

Il 7 luglio 2007, primo sabato del mese e proprio del mese in cui cadeva il novantesimo della trasmissione del Segreto di Fatima, nonché cinquantacinquesimo anniversario dell'accenno consacratorio della Russia di S.S. Pio XII, il Santo Padre Benedetto XVI pubblicava un Motu proprio, intitolato "Summorum Pontificum", con il quale personalmente il Sommo Pontefice riordinava la normativa sulla liturgia antica. Il 14 settembre 2007, festa dell'Esaltazione della Santa Croce, l'atto pontificio – che intanto aveva avuto un'ampia risonanza sui mass media – entrava ufficialmente in vigore. Nella lettera di accompagnamento dell'atto normativo, lettera di tenore argomentativo e tranquillizzante, il Santo Padre chiedeva ai Vescovi di «scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo Motu Proprio».
Poiché siamo giunti alla scadenza prevista per la verifica questo sito, come altri organi di informazione d’area "tradizionalista" o comunque pro Messa antica, coglie l'occasione per esprimere, anche alla luce di una certa esperienza ad ampio raggio, la nostra posizione sul primo bilancio ufficiale. In continuità con le considerazioni, per così dire "interlocutorie", pubblicate nell'immediatezza dell'evento (Gioia sobria,13 luglio 2007) e nel suo primo anniversario (Il Motu proprio “Summorum Pontificum” un anno dopo. Gioiosa gratitudine e pensosa preoccupazione, autunno 2008); ma anche nell’attesa dell’evento annunziato, quando ne scrivemmo che plausibilmente avrebbe determinato una situazione «più favorevole, o meno sfavorevole»[1].
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Quanto al nostro gruppo infatti, abbiamo potuto sistemare la questione liturgica. Siamo contenti, e convinti, della soluzione trovata; siamo e saremo fedeli al profilo del nostro accordo, della convenzione stipulata con la Diocesi (che si è avvalsa anche della spinta data dal gesto pontificio), e localmente concentriamo la battaglia per la Tradizione su altri punti, tuttora apertissimi[2]. Ma standoci appunto a cuore il bene comune, più che al nostro caso – di cui certamente teniamo conto – pensiamo alla Chiesa universale. Di qui le seguenti riflessioni, sperando che siano utili al dibattito in materia.
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Il grande pregio di Summorum Pontificum è quello di riconoscere formalmente il diritto della Messa della Tradizione[3]. Mentre "l'indulto stretto" del 1984 (Quattuor abhinc annos) dipingeva, restrittivamente, un'eccezione che appariva fatta malvolentieri; dalla stabilità incerta e sottomessa a clausole singolarmente rigide, vessatorie. Parliamo di riconoscimento formale (nel senso canonico) perché, in questo l’analisi fatta dai liturgisti progressisti nell’estate 2007 ha ragione, i suoi elementi materiali già c'erano, crescenti, da vari anni, già sotto il pontificato di S.S. Giovanni Paolo II. Si pensi già subito nel 1986 all’impressionante responso dell’autorevolissima Commissione cardinalizia, costituita ad hoc dal Sommo Pontefice, sui seri difetti di quella formulazione dell’indulto, non corrispondente alla volontà del Santo Padre, e a favore già allora di un allargamento. Si pensi al precedente Motu proprio "Ecclesia Dei", in cui l’allora Pontefice, usando il linguaggio degli ordini formali, comandava ai Vescovi di applicare l’indulto in maniera «generosa e larga» (l’apparente doppione vale a dire: non “fiscale”) a favore di «tutti i richiedenti». Si pensi al preliminare dell’accordo di Campos, la lettera della Notte di Natale 2001, in cui l’allora Pontefice parlava di tale utilizzo come della «conferma» di una «facoltà» (altra cosa rispetto ad uno "strappo alla regola", da far pagare caro). Si pensi a un intervento pontificio dal medesimo tenore, dello stesso periodo, che fece abbastanza rumore tra gli “addetti ai lavori” perché in prima battuta venne censurato dalla Segreteria di Stato (e pubblicato soltanto a caso esploso). Si pensi alla famosa Messa tridentina a S. Maria Maggiore del 24 maggio 2003, in cui il Presidente dell’organismo vaticano ufficialmente preposto alla materia parlò di «diritto di cittadinanza» conservato da questo rito. Si pensi a più risposte interpretative della normativa vigente da parte del medesimo organismo romano (che nella giurisprudenza un certo valore ce l’hanno), risposte che presupponevano obsoleto e ormai integrato dai pronunziamenti più recenti Quattuor abhinc annos. Si pensi all’istituzione da parte di Vescovi nordamericani addirittura di parrocchie personali di rito antico, già prima del 2007. Si pensi, alle soglie di Summorum Pontificum ma formalmente senza che quest’atto fosse ancora comparso, ai documenti fondativi dell’Istituto del Buon Pastore, in cui si accorda a tale Società sacerdotale, nonostante le sue riserve notorie e dichiarate, una facoltà di celebrazione esclusiva nel Rito Romano Antico.
