

la nostra presenza al sinodo diocesano:
una testimonianza non facile ma che va data, per la fede e nella carità
Sabato 8 maggio 2010
Supplica alla Madonna del Rosario e festa dell'Apparizione di San Michele Arcangelo
Il Circolo "Cattolici per la Tradizione" dà pubblicamente notizia che il proprio responsabile e direttore del sito www.cattolicitradizionalistimarche.it, Solideo Paolini, nel mese di gennaio u.s. è stato nominato membro del Sinodo della Diocesi di Senigallia, in rappresentanza della nostra aggregazione di fedeli.
Abbiamo aspettato a dare in questa sede l'informazione - evidentemente già nota qui in zona e ovviamente all'interno del gruppo - anche per entrare nel vivo dei lavori sinodali e poter così riferire in maniera non affrettata.
Poiché il Regolamento del Sinodo Diocesano prevede la presenza anche di un delegato di ogni associazione ecclesialmente riconosciuta, su presentazione della stessa, abbiamo provveduto noi stessi, di nostra inizitiva, a trasmettere a Sua Eccellenza il Vescovo il nominativo del nostro referente.
All'apertura della prima sessione è stato chiesto a ciascun componente dell'Assemblea sinodale di prestare un giuramento, contenente una Professione di Fede e una solenne promessa di fedeltà al Magistero. Tale testo, che l'emozionata "matricola" ha sentito oggetto di "frizzi e lazzi" di tipo liberal per il suo pregevole impianto dottrinario, d'altra parte in un suo punto chiede adesione anche a quanto dal Magistero è oggetto di giudizio non definitivo. Cosa che in tempi normali non comporterebbe alcuna difficoltà, e una disposizione generale in tal senso è certamente doverosa; cosa che, in ogni caso, è retta da un'espressione distinta rispetto a quanto precede: prima si parlava di «ferma fede», qui soltanto di «ossequio»; ed è parimenti vero che - come attestò il card. Castrillón Hoyos, a nome della Santa Sede, in uno scritto ufficiale, visionato preventivamente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dalla Segreteria di Stato - «non ogni frase, anche del Sommo Pontefice, è Magistero». Comunque, per maggior serenità di coscienza, e anche per chiarezza e lealtà, il nostro rappresentante ha integrato questo passo del giuramento aggiungendovi le seguenti parole: «ad mentem Ecclesiae». Tale precisazione, sia pronunziata ad alta voce durante il giuramento sia aggiunta a penna al testo dattiloscritto poi firmato, è stata oggetto di vari informali commenti (comunque di taglio amichevole): qualcuno ha detto al collega che in fondo era una puntualizzazione sicuramente compatibile; qualcun altro che però era una postilla con sapore di riserva, comunque una evidente distinzione dalla linea, che richiamava una scarsa sintonizzazione... Del resto, aspetti noti all'Autorità ecclesiastica diocesana quando è stato firmato l'accordo del nostro gruppo con la Diocesi stessa. In precedenza, il potenziale delegato s'era detto: non sarebbe buono che ricorressi a una riserva mentale (anche se, "dal fronte opposto", c'è chi gli ha detto di aver fatto qualcosa del genere), o se non prendessi sul serio quello che giuro (come sembra aver fatto anche qualcuno, di idee opposte, che rideva di alcune frasi del giuramento). Se sarà accettato, entrerò in Sinodo in maniera onorevole; se per l'aggiunta non sarà accettato, vorrà dire che la Provvidenza ci dà un segno: non è volontà di Dio che vi entriamo. Stiamo prendendo parte ai lavori sinodali, quindi...supponiamo non sia stato ritenuto inammissibile. Di cuore, apprezziamo e ce ne rallegriamo.
Per rendere pubblicamente conto di quanto in tale ambito stiamo facendo, pubblichiamo di seguito quattro documenti. Circa il terzo, ci siamo posti la questione se pubblicarlo o meno: tuttavia, non essendoci pervenuto dal destinatario alcun invito al riserbo, riteniamo di poterlo sicuramente fare. Le frasi in corsivo contenute all'interno di parentesi quadre non erano presenti nel testo scritto originario, ma sono state aggiunte oralmente durante l'intervento.
