno dall’altra parte, è che la realtà qualcosa dovrebbe insegnare; e questo insegnamento, se si è disposti a vederlo, è chiaro.

 

Evidentemente la determinazione che abbiamo avuto, «senza voltar gabbana», ne esce premiata. Altrettanto premiata esce l’attitudine realmente aperta e pastorale di mons. Luciano Guerri; e le nuove disposizioni, quantomeno il gesto, del Santo Padre Benedetto XVI. Mentre, una volta tanto, non è un successo della tendenza più faziosa dell’area ecclesiale progressista[58]. Né del peggior moderatismo, tradizionaleggiante ma allineatista[59]; come di tanto disinteresse “lavamani”.

***

E adesso? Non sarebbe giusto dire che non cambia nulla (cosa che spesso corre a dire chi prepara cambiamenti sostanziosi): qualcosa è cambiato, ed è giusto tenerne conto. È invece esatto dire che non cambia molto, perché è una novità di per sé limitata, ridotta, piuttosto circoscritta. Non è ancora cambiata la situazione generale. Escludiamo di metterci ora a correre, di fare mosse affrettate[60]. Intendiamo muoverci con calma, con cautela e in spirito di gruppo, ponderando insieme ogni cosa. Prevediamo che gli ulteriori auspici delle due parti contraenti l’accordo, a rafforzare mediante applicazione concreta una comunione intesa come unità maggiore di quella già raggiunta[61] (aspirazione diocesana) e l’universale primato dell’ortodossia (aspirazione nostra), si realizzeranno parallelamente, in ordine e gerarchia.   In questi anni, bene o male si è andata aggregando e rafforzando una presenza di un certo tipo: e questo è stato il primo passo (che qua e là sembra aver dato, già da tempo, qualche frutto appena percettibile). Ora la Diocesi le ha riconosciuto legittimità e un diritto di cittadinanza: abbiamo appena fatto il secondo passo, che andrà consolidato. Attendiamo (non passivamente) il terzo, che sarà il più grande: i provvedimenti di carattere generale[62]. Intanto dedico questa piccola realizzazione mia personale, di quanti con amore hanno fatto con me queste battaglie e della Tradizione vivente e combattente alla venerata memoria delle Loro Eccellenze mons. Marcel Lefebvre, mons. Antonio De Castro Mayer, mons. Salvador Lazo, mons. Rudolf Graber, Vescovi confessori, dei compianti mons. Angelo Mencucci e don Secondo Pierpaoli, care figure “vecchio stampo” del clero locale, e di tutti coloro – particolarmente della nostra terra – che hanno sofferto per la “autodemolizione della Chiesa” e della Cristianità.

 

Monte San Vito, 22-III-2009

Domenica di Laetare                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Solideo Paolini


 


[1] Con ciò equiparandoci di fatto a una Pia unio, essendo il procedimento in uso per alcune Confraternite (il cui priore indica il nominativo del cappellano).

[2] Aspetto importante (su cui abbiamo puntato) per la stabilità e la giusta libertà di tale centro, quando ogni tanto si sente di qualche grossa iniziativa, quindi allettante per la mentalità mondana, che nasce e muore come un fungo. O che, potendosi «far chiudere tutto, oggi o domani», è nelle condizioni di tendere al ruolo della “chiesa ortodossa” in Russia e della “chiesa patriottica” in Cina: convogliare e sterilizzare. Al contrario, il Vicario generale diocesano ha sottolineato, il 16 e anche il 28 gennaio, la natura permanente del nostro accordo.

[3] Ovvero, tra le altre cose, quando si saranno calmate le acque dal noto polverone di questi giorni. Beninteso: noi non siamo allergici agli scossoni, anzi siamo scettici sulla fattibilità della cosiddetta svolta condivisa (soft, di correzione implicita, assolutamente “tranquilla”). Che infatti è in dissonanza con lo stile del segretato ammonimento del Cielo. Tuttavia, rispettosamente, ci chiediamo se il gioco valga la candela: tutto questo pandemonio, di cui certo sarebbe valsa la pena per liberare le parole della Madonna, a che pro? Per togliere – su tardiva, contraddittoria e ambigua richiesta – una scomunica dubbia e ormai piuttosto depotenziata ai quattro Vescovi della Fraternità San Pio X (ferma restando la posizione canonica dei suoi sacerdoti) e far irrigidire Roma sia sulla validità di quella discussa scomunica sia sull’elevazione del pastorale Concilio Vaticano II a «Superdogma» (card. Ratzinger), con arretramento rispettivamente di venti e trentaquattro anni? Non certo per realizzare finalmente dei colloqui dottrinali, come alcuni credono, essendo qualche anno che il card. Ratzinger ha proposto a mons. Fellay l’istituzione ufficiale (anche contestualmente alla regolarizzazione canonica) d’una Commissione bilaterale di discussione dei punti teologici controversi. Anche se il prelato svizzero non lo ha scritto. Sicché, speriamo che questa depistante bufera passi presto…

[4] Stiamo assemblando le risposte a non poche domande (di natura critica) che una persona, con lodevole serietà, ci ha rivolto per iscritto, e che ci danno l’occasione per trattare anche di questo. Di elementi e aneddoti interessanti non ne mancano, tra l’altro bisognerà poi aggiornare alcuni dati obsoleti sul sito, ma qui non vorrei appesantire troppo una relazione già ampia.