Quel riconoscimento materiale non era però ancora ufficializzato: il che non di rado dava il destro (o piuttosto il sinistro) per ignorare tali elementi più recenti, anche molto autorevoli, facendo una lettura e applicazione rigida della normativa vigente, in cui le ali della pastorale volontà pontificia permanevano tarpate dagli irrigidimenti aggiunti dai contrari. L’odierno riconoscimento formale del diritto che l’antico rito gregoriano conserva[4] è il punto fondamentale del Motu proprio, ed è il nucleo durevole della spinta, dell’aiuto, dei miglioramenti che esso ha favorito e potrà favorire.
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Quanto alle modalità applicative del riconoscimento giuridico posto in essere, ovvero circa la regolazione disciplinare dell’accesso a tale diritto, qui pensiamo che dalla verifica post triennale qualcosa possa essere utilmente ritoccato. Per migliorare le cose in materia, più che della liberalizzazione del card. Ratzinger e di mons. Fellay eravamo estimatori del modello proposto dalla Santa Sede alla Fraternità San Pio X nel 2001: celebrazione secondo i libri liturgici «del 1962» o nell'ambito di una Congregazione sacerdotale riconosciuta dalla Santa Sede, e dotata di un’adeguata struttura giuridica piuttosto autonoma[5], o con l’autorizzazione del Vescovo diocesano; in entrambe le opzioni collegando le celebrazioni abituali a strutture giuridiche[6] adeguate e appunto stabili, dagli Ordinariati alle Cappellanie. Conservando – come chiese negli anni ‘90 la FSSPX – il regime di liberalizzazione completa per le Messe che il sacerdote celebra da solo, per le quali evidentemente non sussistono fattori pastorali.
Idea che è figlia sia del dubbio sull’efficacia “automatica” della S. Messa in rito tradizionale, sia di un’analisi sulle difficoltà di applicazione di Summorum Pontificum, legate al suo contesto e al suo stesso fondamento. Solitamente si parla di un punto critico, anzi mezzo: lo sfavore di alcuni episcopati (anche dietro pressione di liturgisti, di altri sacerdoti e comunque di meccanismi analoghi, non meramente individuali); sicché ne è venuta fuori una situazione “a macchia di leopardo”, un po’ simile a quella dell’indulto. Abbiamo detto «mezzo» punto critico, perché va completato con la seguente grave circostanza: a fronte della “levata di scudi”, superiore alle previsioni, la Santa Sede ha reputato, per ora, di non potersi imporre. Sicché l’Istruzione applicativa, pronta dal gennaio 2008, non è stata ancora pubblicata e, di fatto, la nuova legge è stata scandalosamente declassata a orientamento.
Dietro una tale levata di scudi (il cardinale Castrillòn Hoyos una volta ce ne parlò in toni drammatici, paventando arretramenti del Sommo Pontefice) fa capolino il secondo punto critico: la verità liturgica[7], “diplomaticamente” rimossa (e persino dissimulata) invano. Qualcuno ha detto a uno di noi: «Ti riferisci al Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, con presentazione soprattutto del card. Ottaviani». Sì, ma possiamo guardare più vicino: ci riferiamo anche a quanto ha detto (anche pochi anni luce fa) il card. Ratzinger:
«Il problema del nuovo Messale sta, al contrario, nel suo abbandono di un processo storico sempre continuato, prima e dopo S. Pio V, e nella creazione di un volume del tutto nuovo, sebbene compilato con materiale vecchio, la cui pubblicazione s’accompagnò a un tipo di divieto di ciò ch’era stato prima, divieto per altro sconosciuto nella storia giuridica e liturgica» (lettera al dott. Waldstein).
«Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Com’era avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti» (La mia vita. Autobiografia, pag. 114).
Discorsi che nell’accompagnamento argomentativo[8] del Motu proprio sono spariti, assieme alla notoria prospettiva della “riforma della riforma”[9]. Per far posto non soltanto al silenzio consono a quando una cosa vera non è «a tempo e luogo»[10], ma addirittura ad ambigue rappresentazioni di comodo: agli esordi del Novus Ordo probabilmente (meno male!) non si è pensato che l’attaccamento al rito antico sarebbe stato un fenomeno piuttosto ampio e duraturo (insomma, si trattò semplicemente di un caso imprevisto); negli anni scorsi la situazione era difficile perché i Vescovi non avevano l’aiuto di norme chiare che li liberassero dall’incombenza di decidere loro... Sennonché, la verità rimossa tende inesorabilmente a tornare: dalle dimenticate parole di papa Montini al Concistoro del 1976, anche dietro la spinta dei Vescovi francesi e della Segreteria di Stato, «Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico»[11], alle reazioni di ostilità[12] dei Vescovi progressisti, che hanno mostrato di non gradire la liberazione “intesa” (presa anzi come un affronto - come disse un sacerdote dell’entourage di un vescovo - e con tanto di beffa).
Se anche il Papa non può dire la verità da lui recentemente detta e anzi si sente costretto a dissimularla[13], su che basi si costruisce un edificio che a non pochi, superficialmente o interessatamente, è apparso l’ottimo desiderabile? Sulla sabbia del diplomaticismo, quantunque con un fine buono? Non è meglio allora non incentivare illusioni fuori luogo? Non è meglio allora come abbiamo fatto noi in Diocesi, soluzione disprezzata dai cultori della quantità ma nella quale, con franchezza, non ci siamo nascosti la realtà?
Terzo punto critico: in questo contesto, in cui l’ostilità alla Messa tradizionale, e comunque lo sfavore, è ormai quarantennale (seppure in misura varia); in cui Roma anche quando lo vuole non ha la forza di intervenire in maniera risoluta ed efficace in questa situazione, nella quale sostanzialmente chi davvero voleva resistere bene o male lo stava già facendo[14]; in cui dolorosamente, come dire, l’alto livello degli amici della “Messa tridentina” non sempre si può dare per scontato: in questo contesto, il terzo punto critico: fino a che punto potrà venir su, come ci dicono, una nuova generazione di parroci che celebra in entrambi i riti? Non saranno prevalenti gli effetti negativi di una liberalizzazione, come il mettere una questione così seria in balia di superficiali, effervescenti, meri estetisti e opportunisti? Come il convogliare le forze su iniziative effimere, e comunque su attese di dubbia solidità? Come l’incentivare psicologicamente[15] una sorta di baratto tra il liberare la Messa antica, concedendole un contesto facile e comodo, e l’incatenare la verità scomoda? “Liberalizzare” vorrà dire sempre e soltanto rendere libero o anche, talvolta, rendere liberale?
Di qui la presente ipotesi. In attesa del momento in cui il Santo Padre potrà di nuovo dire esplicitamente la verità, e sulla base della verità potrà successivamente rimettere mano, organicamente e liberamente, alla materia liturgica; senza troppo confidare in un processo dal basso e senza dover “cucinare” come futuristico arricchimento reciproco tra i due Messali la sua stima per il modello rappresentato dal Messale del 1964-1965, che fu chiamato “Messa Concilio Vaticano II” ma di cui Summorum Pontificum neppure accenna all’esistenza. Intanto, l’ipotesi di limitare alle Organizzazioni riconosciute dalla Santa Sede, in virtù della giurisdizione universale del Romano Pontefice, e comunque alla presenza di veri gruppi stabili, la riserva teoricamente sottratta ai vescovi per darla ai parroci e in parte a ogni sacerdote (teoricamente, appunto); e in parallelo, di collegare la celebrazione del rito gregoriano all’istituzione di stabili strutture giuridiche a sé. In tal modo si potrebbe forse: 1)favorire una gestione ordinata della venerabile liturgia gregoriana, con un’automatica scrematura per cui chi è veramente interessato, chi è profondamente motivato, sarebbe incentivato a organizzarsi seriamente e stabilmente[16]; 2)evitare “il passo superiore alla gamba”, contenendo le opposizioni in maniera più decorosa rispetto al fare una legge senza farla rispettare (o, il che è lo stesso, patteggiandone l’accettazione). In una parola: conservando il merito del gesto pontificio (peraltro conforme ad un antecedente cammino della materia) si potrebbe evitare di favorire insieme, del rito antico, le opposizioni “a valanga” e i cattivi amici, favorendo invece la sua protezione da entrambi.