A tutti i lettori chiediamo di accompagnare con perseverante preghiera il nostro rappresentante, perché possa adempiere al suo dovere con ferma e vigorosa fortezza, con lucida saggezza, con aperta carità ecclesiale.
Circolo "Cattolici per la Tradizione"
* * *
Monte San Vito, lì 13 marzo 2010
Sinodo diocesano: come i singoli gruppi, associazioni e movimenti stanno procedendo in questo primo anno del cammino sinodale. Relazione sulle iniziative intraprese e sui contenuti emersi.
[Eccellenza Reverendissima, reverendo padre, carissimi fratelli, ]
Innanzitutto, esprimo di cuore gioia e gratitudine per essere qui stasera. «In questo primo anno del cammino sinodale», sulla base dell’ascolto e lettura delle omelie, del materiale preparativo e quant’altro inerente al Sinodo, e anche facendoci portavoce di cose ascoltate da altre persone, il nostro piccolo contributo si è concentrato su due punti (dai quali si può evincere l’ampia presenza di questo tema nelle nostre riunioni di gruppo).
1) La preghiera a riguardo. Limitandoci a due esempi, distribuiti nel tempo: la Santa Messa celebrata nella chiesetta da noi in uso sabato 3 ottobre 2009 è stata offerta per il Sinodo che il giorno dopo si sarebbe aperto ufficialmente; per la medesima intenzione, tra le altre cose, proprio le settimane scorse abbiamo fatto un triduo a San Giuseppe, patrono della Chiesa universale (per proclamazione del nostro beato Pio IX, agli inizi del calvario moderno) nonché di Sua Eccellenza il Vescovo, al quale mi pregio formulare vivissimi auguri per il suo imminente onomastico.
2) Le proposte e le osservazioni. In tal senso, anche qui a titolo esemplificativo, ricordo: un punto sul Sinodo, esplicito e propositivo, nella lettera da me indirizzata, a nome del gruppo, al Vescovo il 28 gennaio 2009; l’intervento scritto consegnato (e parzialmente esposto in una sottocommissione) in occasione dell’assemblea vicariale preparatoria a Chiaravalle, il 26 marzo 2009, contenente la segnalazione di un paio di tematiche e secondariamente l’avanzamento d’un paio di rilievi; le risposte appuntate su una decina delle schede lasciate nelle case l’anno scorso in occasione della benedizione, schede identiche perché abbiamo risposto insieme al questionario. A questo riguardo sono emerse nel nostro gruppo serie preoccupazioni, sostanzialmente di natura dottrinale, in buona parte già accennate [e aderisco a quanto ha detto l'amico di Comunione e liberazione circa l'incontro di venerdì scorso con il professor Melloni]: che saranno oggetto di un articolato scritto, attualmente in fase di elaborazione, che pensiamo di presentare piuttosto presto. Cor Jesu, adveniat regnum tuum. Adveniat per Mariam.
Circolo “Cattolici per la Tradizione”
Il responsabile (Solideo Paolini)
* * *
Intervento orale al Sinodo diocesano – Scheda di sintesi
Eccellenza Reverendissima, Eccellenze e Reverendi, carissimi fratelli,
Buona Pasqua!
Nella prima Assemblea sinodale Vostra Eccellenza ha detto, testualmente: «Ora siamo nel momento dell’ascolto; se ci sono delle questioni, anche sui primi passi già fatti, se ci sono da fare delle correzioni di marcia, si possono dire, con molta libertà».
Prendendo rispettosamente sul serio queste parole, e più ampiamente considerando che una pluriasserita volontà di ascolto comporta la disponibilità ad ascoltare realmente, senza pregiudizi, cose diverse da quelle che magari si era pensato, dopo aver preso consiglio e pregato, comunico pubblicamente che appena svolta questa seconda Assemblea sinodale verrà inviato alla Presidenza, a nome del nostro gruppo, [entro i tempi regolamentari, ] un contributo scritto.
