

nel 35° della lettera e degli studi inviati da s.e. mons. de castro mayer a s.s. paolo vi. Che, all’opposto di superficiali, settari e opportunisti, fanno onore al “tradizionalismo”
Ci sono pervenute alcune sollecitazioni a esprimere un parere sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Per la verità, non eravamo orientati a commentare (men che meno in maniera affrettata, alla prima voce o titolo di giornale), essendo cosa che direttamente non ci riguarda; tuttavia, ordinariamente a domanda si risponde, sicché qualcosa dobbiamo dire.
Il commento è sintetizzabile in tre frasi: che pasticcio! Tanto rumore per quale beneficio? Per non scrivere una lettera è andata a finire che ne hanno scritte due, anzi tre.
Infatti già tre anni fa la Santa Sede aveva detto a mons. Fellay, superiore della FSSPX, che se avesse chiesto per lettera di ritirare la scomunica – anche motivando la domanda soltanto con il bene della Chiesa – tale decreto sarebbe stato annullato. Mons. Fellay, dopo le solite oscillazioni, disse: impossibile, se scrivo una lettera per la revoca della scomunica ai Vescovi ipso facto ne riconoscerei la validità (ricordate?). Io obiettai: no Eccellenza, la scomunica ontologicamente è invalida (e Roma talvolta, implicitamente o anche esplicitamente, lo riconosce: «non è una scomunica formale», cioè non è operante, disse un noto Cardinale), ma il decreto c’è: Vostra Eccellenza chiede il ritiro del decreto, è una questione giuridica, lo faccia! Questo se volevano fare così, con queste tappe (perché, l’ho detto e scritto loro tante volte, io sarei stato più orientato al ritiro della scomunica contestualmente all’accordo canonico. Modo di procedere più discreto che, mettendo tutti davanti al fatto compiuto – come il card. Siri nel 1978 consigliò invano al neoeletto Giovanni Paolo II, che più avanti si pentirà di non aver seguito il consiglio – avrebbe evitato l’attuale, prevedibilissimo, fuoco di sbarramento: chiaramente volto a spingere le parti all’esasperazione e all’irrigidimento, per rendere più difficile o più a caro prezzo che questa misura sfoci nell’accordo). Mi diedero torto. È andata a finire che, a quanto pubblicamente risulta, la lettera l’ha scritta: anzi, ne hanno scritte tre, con quelle di scuse. Avendo dato ai nemici viscerali dell’accordo (nei tre campi: ufficiale, fraternitesco e mondano-massonico) il tempo di mettere la nota “buccia di banana”, strumentalizzando ad arte (come ha avuto il coraggio di accennare Sua Eminenza il cardinale Bagnasco). Non mi sembra molto lineare: ragionando in quella maniera, dobbiamo concluderne che si sono persuasi della validità della scomunica? O riconoscono di aver ragionato male? È di per sé legittimo cambiare idea, talvolta è anche doveroso, ma bisognerebbe darne ragioni convincenti (o, se non si può, tacere): anziché tirare in ballo il milione e settecentomila rosari, il recente pellegrinaggio a Lourdes e la vittoria senza condizioni ottenuta dalla Madonna, quando era dal novembre 2005 che mons. Fellay sapeva che, semplicemente facendo una richiesta scritta, sarebbe stata ritirata. E il punto in questione – almeno, il punto pubblico dichiarato – era se sarebbe stata ritirata con o senza lettera. Morale: per togliere una scomunica dubbia ai quattro vescovi, ferma restando la posizione canonica dei sacerdoti (sospesi a divinis – salvo eventualmente casi di necessità, per modum actus, ovvero singolo atto per singolo atto), si è aumentata la confusione: il discorso è stato