

Le buone cause non hanno bisogno delle furbizie
Lettera aperta al prof. Andrea Carradori
Monte San Vito, 24 ottobre 2009
Caro Andrea,
di recente – come ti dissi – ho avuto conoscenza delle tue dichiarazioni pubbliche inerenti, sostanzialmente, la celebrazione nelle Marche della Santa Messa secondo il rito antico. Vorrei commentare tali affermazioni, rivolgendoti qualche domanda e qualche invito. È infatti indubbio che le dichiarazioni pubbliche possono essere pubblicamente discusse; peraltro, le mie caute osservazioni in privato sono evidentemente rimaste infruttuose, al punto che quando ti accennai la mia perplessità per l’intervento in oggetto tu ritenesti di replicarmi che ognuno fa quello che vuole. Ecco dunque la presente Lettera aperta, essendo fatti non personali ma di rilevanza ecclesiale.
1) Poiché hai affermato: «In questi giorni si stanno organizzando, in diverse città delle Marche, le richieste per usufruire della forma liturgica straordinaria della Chiesa in applicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum”», ti chiedo di precisare:
1a-quali siano tali città, addirittura «diverse»;
1b-da quali soggetti, personali o associativi, emani ciascuna di dette richieste.
Spero non si tratti di notizie “gonfiate” come quelle dei tuoi elenchi delle Messe tradizionali già in essere, nei quali, nonostante i miei reiterati amichevoli inviti, hai sinora mantenuto inesattezze e persino centri attualmente inesistenti. Spero soprattutto (ma non ci credo molto) che non sia la frettolosa applicazione di quanto dicesti nella recente riunione a Campocavallo degli attuali centri di Messa delle Marche e dell’Umbria, ove affermasti che, in recezione di sollecitazioni allogene da te ricevute, ti riproponevi di operare precisamente in tal senso. Infatti davanti al mio intervento, in cui espressi argomentate riserve sulla vostra logica da centro promotore, spiegando che da mosse affrettate e velleitarie potevano venire soltanto dei mali, tu dicesti, e più di una volta, che eri d’accordo. Sarebbe l’ennesima volta in cui hai detto “sì si, sì si, sì si” e hai fatto “no no, no no, no no”.
2) Poiché, pur riconoscendo l’assenza di stabili «gruppi organizzati», hai asserito una diffusa permanenza della Santa Messa in rito romano antico «in occasione delle feste patronali», soprattutto nelle zone di montagna (?), ti chiedo di precisare:
2a-quali sarebbero queste montagne, immagino boscose (da dove evidentemente le notizie filtrano poco), sulle quali si sarebbe continuato a celebrare nel Vetus Ordo;
2b-se tale fantastica notizia sia per caso funzionale al creare una “pezza d’appoggio” alle richieste, avanzate o anticipate, di cui al punto precedente.
Con il che non escludo affatto che qua e là (forse nelle zone montane in misura maggiore) sia effettivamente rimasto, pur disorganizzato, un desiderio di questa liturgia; forse celebrazioni occasionali in tal senso ci saranno anche state, sicuramente ci sono varie persone che – anche non praticandola – vedrebbero di buon di buon occhio una sua rimessa in circolazione. Più ampiamente, il recente sondaggio che la Doxa ha realizzato a livello nazionale conferma sia l’interesse di numerose persone, persino di non praticanti, sia il fatto che spesso tale interesse non è proprio incoraggiato: sebbene io pensi che nella simpatia vada considerato anche l’aspetto della solidità, e sebbene gli organi d’informazione siano propensi al sensazionalismo, non è plausibile che la prestigiosa Doxa sia così autolesionista da avventurarsi in percentuali del genere per tendenze di cui non esistano effettivamente tracce significative. E ho constatato personalmente l’assenza, o la messa in ombra, del Motu proprio “Summorum Pontificum” in più librerie cattoliche; una delle quali mi ha detto apertamente, in risposta alla domanda sui motivi di tale singolare dimenticanza, che non c’era perché controverso. Ma la vostra logica irrealista del “fare il passo più grande della gamba”, figlia d’un mondano culto della quantità, in primo luogo non è confacente alla giustizia né alla serietà della questione (e il fine non giustifica i mezzi); in secondo luogo, non ricordi quante volte mi hai riconosciuto che, di fatto, arreca danno sia alla pace ecclesiale (senza motivi proporzionati) sia alla stessa causa della liturgia tradizionale? Non ricordi quante volte ho detto, a te e ad altri esponenti più che altro liberalconservatori, di non realizzare le celebrazioni in rito tradizionale durante le Messe d’orario, e più ampiamente di contenere pompe e trionfalismo fuori luogo? I miei inviti a non lasciare che gli entusiasmi prendano il sopravvento vi trovano sordi, e il risultato lo sai. State attenti alla incorreggibilità: perché errare humanum est, perseverare diabolicum.