[5] Scrissi con la mia sposa al Vescovo, nella lettera del 23 febbraio 2006: «abbiamo avuto modo di esprimere le nostre preoccupazioni dottrinali e perorare il tesoro della S. Messa tradizionale, intravedendo infine delle possibilità».

[6] «Se sarà confermato», confidai al ritorno da Senigallia a chi mi chiedeva del contrasto tra il mio volto, piuttosto serio, e il mio resoconto, piuttosto favorevole. Non per sfiducia delle persone, ma per conoscenza delle dinamiche.

[7] Contro di noi o anche contro il Motu proprio pontificio? I commenti fatti in privato non lasciano dubbi di sorta.

[8] In un clima più disteso.

[9] Plausibilmente, esito della summenzionata riunione di vicaria.

[10] Oltre, implicito, a una certa accettazione nell’ambito ufficiale del gruppo che organizzava tali Messe.

[11] Completamente assente in Summorum Pontificum: nelle disposizioni normative (le uniche a chiedere l’ubbidienza) e persino nelle frasi argomentative (non esenti da argomenti ad hominem davanti alla preventiva «opposizione dura»: come ha convenuto, con molta onestà,  mons. Guerri), o al più bilanciatamente esortative. Condizione la cui ratio ci sembrò essere: o l’esclusione di riserve da parte nostra, quantomeno visibili; o di forzarci a un gesto in direzione delle vedute moderne, dogmatizzate; o di trattarci da sorvegliati speciali; o di attribuire a ciascun diocesano un potere di veto contro di noi. O un po’ ciascuno di questi casi, uno più difficilmente accettabile dell’altro.

[12] Oltre che chiaramente critica, e su un punto persino apertamente irridente (una presentazione ufficiale, nel Consiglio pastorale della Parrocchia capofila della Vicaria e principale della Diocesi!). E la cosa più preoccupante è che, salvo noi, nessuno dei presenti diede segni di dissenso da un tale dissenso dal Pontefice regnante!

[13] Senza giuste motivazioni, avendo – specialmente con le autorizzazioni – celebranti giuridicamente adatti.

[14] Oltre alle nostre, nei decenni precedenti mons. Mencucci celebrava ogni sabato sera a Senigallia una Messa in latino, fondamentalmente secondo il nuovo rito quantunque con l’Offertorio e il Canone tradizionali, e “a porte chiuse” sporadicamente consentiva (anche presenziandovi solennemente) delle celebrazioni secondo il rito antico a Palazzo Mastai: ma nulla di ufficiale e di solido… Ricordo i continui timori, e appena si è ammalato di colpo è finito tutto. Nella limitrofa arcidiocesi di Ancona a intermittenza era stato applicato l’indulto, concedendo per metà anno una S. Messa settimanale nel rito antico (anche qui il sabato pomeriggio e nella chiesa dell’adorazione, a S. Biagio): che, dopo essersi barcamenata tra celebranti anche di idee opposte a quelle tradizionali, non aveva mai avuto lunga vita. Nelle altre diocesi della zona (anzi, di tutte le Marche, salvo occasionali eccezioni d’incerta ufficialità), nulla.

[15] Infatti, emerse successivamente chi era il celebrante che avevano pensato di darci: un sacerdote buono e caro, ma di salute così malferma che dopo qualche mese rimase bloccato a letto e neppure un anno dopo morì. Sicché le celebrazioni offerte, che qualcuno – sapendone poco – mi ha pure rimproverato di non aver accettato, sarebbero durate tre-quattro mesi: dopodiché, il salto nel buio.

[16] Di provare con i parroci, poi magari ci saremmo visti di nuovo.

[17] Su convocazione di Sua Eccellenza, presente anche il Vicario generale.

[18] Dopodiché, fatto per trasparenza quanto dovevamo, abbiamo adottato in materia un prudente silenzio pubblico: sia perché le tappe erano tante, e sarebbe stato fuorviante concentrarci quasi unicamente su questo discorso, sia per non “bruciarlo”.

[19] Tra le svariate chiacchiere a vanvera, che non fanno onore agli ambienti cattolici. Anche in altre occasioni è emerso che si è talvolta confusa la nostra posizione con quella di altri, o attribuito a noi cose non nostre; in un caso è stata data e fatta circolare (non dalla Diocesi) persino una versione falsa di una vicenda.

[20] «Non siete eretici, né scismatici»; «si tratta, diciamo così, della comunione…d’intenti!»; «voi già appartenete alla Chiesa, dovete avere la possibilità di appartenere anche alla locale comunità cristiana, ecco; troveremo il modo».