Tale intervento, dal titolo Il primato dell’ortodossia e l’opzione soprannaturale, ha per oggetto alcune gravi preoccupazioni, sostanzialmente di natura dottrinale, con le relative proposte. Frutto anche di un ampio ascolto, come della convinzione che il parlare alle spalle sarebbe indegno delle buone ragioni e ancor più di cristiani, è stato preannunziato ufficialmente il 15 marzo durante la riunione diocesana dell’associazionismo.
In questa occasione ho avuto modo di richiamare alcune precedenti trasmissioni – anche in forma scritta e anche nel contesto del Sinodo – degli elementi essenziali di questo discorso. Dato che i contenuti in questione non sono ancora apparsi oggetto né di fattiva considerazione, almeno a livello concreto, né di chiara confutazione, e poiché il Sinodo ce ne offre non tanto l’occasione quanto il dovere di coscienza, proviamo ora a spiegarci meglio: esponendo le riflessioni in una maniera più articolata – arricchita peraltro dei più recenti elementi, come anche di due studi in allegato – , nel tentativo di approfondire le motivazioni e sviluppare il discorso, nonché più ufficiale.
Cor Jesu, adveniat regnum tuum. Adveniat per Mariam. [Vi ringrazio. ]
Senigallia, lì 11 aprile 2010
Domenica in Albis
Solideo Paolini
Membro del Sinodo Diocesano
in rappresentanza del Circolo “Cattolici per la Tradizione”
* * *
Contributo scritto al Sinodo Diocesano - Senigallia
Il primato dell’ortodossia e l’opzione soprannaturale
Eccellenza Reverendissima, Reverendi Padri, carissimi fratelli,
in applicazione dell’invito di Monsignor Vescovo del 31 gennaio, giorno della prima Assemblea sinodale, a parlare liberamente di eventuali questioni, nonché della disponibilità sinodale, più volte espressa, ad ascoltare le varie voci, anche critiche; in continuità con gli accenni di intervento soltanto scritto da me appuntati sul bigliettino trasmesso alla Segreteria nella medesima occasione; in continuità con i vari contributi da noi offerti al Sinodo nell’anno di preparazione, brevemente rievocati il 15 marzo alla riunione della Consulta dei Laici; in adempimento del «diritto-dovere a “prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità cristiana” (cf. CDC can.460 e Regolamento del Sinodo Diocesano n.1)», richiamato nella lettera di nomina dei Membri del Sinodo Diocesano; in ottemperanza al Canone 212 § 3 del Codice di Diritto Canonico[1]; per gravissimo dovere di coscienza, visto l’insegnamento della Sacra Scrittura[2] e dei teologi probati[3] sulla correzione fraterna nei confronti dei superiori; viste le esortazioni del Concilio Vaticano II in materia di coscienza[4]; nella duplice sofferenza dei problemi in oggetto e di dare forse qualche dispiacere ai miei padri e fratelli per i contenuti dell’intervento; nel piccolo conforto costituito dal fatto che non si può certo dire che il seguente pensiero fosse ignoto; nel tentativo di ponderare gli interventi con l’opportuna sensibilità ecclesiale, ma parimenti nella considerazione che, oggi come oggi, l’astenerci semplicemente dall’intervenire sarebbe stata un’omissione attinente non alla carità ecclesiale ma all’egoismo, all’opportunismo, all’ipocrisia; nell’amore alla Santa Chiesa di Cristo; davanti alle Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo, e invocando l’aiuto dei «Santi di cui la nostra terra gode la protezione»[5], della Chiesa trionfante e della Chiesa purgante; per conto della nostra aggregazione ecclesiale, debbo dire alla Diocesi di Senigallia, convocata e riunita per il Sinodo, quanto segue.