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(L’articolo è stato preliminarmente trasmesso alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”)
[1] Altra cosa (di per sé è evidente ma nell’era informatica la distrazione è tanta che gioverà rimarcare) dal dire “tutto a posto”.
[2] Alla luce del binomio “critica costruttiva – che Roma nel 2002 affermò poter essere un prezioso servizio – e lealtà affidabile”; che ci sembra più franco e onesto del binomio “servilismo complessato e dirne di tutti i colori in privato”.
[3] E, al suo seguito, di tutta la liturgia «più antica».
[4] Si noti che parliamo di diritto «del» rito tradizionale, più che, antropocentricamente e soggettivamente, di diritto «al» rito tradizionale (come fanno altri).
[5] Quale avrebbe potuto essere la FSSPX, che potrà esserlo un domani, e quali possono essere sin d'ora le Organizzazioni riconosciute.
[6] Che riteniamo anche più importanti di quelle fisiche.
[7] Che preferiamo e anteponiamo – come rispondemmo a un’associazione che ci mandava mail e che ha smesso all’istante – alla pur desiderabile e desiderata pace liturgica.
[8] Seppure sprovvisto di forza di legge: e questo è un miglioramento rispetto all’indulto, purtroppo poco colto.
[9] Restando soltanto un riferimento, generico sebbene chiaro e importante, ad un auspicabile recupero generale di sacralità.
[10] Catechismo di San Pio X.
[11] Parole per le quali non c’è ermeneutica che tenga (altrimenti saremmo al deprecato relativismo).
[12] In parte ovviamente “dietro le quinte”, in parte avvalendosi di una capziosa ermeneutica riduttiva: ci spiace dirlo, ma lo diciamo per amore: chi di ermeneutica colpisce…
[13] Tante volte in Vaticano, e nel mondo cattolico in genere (specie ecclesiastico), domina un nuovo comandamento: Non dire scomoda testimonianza. I peccati contro il quale sono mortali, anzi mortali aggravati, estremi. E Fatima, snobbata e disprezzata da tanta cieca gente, è stata a riguardo una “cartina al tornasole”.
[14] Salvo chi per motivi anagrafici era impossibilitato: ma soprattutto agli adolescenti e neofiti i grandiosi miraggi fanno male. Un altro aspetto negativo è una certa quantità di persone ignara o immemore della storia della questione, che non data certo agli ultimi tre anni, e che ciononostante si muove senza tener conto di questo proprio oggettivo limite.
[15] Pensiamo anche a certe forme straordinarie di servilismo, per le quali “forma straordinaria”, che nel documento pontificio si riferiva all’attuale status giuridico della liturgia antica – anche questo un collegato della liberalizzazione, pensiamo, tra l’altro per evitare il caos di Messe parrocchiali d’orario in cui quando celebra il parroco è nel rito antico e quando celebra il viceparroco è in quello moderno –, è diventato il nuovo nome del rito tradizionale. Sebbene lo stesso card. Castrillòn Hoyos abbia detto che il nome è piuttosto “liturgia gregoriana”. Magari, c’è chi lo ha teorizzato, giocando su doppi sensi per cui in apparenza si fa un complimento al rito moderno e “in codice” si fa un complimento a quello gregoriano e un deprezzamento a quello moderno. Area doppia, diciamo noi…
[16] Perché per certi versi è vera una cosa che una volta ci accennò il card. Castrillòn Hoyos, e che si può esprimere così: i più grandi nemici del rito antico sono i suoi (cattivi) amici.