[21] Con qualche appendice per coloro che non poterono essere presenti…e con il diavolo che, a quanto sembra, non ha mancato di darsi da fare.

[22] Ragionevolmente presunte accettabili, e anche esplicitamente tali; più che altro, la sottolineatura di un paio di conferme.

[23] Che conteneva già, di mio pugno, il preambolo di buone disposizioni, particolarmente verso il Magistero, suggeritomi il 4 novembre, e che – ad oggetto variabile, e tendenzialmente meno accettabile – era un punto nell’aria già da tempo.

[24] Tenendo ogni tanto informato monsignor vicario.

[25] Per la verità, ero andato semplicemente per fare da autista al cappellano, intendendo attendere fuori; ma Sua Eccellenza e il Vicario generale hanno avuto la finezza di farmi entrare, e prendere parte alla simpatica udienza.

[26] Venuto meno il riserbo pubblico, suggerito dalla deferenza di non anticipare la notizia che il giorno prima sarebbe stata data, in anteprima, al Consiglio presbiterale diocesano.

[27] Al quale tra il 27 gennaio e il 22 febbraio abbiamo dato il benvenuto.

[28] Mons. Marcel Lefebvre – Una vita, di S.E. mons. Bernard Tissier de Mallerais, edizioni Tabula Fati 2005, pag. 622.

[29] Da lei vivacemente criticato, a dispetto della (redditizia) tesi sostenuta, senza distinzioni, da taluni.

[30] Anche in questo caso, tuttavia, sempre di ubbidienza si tratta (benché non nella modalità corrente): poiché chi ubbidisce alla coscienza che la Chiesa gli ha formato, non segue se stesso ma la Chiesa. Così san Paolo, inferiore e sottoposto a san Pietro, resistendogli (cfr. Galati 2,11-14) non fu ribelle, ma ubbidiente alla dottrina di Pietro già definita. Viceversa, se l’avesse seguito in questo nuovo esempio contraddittorio sarebbe stato disubbidiente a quella dottrina!

[31] Peraltro, la destinazione di ogni energia alla sola Messa finisce spesso per separarla da un organico e battagliero insieme tradizionale…

[32] Come diceva nel 1972, sia pure blandamente, mons. Lefebvre, che mai l’ha celebrata: cfr. op. cit., pag. 528.

[33] Nelle modalità secondo coscienza, tra quelle classicamente ammesse.

[34] Tramite segni di disponibilità e docilità, compatibilmente con la nostra identità e coscienza.

[35] Anche se la sua definizione potrebbe risentire, assieme ad altri elementi, anche di un fondo di sfavore (almeno restrittivo) nei confronti dell’Ordo tradizionale; tuttavia questo sarebbe l’aspetto residuale, non quello specifico, formale, e quindi più pregnante. E anche se per noi è piuttosto oneroso, lo sappiamo bene… Ma dell’enclave, come la Provvidenza la manda, abbiamo presenti anche gli aspetti positivi.

[36] A meno che non sia evidente che è strumentale al colpire radicalmente le questioni di principio in maniera obliqua, indiretta. Qui tuttavia la prospettiva è più verso un miglioramento (verosimilmente contenuto) che verso un peggioramento; sicché, riserviamo “le barricate” a ciò che più le merita!

[37] Sperando di poter constatare una coerente applicazione dell’accordo da parte di tutto l’ambito diocesano (perché, strana “comunione” e strana ubbidienza alla Curia vescovile, qua e là il gelo si taglia con il coltello).

[38] Come i provvedimenti contro gli abusi (liturgici, nella predicazione, disciplinari); come l’urgenza di mettere in risalto il primato dell’ortodossia e i Novissimi; come l’importanza di puntare sul ricorso specifico alla Madonna; come la necessità di intervenire su due ambiti nodali quali la Pastorale giovanile diocesana e il Seminario regionale.

[39] Come li chiamano a Roma, io di per sé non oserei.

[40] Ricordo molto bene alcune frasi del Vescovo e del Vicario generale, in particolare del 20 maggio 2008 e del 28 gennaio 2009, che mostrano con evidenza come abbiano ben compreso, anche nelle sfumature, la nostra posizione.

[41] Peraltro su queste cose noi abbiamo sempre cercato, per quanto possibile, di parlare «a tempo e luogo», e modo (Cfr. Catechismo di San Pio X).

[42] E penso abbiano capito che abbiamo una parola sola, che non siamo degli irresponsabili, che possono darci un po’ di fiducia (e, almeno nella linea che ora è prevalsa generando l’accordo, ce l’hanno anche data).