Vogliate prendere in considerazione i due libri che, in allegato, vengono offerti al Sinodo: Sant’Atanasio e la Chiesa del nostro tempo e Ecumene tradita. Il dialogo ecumenico tra equivoci e passi falsi. Meritano attenzione, oltre che per la serietà delle materie, per il fatto che provengono da autori non meno autorevoli di alcuni invitati a intervenire: S.E. mons. Rudolf Graber, confratello di S.E. mons. Orlandoni nella prestigiosa sede di Ratisbona, per nomina di S.S. Giovanni XXIII, per tutto il pontificato di S.S. Paolo VI, onorato della nomina ad Assistente al Soglio Pontificio da S.S. Giovanni Paolo II, stimato da Colui che oggi è il Pontefice regnante; mons. Brunero Gherardini, stimato docente emerito all’ “Università del Papa” e peraltro, come postulatore della causa del nostro beato Pio IX, particolarmente legato alla Chiesa che è in Senigallia: ben titolato, quindi, ad essere “ascoltato”. Questi libri sono allegati al presente intervento scritto perché pertinenti al nocciolo dello stesso: il rapporto tra la comunione ecclesiale e l’ortodossia dottrinale. Il primo suona il “campanello d’allarme” sulla presenza di gravissimi problemi, sostanzialmente d’ordine dottrinale, e richiama una figura che – contra factum non valet argumentum – non apparve uomo di comunione, eppure, canonizzato, da tanto tempo è stato proposto dalla Chiesa come esempio. Il secondo tra le altre cose richiama criticamente, e discute, visioni della comunione e l’ecclesiologia di comunione. Delle due l’una: o mons. Gherardini è sospettabile di non essere in piena comunione, di non avere spirito ecclesiale, e allora chiedo che questo mi venga risposto apertamente; oppure va fatta una distinzione tra la comunione ecclesiale tout court e le opinioni sulla comunione, distinzione abitualmente omessa per identificare massicciamente la comunione con una ben determinata concezione teologica ed ecclesiologica.
Già questo esempio mostra come della comunione non si possa fare un assoluto, nel senso etimologico, come se indiscutibilmente indicasse una realtà unica. La martellante presenza di questo tema richiede invece una preliminare declaratio terminorum: cosa si intende per comunione? Ci sono delle omonimie? Sentiamo questa parola usata in cinque-sei accezioni:
- la comunione in senso canonico;
- la comunione come carità fraterna nella Chiesa;
- la comunione come sinonimo di unità della Chiesa (ma lo è sempre?);
- la comunione come coesione (specialmente operativa);
- la comunione come sintonia (e coralità);
- la comunione nel senso ecumenista e della “nuova teologia” in genere.
Sulle prime due accezioni, la comunione canonica e la carità ecclesiale, nulla quaestio. Anche se nel nostro gruppo emerge la constatazione d’essere talvolta oggetto di uno spirito che non sembra molto conforme alla carità fraterna, ma lasciamo stare. Sull’ultima accezione, la comunione ideologica, rimando al libro di mons. Gherardini. Per il resto, ovvero per le restanti accezioni, è ben vero che l’unità della Chiesa è un bene grandissimo, a sostegno del quale si potrebbero dire molte ottime cose; è vero che la coesione ecclesiale è grandemente desiderabile; ma è altrettanto vero (purtroppo, generalmente parlando, incomparabilmente meno presente) che non si può trattare come un valore autonomo, appunto assoluto, abbisognando di qualcosa che viene prima, che fa luce al riguardo, da cui non può legittimamente prescindere e sopra cui non può legittimamente innalzarsi senza diventare un idolo (come l’evangelico oro del Tempio e il Tempio che lo rende sacro): il Deposito della fede, la Dottrina della fede, l’ortodossia.
Porto alcuni esempi e svolgo alcune considerazioni a dimostrazione di tale asserto, con argomenti filosofici, scritturistici, magisteriali e fattuali. Infatti non siamo noi a dire questo, semplicemente riportiamo queste voci: lo dicono loro.