soltanto depistato dalle vere questioni, e a livello popolare chi ha capito che i “lefebvriani” si sono pentiti; chi ha capito che adesso è tutto a posto (quando è soltanto uno sperato preparativo); chi ha capito che prima i “lefebvriani” erano tutti scomunicati; chi ha capito che la scomunica è stata tolta ai vescovi ma resta ai sacerdoti o addirittura anche ai fedeli… E neppure è stato conseguito il beneficio della riabilitazione dei defunti mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer (come evidente dalla lettura del decreto e dalla sua presentazione). Forse addirittura erano più riabilitati negli anni immediatamente precedenti (ad esempio quando il Santo Padre Benedetto XVI, nell’udienza a mons. Fellay dell’agosto 2005, parlò – con parole certo non a caso nel Papa tedesco – del «venerabile mons. Lefebvre», «un grande uomo di Chiesa», ovviamente disapprovandone l’errore – per esasperazione – del giugno 1988 e di certe parole): perché il ritiro ufficiale della scomunica dichiarata (e non “comminata”), essendo senza la risposta contestuale e certa dell’accordo, ha avuto per corrispettivo quello di un irrigidimento vaticano. Più che a una vittoria assomiglia a un castigo: il sottile castigo divino del “sia fatta la tua volontà”, e vedrai come ne sei contento… Tuttavia, crediamo nella Provvidenza; perciò speriamo che questa vicenda concorra a mostrare, a tutti, come le “scorciatoie” portano male. E come la prima cosa da cambiare siano le mentalità; a partire da quelle dei “vicini”.
Venendo appunto alle cose serie: nei giorni scorsi è stato il 35° di un grande atto ecclesiale, che dall’anno scorso abbiamo in animo di commemorare. È l’invio di tre studi teologici, con una lettera di accompagnamento, del vescovo brasiliano mons. Antonio de Castro Mayer al papa Paolo VI. Nella sua diocesi di Campos non aveva adottato il nuovo Messale, facendo continuare a celebrare secondo la liturgia tradizionale. Senza farsi bloccare dal timore della destituzione. Notata la cosa, Roma nel 1973 gli chiese di dare chiarimenti sulla sua posizione. Richiesta cui questo grande Vescovo, di dottrina e di combattimento, ottemperò con una risposta di alto livello: inviando al Pontefice allora regnante i suddetti studi (ai quali il Vaticano si limitò a rispondere con uno stringatissimo “accuso ricevuta”, tollerando la lontana situazione di Campos), con una bellissima lettera di accompagnamento che ci pregiamo di riprodurre.
Solideo Paolini
Direttore di www.cattolicitradizionalistimarche.it
Lettera a Paolo VI
(25 gennaio 1974)
Beatissimo Padre,
prostrato rispettosamente ai piedi di Vostra Santità, chiedo venia di sottomettere alla Vostra considerazione gli studi allegati alla presente lettera.
L’invio di questi studi è in ubbidienza all’ordine di Vostra Santità, trasmesso con lettera dell’Eminentissimo Cardinale Sebastiano Baggio all’Eminentissimo Cardinale Vincente Scherer, della quale quest’ultimo mi ha messo al corrente a viva voce durante un nostro incontro a Rio de Janeiro il 24 settembre u.s.
Il 15 ottobre scorso, ho avuto l’onore di scrivere a Vostra Santità affermando il mio filiale rispetto a tali ordini.
Tra questi c’era quello per cui, nell’eventualità che “in coscienza io non fossi d’accordo con gli atti dell’attuale Magistero Ordinario della Chiesa”, “manifestassi liberamente alla Santa Sede” il mio parere. È quel che faccio, con tutta la riverenza dovuta all’Augusto Vicario di Gesù Cristo, consegnando a Vostra Santità i tre studi allegati.