[43] In Non disprezzate le profezie riportavo una citazione di padre Umberto degl’Innocenti O.P., docente alla Pontificia Università Lateranense, che andrebbe incorniciata: «Non si giudica una situazione eccezionalissima con i criteri d’ordinaria amministrazione». È appunto in dipendenza da tale gravissima realtà la risposta a un’obiezione, più o meno implicita, che talora ci viene rivolta. Possiamo esprimerla così: anche all’interno della Chiesa [ovvero, non soltanto nei confronti della miscredenza irreligiosa e delle false religioni] voi siete esclusivisti. Capiamo bene… Siamo ben consapevoli della tradizionale varietà nella Chiesa, che certamente è una ricchezza: chi è chiamato al sacerdozio e chi al matrimonio, chi ad essere sacerdote di parrocchia e chi frate in convento, chi suora di clausura e chi suora in ospedale, ordini di antica fondazione e ordini recenti, la durezza medicinale di san Padre Pio e la dolcezza proverbiale di san Leopoldo Mandic, cattolici che seguono il rito romano e cattolici che seguono il rito ambrosiano… Ma a prendere sul serio la portata delle testimonianze sopra accennate (e di molte altre), che attestano il dilagare di un disastro già alle radici dottrinali della pianta, ci si dovrebbe accorgere che la base comune tradizionalmente presupposta oggi non è più tale. Un esempio concreto: in un recentissimo contesto parrocchiale, formato esclusivamente da cattolici praticanti anzi “impegnati”, proposi il tema del primato dell’ortodossia, della dottrina della fede, del deposito della fede, dell’integrità dottrinale. Le reazioni – già al discorso di principio, e fatto in toni non polemici – furono: uno infastidito; una posatamente ma apertamente contraria; due relativizzanti; e diversi indifferenti o mezzi stralunati, come se avessero visto un marziano (e, a onor del vero, uno – che testimoniava l’indefettibilità della Chiesa – almeno pensoso).  Abbiamo anche presente la distinzione che si fa in teologia tra “formale” e “materiale”, e intendiamo lasciare alla Chiesa, alle autorità della Chiesa, la risposta completa e categorica. Ma, senza ipocrisia pilatesca, ci sentiamo in dovere di dire, sommessamente, che si pone la domanda: su queste prospettive, quanto è pluralista verso tutte le opzioni – o tiepidamente minimalista – la tanto decantata Parola di Dio? Dice lo Spirito Santo per la penna dell’“Apostolo della Carità”: «Chi […] non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio».  E persino: «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo» (Seconda lettera di san Giovanni Apostolo). Sulla dottrina della fede, sulla sua rilevanza, su ciò che la tocca, non è forse stata “integralista” la prima comunità cristiana? Non lo è sempre stata la Chiesa? Ciò che intendiamo dire è: se in coscienza abbiamo effettivamente notevoli dissensi e riserve (che non sono mica dubbi sulla fede!), se non diciamo (magari con poca sincerità) che ammettiamo tutto e il contrario di tutto, se ripetutamente muoviamo obiezioni, è questione meramente della nostra attitudine critica (che vorrebbe essere costruttiva) o del problema oggettivo cui essa, come il dito che indica la luna, rimanda?

[44] Che quindi è stata un preliminare, comprensibile e opportuno, per entrambi i soggetti che hanno stipulato l’accordo.

[45] Ciò non vuol dire che quella del novembre 2008 fosse una proposta chiusa come quella dell’anno prima, perché, preceduta da un ascolto diretto, già aveva recepito per quanto poteva le nostre osservazioni (circa i punti oggetto dell’accordo). Mons. Guerri mi disse che il Vescovo gli avrebbe dato tutte le nostre carte per prenderne visione, e in effetti successivamente vidi tra le sue mani il faldone con la “pratica tradizionalisti”, ben voluminoso…

[46] Secondo il metodo che il cardinal Siri nel 1978 aveva fiutato come necessario per il caso di Ecône. Metodo che, trovando allora disponibile un mons. Lefebvre meno anziano e provato, si concluse con un traumatico insuccesso per le manovre dei Vescovi francesi e della Segreteria di Stato; alle quali di fatto il rigorismo astratto del card. Seper e le esitazioni collegiali di metodo del neoeletto papa Giovanni Paolo II, che poi se ne pentirà amaramente, avevano lasciato campo. Ai rapporti Ecône-Roma, soprattutto al 1987-1988, ho pensato parecchie volte durante l’ultima ripresa dei nostri colloqui con Senigallia.

[47] Pag.576, op.cit. .

[48] Come tende a pensare l’area ecclesiale moderato-conservatrice (quella che nella FSSPX chiamano “la destra conciliare”).