3) Poiché assieme a belle considerazioni sull’indole della nostra terra hai dipinto un quadretto idilliaco della situazione in essa della Messa gregoriana, ti chiedo:
3a-come detta rappresentazione possa considerarsi coerente rispetto a quanto hai asserito, anche recentemente, in altre sedi (ad esempio, nella lettera anonima che avete fatto pubblicare su sì si no no);
3b- se per caso sia funzionale allo sperato accoglimento delle contestuali richieste (improvvidamente inoltrate o ventilate “a pioggia”, quando sarebbe giusto e saggio discernere caso per caso); o comunque alla manovrina politica del dipingere numerosissime richieste e quasi nessun problema.
Caro Andrea, quanto realmente tu pensi, ovvero che nelle Marche sia prevalente un orientamento restrittivo verso questo rito, non è un mistero per nessuno. Sono difficoltà di vecchia data, che gravano ad ampio raggio; ma dietro le difficoltà non bisogna forse riconoscere anche il Dito della Provvidenza, come occasioni per fortificarsi e migliorarsi? E per rapportarsi a questa realtà, pensi che il binomio “servilismo verbale – inaffidabilità pratica” sia migliore di quello “franchezza critica – leale e ordinata attitudine”? Pensi che sia una linea più responsabile? Più prudente e caritatevole? Più costruttiva?
Non
dubito delle tue intenzioni. Ma sono nauseato dai mezzucci della corrente
ecclesiale moderato-conservatrice. Sono nauseato (ed è il sentimento e la
posizione del nostro gruppo) dalla prassi anfibia, double-face, di certi
settori, con la loro discrepanza tra quel che si dice in privato e quel che non
si dice in pubblico (per questo, con i giusti limiti, queste cose te le dico in
pubblico). Con le loro chiacchiere da comari, con la loro tendenza (che detesto)
a personalizzare. Sono nauseato dal sentir sparlare dei Vescovi, o come minimo
prenderne le distanze (suppongo, se tanto mi dà tanto, che coi Vescovi voi della
vostra area sparlerete di me, o almeno ne prenderete le distanze), invece di
testimoniare costruttivamente il proprio disaccordo. Sono nauseato dagli
impliciti inviti circa il nostro accordo con la Diocesi di più d’un
ratzingeriano (che teoricamente dovrebbe avere una posizione meno problematica
della nostra): quando ci è stato proposto, a non accettarlo; e successivamente,
in buona sostanza, a non attenerci al profilo concordato. Sono nauseato dalle
“polpette avvelenate” e dai giochini vari. Sono nauseato dalla propensione alla
scorciatoia (assomiglia forse alla «via regale della Santa Croce»?), dalla
propensione all’astuzia, in cui, nonostante quanto detto a riguardo dal Santo
Padre, identificate la prudenza; sebbene anche i frutti dovrebbero smentire
questa linea. Una strada ben poco lineare che è stata seguita anche nei rapporti
tra Roma ed Ec
ne,
pensiamo all’ultimo inverno, al punto che di un documento (nella sua integralità
segretato) sono state diffuse due citazioni virgolettate tra loro diverse: e i
bei risultati di questi indegni pasticci li abbiamo visti… So bene che la
franchezza è atta più a passare nel ruolo dello scocciatore (anche da posizioni
contrapposte) che a farsi tanti amici, ma pazienza, la demagogia non è il mio
forte.
Andrea, fermati! Tu hai notevoli talenti, che il Signore ti ha dato per il bene comune: sei un grande musicista, che con la musica e il canto ha dato molto alla cultura e alla comunità ecclesiale marchigiana; sei una persona dalle indubbie doti di cuore. E sai bene che non faccio “elogi pelosi”. Sii appagato dalle cose buone presenti, senza continua frenesia! Se il tempo che ti hanno richiesto queste iniziative disordinate lo avessi impiegato a raccoglierti nella recita della corona del Santo Rosario, in un sol colpo avresti conseguito tre beni: non avresti fatto danni, avresti attirato – possiamo sperarlo – delle grazie, e avresti avuto una pace profonda. Forse in un artista si può ammettere un po’ di sregolatezza, l’essere poeticamente portato a rappresentazioni romanzate; ma nella vera umiltà, che è consapevolezza delle proprie qualità e dei propri limiti, non sarebbe saggio attenersi, diligentemente e cautamente, a quanto disse il Santo Padre nella primavera 2005: astenersi dal fare senza aver preso consiglio? A dispetto dell’individualismo liberaloide, insofferente a questa prospettiva che sto perorando. E non soltanto i consigli di anonimi, ma anche quelli di coloro dei quali puoi scrivere nome e cognome. Altrimenti rischi – tu e chi condivide il medesimo modus operandi, la medesima prospettiva – di essere nelle Marche, sul piano oggettivo, il maggior nemico della Messa tradizionale (e, ciò che più conta, delle istanze tradizionali in genere).
Solideo Paolini
Responsabile del Circolo "Cattolici per la Tradizione"