Con ciò – si degni Vostra Santità notare – non faccio altro che un atto di ubbidienza alla Vostra veneranda determinazione. Gli apprezzamenti ivi espressi li ho concepiti durante anni di riflessione e di preghiera. Non è nelle mie intenzioni renderli pubblici, poiché sono certo che il mio riserbo sarà gradito a Vostra Santità. Santo Padre, l’ubbidienza mi obbliga ora a comunicare a Vostra Santità pensieri che forse vi cagioneranno afflizione. Lo faccio però con l’animo in pace, poiché sono nella via della sincerità e dell’ubbidienza in cui conto di rimanere con la grazia di Dio.
Però, se è tranquilla la mia coscienza allo stesso tempo è triste il mio cuore.
Infatti tutta la mia vita di Sacerdote e di Vescovo è stata segnata dall’impegno di essere, entro il mio limitato campo di azione, per la mia devozione senza restrizioni e la mia ubbidienza senza riserve motivo di grazia per i vari Papi sotto la cui autorità ho successivamente servito.
Invece, nella congiuntura presente, la devozione e l’ubbidienza mi portano a rattristare Vostra Santità.
A questo punto mi viene alla mente un episodio della storia di Francia del secolo scorso. Lo racconta Chateaubriand nelle Memoires d’Outre Tombe. Una volta il re Luigi XVIII sollecitava la sua opinione circa una misura che il monarca aveva appena reso pubblica. La sincerità impediva allo scrivente di elogiare tale misura. Il timore però di rattristare il Re lo induceva a tacere. Si è sottratto dunque all’esprimere il proprio pensiero. Accortosi di ciò, Luigi XVIII gli ha formalmente ordinato di parlare con tutta franchezza. Egli, rispondendo al nobile appello e prima di aprirsi al Re, gli ha fatto questa richiesta: “Sire, pardonnez ma fedelité”. È quel che chiedo a Vostra Santità: perdonatemi la fedeltà con cui eseguo i Vostri ordini.
Imploro da Vostra Santità compassione per l’ubbidienza di questo Vescovo ormai settuagenario e che vive in questo momento l’episodio più drammatico della propria esistenza. E chiedo a Vostra Santità almeno una particella di quella comprensione e benevolenza che tante volte avete manifestato non soltanto verso quelli che Vi stanno vicini, ma anche con persone estranee, e perfino nemiche del Gregge unico dell’unico Pastore.
Negli anni ha preso corpo nel mio spirito la convinzione che atti ufficiali di Vostra Santità non hanno quella consonanza, che con tutta l’anima desideravo vedere, con gli atti dei Pontefici che Vi hanno preceduto.
Non si tratta chiaramente di atti garantiti dal carisma dell’infallibilità. Così, quella mia convinzione non scuote in niente la mia fede senza riserve nelle definizioni del Concilio Vaticano I.
Timoroso di abusare del tempo prezioso del Vicario di Cristo, mi esimo da più ampie considerazioni e mi limito a sottomettere all’attenzione di Vostra Santità tre studi:
1- riguardo la Octogesima Adveniens;
2- riguardo la Libertà religiosa;
3- sul nuovo “Ordo Missae” (di quest’ultimo è autore l’avvocato Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, al cui pensiero mi associo).
Sarà superfluo aggiungere che in questo momento, come in altri della mia vita, porterò a compimento, in tutta la misura ordinata dalle leggi della Chiesa, il sacro dovere dell’ubbidienza. E in questo spirito, con il cuore di figlio ardente e devotissimo del Papa e della Santa Chiesa, accoglierò qualsiasi parola di Vostra Santità riguardo a questo materiale.
In modo speciale supplico Vostra Santità di volermi comunicare:
a) se trova qualche errore nella dottrina esposta nei tre studi allegati;
b) si vede nella posizione assunta negli studi menzionati circa i documenti del Magistero Supremo qualcosa che discordi con la riverenza che ad essi è dovuta come Vescovo.
Supplicando che Vostra Santità voglia concedere a me e alla mia Diocesi il prezioso beneficio della Benedizione Apostolica, sono di Vostra Santità figlio umile e ubbidiente.
Antonio De Castro Mayer
Vescovo di Campos