[49] E di resistenza passiva, cioè di poca ricezione dell’aggiornamento “nuovo corso”, di più ancora…

[50] Riporto alcuni stralci della lettera dell’ottobre 2005 di Solideo Paolini e Claudia Marchini all’Arciprete di Monte San Vito, con un libro di accompagnamento: «Per la concomitanza dei due punti summenzionati [«Da un lato, abbiamo delle serie riserve su tante cose che si fanno oggi nella Chiesa (e non è un caso se diciamo “nella” Chiesa piuttosto che “dalla” Chiesa) (…) Dall’altro, saremmo ben felici dell’assenza di barriere, che però finora abbiamo constatato essere erette contro di  noi, legati al cattolicesimo tradizionale»; «portiamo alcuni esempi»] abbiamo agito in stato di necessità, nella certezza assoluta che tale situazione sia soltanto provvisoria»; «abbiamo sempre desiderato la pace e l’unione», «tra i “tradizionalisti” e le parrocchie attuali »; «siamo ben aperti e attenti nel guardare ad eventuali evoluzioni di questo quadro, nelle quali i problemi siano totalmente o parzialmente superati o quantomeno [vi] si possa rapportare meglio».

[51] Il nostro accordo di per sé è con la Diocesi (non a caso è firmato dal Vicario generale e dal responsabile del gruppo); con le Parrocchie lo è indirettamente, per ricaduta.

[52] Come quelli che prima erano corsi a organizzare, in maniera imponderata, la gran Messa tridentina del 16 settembre 2007 alla Croce e subito dopo chi materialmente a fuggire, dietro scuse (il celebrante), chi a far proclami di «obbedienza (?) incondizionata» (gli organizzatori). Unici risultati rimasti dell’effimera iniziativa: illusioni, e il “giro di vite”.

[53] Come dissi all’allora mio parroco una ventina di anni fa.

[54] Poi corretto, davanti alle mie proteste, in un «nelle strutture di cui sono responsabile».

[55] Ma da fuori, quando lo feci davvero, erano manovre scissionistiche, contrastate in tutti i modi! “Fronda” no, fuori neppure…

[56] Per la precisione, la rottura (relativa, restando ai margini) si è preparata su tre punti e prodotta su un quarto. Nel 1989, catechista di taglio singolarmente classico (ovviamente con le informazioni del tempo), rimasi letteralmente sconvolto dalla Comunione sulla mano, che rifiutai nettamente e assolutamente. Ed ora, vent’anni dopo, vedo che critiche a riguardo arrivano dai vertici della Congregazione del Culto Divino; e che nelle Messe del Sommo Pontefice mostra di non essere favorita, al contrario ancora di certe parrocchie. Ricordo che, angosciato dal prossimo arrivo in Italia e presagendo che avrebbe pressoché espulso la Comunione sulla lingua, scrissi preventivamente al Vescovo di allora nella prospettiva, quantomeno, dell’arginarla. Ne ricevetti una risposta rassicurante, purtroppo contraddetta dalla realtà (per cui qui da noi la nuova facoltà optativa, un po’ come i Misteri della luce abusivamente equiparati agli altri tre costitutivi ed esattamente al contrario della Messa tradizionale con il Motu proprio, venne lasciata tranquillamente “strabordare” e sostituire quasi completamente la prassi precedente). Nel 1990 i primi abbozzi spontanei d’un raggruppamento di orientamento tradizionale, che aumentarono le difficoltà e preoccupazioni. Nel maggio 1991 la denuncia della crisi, il parlare in quella riunione dell’esistenza di una crisi interna a livello generale, fece da detonatore, palesando che non era soltanto un mio gusto. Questi tre punti prepararono il terreno al reciproco irrigidimento su quello su cui avvenne la (parziale) rottura: il parroco mi pose come condizione al rinnovo del mandato di catechista l’utilizzo strutturale dei testi correnti, e io, che mi basavo sostanzialmente sul Catechismo di San Pio X, risposi che così mi vedevo costretto a rinunciare. Il locale gruppo “tradizionalista”, nei suoi primi conati, nacque di fatto come implicita reazione all’avanzata, sempre più monopolizzante, del  “nuovo corso”, senza che nessuno di quelli poco convinti facesse qualcosa contro questo andazzo (qualcosa di significativo, qualcosa che restasse). Ora ritorneremmo, come tipologia di situazione, alla mia prima del ’91 (e a quella di mons. Lefebvre tra il 1965 e il 1975); con alcune differenze: la maggiore esperienza, il contesto generale più deteriorato, la struttura collegata ma a sé.

[57] Indirizzo formulato non certo contro di me: al tempo non la organizzavo, la mia attività in favore del cattolicesimo tradizionale si produceva piuttosto su punti catechetici e formativi in genere (pur cercando di recarmi dove c’era una liturgia di tipo o tendenza  tradizionale; ricordo tra l’altro quando, minorenne, il sabato pomeriggio prendevo l’autobus per Senigallia e andavo a qualche Messa di mons. Mencucci alla Croce…dove il 28 gennaio sono passato con il cappellano, in un clima festoso, a ringraziare il Signore subito dopo l’incontro con il Vescovo). Era invece una disposizione in generale (a sostegno della quale ho sentito invocare la comunione tra vescovi); semmai, secondariamente, verso chi qua e là – in altre diocesi – ogni tanto organizzava qualcosa del genere o la chiedeva, ed erano ambienti assolutamente “entristi” ed esternamente allineati.

[58] Che ha sempre avuto paura a “legittimarci” (come un ecclesiastico un giorno mi ha detto apertamente).

[59] Un calderone concentrato di anemia, individualismo, opportunismo di gente che “sta coi frati e zappa l’orto” o sta con l’orto e zappa i frati, leggerezza effervescente, talvolta doppiezza anfibia… Con le giuste distinzioni, ma il fenomeno purtroppo è ben reale, desolante, e richiama la vomitevole tiepidezza dell’Apocalisse. Un giorno un sacerdote mi chiese se ero d’accordo che togliendo i vincoli ci sarebbe stato un gran ritorno alla Tradizione; la mia risposta fu in un’ottica tutt’altro che demagogica: visto il livello scadente anche di vari amici del rito tradizionale, penso piuttosto che il grande ritorno ci sarà con quanto dal Cielo anticipato in visione a Fatima: il bagno di sangue.

[60] Ho invece in mente un punto specifico di collaborazione con la parrocchia di riferimento, un servizio ben pensato che può essere utile senza presentare problemi per nessuno: intanto possiamo offrirci, noi stessi, di fare questo.

[61] Quando negli ambienti diocesani mi hanno detto, in diverse occasioni, che ci vuole la comunione [ecclesiale], che ci deve essere la comunione, ho risposto (sia a voce che per iscritto) sviluppando questo discorso: non dico certo di no, ci mancherebbe altro! Ma bisogna anche dare della precisazioni, dire cosa più specificamente si intende. Perché in realtà talvolta  non si intende soltanto la comunione ecclesiale nel senso teologico-canonico, né soltanto come carità fraterna nella Chiesa, ma anche in un’accezione più ampia: come un certo seguire, con sfumature diverse, la stessa linea (enfasi questa che forse non è immune dalle opinioni teologiche di una certa scuola e comunque che rischia di scadere, non dico intenzionalmente, in una viscosa imposizione al conformismo). Possiamo dire: come sintonia. E pure questo è di per sé desiderabile, in prospettiva non lo escludiamo affatto (anche se la nostra situazione attuale è, in ogni caso, indiscutibilmente regolarissima); ma c’è un problema. Come ho scritto al Vescovo il 7 luglio 2008, un atto del Magistero quale l’enciclica Humani generis afferma esistere anche un tipo di unità condannata, da rigettare: l’unità «nella comune rovina», ad esito della strada indicata dalla “nuova teologia” neomodernista. Le cui idee sono sottese a tante odierne prassi (per esempio: analizzando dei canti delle “Messe dei giovani” si vede che sono profondamente influenzati da concezioni non ortodosse, come – tra le altre cose – la concezione di fede e di religione espressamente condannata dal Magistero nell’enciclica Pascendi. E non siamo noi, ma autorevoli prelati come l’arcivescovo Graber e il cardinale Antonelli a scrivere che nella riforma liturgica si è frettolosamente riversato il pensiero delle correnti teologiche progressiste, usando la liturgia come veicolo popolare). Perciò la questione del cantare in coro non può prescindere da un’altra questione, che viene prima, e con la quale va integrata: cantare cosa? Altrimenti rischia di essere uno slogan fumogeno, buono soltanto a chiudere la bocca e legare le mani. Il papa Paolo VI, paventando con Jean Guitton che un «pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo» avrebbe finito per diventare il più forte nel mondo cattolico e dicendo che però avrebbe dovuto rimanere un resto controcorrente, per quanto piccolo (poca sintonia quindi), sarebbe forse stato un nemico della comunione?

[62] Molto a livello della Chiesa universale, con il crollo della situazione attuale, qualcosa volendo già a livello locale.

 

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Dichiarazione

 

Monte San Vito, lì 9 – XI – 2008

Dedicazione dell’Arcibasilica del S.S. Salvatore

Eccellenza Reverendissima,

adempio con la presente al grato compito di comunicare ufficialmente a Vostra Eccellenza che il nostro gruppo – lieto del dialogo apertosi, rassicurato dalla chiara affermazione del Vicario Generale Diocesano[1] che non siamo considerati né eretici né scismatici, e dopo aver riflettuto, pregato, discusso – accetta la proposta che ci è stata rivolta, come espostami oralmente da Mons. Vicario nell’incontro del 4 c.m., della quale rivolgiamo al nostro Ordinario domanda di applicazione.

Accogliendo senz’altro i benevoli suggerimenti ricevuti, e adempiendo altresì alle disponibilità che ho dato, nel quadro di una solida soluzione stabile, in diverse occasioni e particolarmente il 13 agosto e 7 dicembre 2007, procedo ad attestare preliminarmente alcune precisazioni, già accennate, facendone oggetto della seguente dichiarazione formale.

1 – Accogliamo con la debita sottomissione il Magistero costante dei Romani Pontefici, da San Pietro a S.S. Benedetto XVI felicemente regnante, secondo la mente di Santa Madre Chiesa.

2 – Dichiariamo la nostra comunione cattolica con tutta la Chiesa, «con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli»[2], con tutte le generazioni cattoliche.

Di tutto cuore professiamo la nostra ferma fede nell’indefettibilità del Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo. 

3 – Con gioia esprimiamo il nostro attaccamento filiale alla Chiesa locale e alla Cattedra di V.E. .

4 – Intendiamo avvalerci delle possibilità di discussione previste ai canoni 212 e 215 del Codice di Diritto Canonico, nei limiti della nota teologica delle materie, nello stile di evangelica franchezza che ha reciprocamente improntato i nostri colloqui, e in uno spirito di carità ecclesiale.

Ringraziamo vivamente l’Eccellenza Vostra dell’attenzione prestata alla questione, al cui esito positivo l’apertura pastorale e il paziente impegno del Rev. mo Mons. Luciano Guerri, Suo Vicario Generale, hanno concorso in maniera rilevante. Vogliano la Madonna della Speranza, il Beato Pio IX, tutti i nostri Patroni e Protettori continuare ad accompagnarci, ottenendo ogni grazia e benedizione all’unità cattolica, unità nella verità, unità per la missione.

Assicurando V.E. delle nostre sentite e perseveranti preghiere, e rivolgendo un ardente omaggio alla Santità di Nostro Signore nell’odierna bella festa della Chiesa Romana, genufletto al bacio del Sacro Anello.

                                                                                                              Solideo Paolini          

(A nome del Circolo “Cattolici per la Tradizione”)


 


[1] 12 settembre 2008

[2] Canone Romano

 

Monte San Vito, 28 gennaio 2009

Eccellenza Reverendissima,

con filiale devozione mi permetto di confidare a Vostra Eccellenza i pensieri che sono oggi nel mio cuore, trasponendoli sul presente foglio.

In primo luogo, con animo grato e commosso esprimo un ringraziamento doveroso e sentito a V.E. per l’accordo concesso. Nel contempo ne ringrazio la Divina Bontà, nella gioiosa contemplazione delle sorprese che la meravigliosa Provvidenza, anche conoscendosi di persona in maniera più approfondita, ci riserva.

Sono profondamente convinto che nella nostra cara diocesi abbiamo fatto la cosa giusta, trovando una soluzione realisticamente seria, di buon senso e accettabile in coscienza per noi tutti, senza né dissimulare le reciproche riserve né farcene bloccare. Forse V.E. finora ci ha conosciuti soprattutto per i punti di vista diversi e per la posizione ferma, con le relative “obiezioni di coscienza”; sono fiducioso che constatando anche altri aspetti, come una  leale affidabilità e altresì un senso ecclesiale non scevro da qualche esperienza, Ella avrà a confermarsi nella convinzione che, accondiscendendo a tale soluzione, ha fatto bene.

Il secondo ordine di pensieri – in continuità con i “Vota” consegnati in Curia il 12 settembre u.s., con alcune delle «considerazioni» (come V. E. le qualificò nella Sua del 29 luglio 2008) contenute nella mia del 7 luglio 2008, nonché espresse (come Lei amabilmente mi disse il 20 maggio 2008) numerose altre volte in precedenza – concerne il dovere di coscienza di ripeterLe, in ginocchio, la supplica costituita dagli altri punti delle suddette istanze. E ciò – si degni V.E. considerare – nasce proprio da un’attitudine non chiusa su noi stessi, nasce proprio dall’amore a tutta la Chiesa.

In questo spirito, sottopongo nuovamente a V.E. alcune gravi preoccupazioni: com’è possibile che tante generazioni cattoliche, anch’esse parti dell’unica Chiesa con cui si deve essere in comunione, hanno  professato il primato dell’ortodossia e un grande senso di sacralità, e oggi un tale “peso” non appaia riconosciuto, particolarmente nella trasmissione alle nuove generazioni?

Quando ripetutamente si vede il Santo Padre che ha preso a dare la Comunione sulla lingua e in ginocchio, ripetutamente, e un parroco (che peraltro, se gli fosse dolcemente segnalato dai superiori, penso non avrebbe neppure difficoltà a correggersi) che va in direzione opposta presentando la Comunione sulla mano come praticamente scontata, non si dà l’immagine di “chiesa parallela”?

Se quando accade una disgrazia chi non avesse posto bene in evidenza una chiara segnaletica sul pericolo di morte va sotto processo, non dovremo supplicare i Pastori di “gridare dei tetti” la messa in guardia dal pericolo più irreparabile e oggi meno presente: l’inferno? Ammonizione sulla quale la Parola di Dio non ci dice forse parole terribili: se tu non l’avrai avvertito – e la luce non si mette sotto il moggio – della sua rovina Io chiederò conto a te? Guai ai Pastori…

Non si dovrà ricordare – nella prospettiva di continuità di cui dice il Santo Padre Benedetto XVI – che un atto del Magistero, quale l’enciclica programmatica dell’ultimo Papa canonizzato, condanna esplicitamente la tendenza a mettere l’uomo al posto di Dio, bollando questa come la pseudoreligione dell’Anticristo profetizzato?

Se abbiamo esempi dei grandi frutti di atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria (frutti di pace e protezione, di rinnovamento spirituale, di vocazioni), perché, a fronte di certe dure difficoltà, non provare, realizzando o rinnovando una tale consacrazione? Si potrebbe utilizzare uno dei testi usati dal Santo Padre Giovanni Paolo II, ad esempio quello del 25 marzo 1984, appena adattato, e il Sinodo diocesano potrebbe costituire un’occasione solenne per tale atto: che mentre non vediamo quale difficoltà possa presentare, siamo certi darebbe frutti che rallegrerebbero molto il cuore di V. E..

Bussando ancora, non per noi, alla Cattedra episcopale, il Suo cuore di Pastore voglia considerare che questo è realmente il bacio che mando, nell’odierna bella giornata, alla “Chiesa locale” e a tutto il Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo.

Assicurando V.E. delle nostre osservanti preghiere, La supplico di voler concedere a me e al nostro gruppo il prezioso beneficio della Sua benedizione.

Solideo Paolini

 

 

Monte San Vito, maggio 2009

 

DIOCESI DI SENIGALLIA, NOMINATO UN CAPPELLANO

PER I FEDELI LEGATI AL RITO ANTICO

 

Spett. Sito,

poiché a suo tempo Vi siete interessati alle S.S. Messe in rito tradizionale organizzate dal nostro gruppo nel territorio della diocesi di Senigallia (prima a Chiaravalle e successivamente nella limitrofa Monte San Vito), abbiamo la gioia di comunicarVi che finalmente abbiamo ottenuto dalla Diocesi l’autorizzazione a tali celebrazioni, e la nomina di un cappellano; accoglimento stabile, garantito da un documento di accordo con la Curia e da un decreto del Vescovo. Contestualmente, Vi trasmettiamo il calendario attuale delle Sante Messe: ogni quarta domenica del mese (salvo luglio e agosto), alle ore 10; e in altri giorni e orari, fissate di mese in mese secondo le possibilità. Sede delle celebrazioni è stato confermato il luogo già in uso: la chiesetta rurale della Madonna del Rosario, in via Moruco.

Dando questa notizia, non intendiamo “cantare vittoria”; non è questo il nostro spirito. Semmai speriamo che la novità di questa apertura, dopo tanti anni di difficoltà, apporti un piccolo contributo contro certa tendenza alla stagnazione. Le Marche da un lato sono una bella terra, ben vivibile, a dimensione d’uomo; dall’altro, tendono all’appiattimento su un sordo conformismo. In questo quadro, il risultato conseguito può essere incoraggiante: non è scontato, non è obbligatorio subire la dittatura del conformismo; non è scontato, non è obbligatorio “lavarsi la mani” sulle questioni ecclesiali; non è scontato, non è obbligatorio l’opportunismo del lamentarsi in privato e adeguarsi in pubblico (almeno finché le condizioni sono sfavorevoli), facendo prendere al dissenso la via bassa del pettegolezzo e della lamentela sterile: anche scelte controcorrente possono conseguire risultati…

Ringraziamo per la cortese ospitalità e rivolgiamo i più cordiali saluti alla comunità ecclesiale marchigiana, diocesana e parrocchiale monsanvitese. Siamo a disposizione per ogni approfondimento al nostro indirizzo di posta elettronica: infoctm@cattolicitradizionalistimarche.it.

 

Circolo “Cattolici per la Tradizione”

Il responsabile (Solideo Paolini)

 

 

 

Monte San Vito, maggio 2009

 

COMUNICATO

 

DIOCESI DI SENIGALLIA (AN), RICONOSCIMENTO ECCLESIALE

E NOMINA DI UN CAPPELLANO PERSONALE

PER IL NOSTRO CENTRO DI MESSA TRADIZIONALE

 

 

Siamo lieti di informare i siti che forniscono elenchi dei centri di Messa in rito romano antico che quello organizzato, ormai da undici anni, dal nostro gruppo è stato canonicamente eretto in Cappellania da Sua Eccellenza il Vescovo di Senigallia, nel quadro dell’accordo permanente con la Diocesi la cui documentazione è pubblicata, con un ampio resoconto, sul nostro sito www.cattolicitradizionalistimarche.it.

A seguito del riconoscimento diocesano, la sede delle S.S. Messe resta la chiesetta rurale da noi attualmente in uso, mentre il calendario, per l’anno 2009, viene ritoccato come segue: confermiamo il paio di celebrazioni mensili in essere al momento dell’istituzione della struttura, portandone una in data fissa: ogni quarta domenica del mese, alle ore 10 (salvo luglio e agosto). In questa occasione vengono indicati, negli avvisi, giorno e ora delle celebrazioni “mobili”.

Distinti saluti.

Circolo “Cattolici per la Tradizione”

Il responsabile (Solideo Paolini)