Lo dice la sana filosofia perenne (prescritta, lodata, richiamata da una lunga serie di Romani Pontefici in diversi atti del Magistero, come l’Aeterni Patris, come la Pascendi dominici gregis, come l’ Humani generis, come anche la Fides et ratio e il celebre discorso di Ratisbona): intendendo la comunione come sintonia e coralità, ciò implica la domanda: sintonia su quale linea? Cantare in coro che cosa? Se il contenuto è Mira il Tuo popolo, canterò appassionatamente in coro[6]; se è Avanti popolo, risponderò: non possum.
A tale riguardo, non possiamo non notare la composizione del tema su cui il Sinodo è convocato: «UN CUOR SOLO E UN’ANIMA SOLA – La Chiesa di Senigallia in cammino, nell’ascolto dello Spirito, a servizio dell’uomo». La prima parte, diciamo il titolo, è degli Atti degli Apostoli. La seconda parte, per così dire il sottotitolo, è conforme agli Atti degli Apostoli? «La Chiesa di Senigallia in cammino»: purché non sia la concezione evoluzionista della teologia «semper itura, numquam perventura», espressamente condannata dal papa Pio XII come rovinosa per la dottrina. «Nell’ascolto dello Spirito»: purché non si faccia dire allo Spirito Santo quello che si vuole (a proposito, perché non precisare: Spirito Santo?). Ma soprattutto, come non vedere che la conclusione, «a servizio dell’uomo», su cui qualsiasi massone metterebbe la firma, è frontalmente contraria – per via di omissione – alla verità fondamentale che dev’essere Dio il Primo Servito? Sicché l’unità concorde e coesa bellamente invocata nel titolo concretamente verrà applicata[7] alla linea indicata dal sottotitolo: linea conforme non agli Atti degli Apostoli ma piuttosto al pensiero modernista, già condannato dalla Chiesa. Che differenza tra: Un cuor solo e un’anima sola – La Chiesa di Senigallia in cammino, nell’ascolto dello Spirito, a servizio dell’uomo e: Un cuor solo e un’anima sola – Chi non rimane nella dottrina, non possiede Dio[8]!
Lo dice la Parola di Dio: la paradigmatica prima comunità cristiana, quella che era «un cuor solo e un’anima sola», quella che aveva certamente ben a cuore «che siano una cosa sola», era anche quella che diceva chiaro e forte una cosa decisamente poco comunionale come: «Se qualcuno viene a voi e non porta questa dottrina, non lo ricevete in casa e non lo salutate»[9]. E, come confermano le note di edizioni approvate della Sacra Bibbia, il riferimento non era tanto ai pagani. Lo Spirito Santo, Autore della Sacra Scrittura, si contraddice? Forse che san Giovanni, l’Apostolo della Carità, quello al quale il Salvatore volle svelare i segreti del Suo Cuore[10], non aveva preso sul serio la preghiera di Gesù «che siano una cosa sola»? Oppure si tratta proprio di distinguere tra la vera unità, sulla retta via, e la falsa unità fuori del suo presupposto dottrinale? Si sarebbe in comunione-sintonia con la prima comunità cristiana nel professare la comunione come un assoluto, quando in quella comunità la comunione veniva collegata e subordinata all’ortodossia?
Lo dice il Magistero: nell’enciclica Humani generis S.S. Pio XII, mettendo in guardia da «alcune false opinioni [della nuova teologia] che minacciano di sovvertire i fondamenti della Dottrina cattolica», ammonisce che indebolendo quanto è a sostegno dell’integrità dottrinale[11] si raggiunge sì l’unità, ma «nella comune rovina». Anche qui, delle due l’una: o si pensa che il Magistero è soltanto quello recente (e allora, tra le altre cose, professando la comunione-sintonia non si è dunque in comunione con il Pontefice regnante, che afferma il Magistero recente non sostituirsi ma sommarsi – ciascuna cosa nel proprio ordine e grado – a quello anteriore: la stigmatizzazione del «Superdogma che toglie importanza a tutto il resto» non è una frase dello scrivente); o se ne desume che anche nella Chiesa c’è unità e unità: un’unità buona e un’unità cattiva.
Lo conferma una logica che prenda in considerazione la verità della realtà. Faccio un esempio: in Austria sono trenta-quarant’anni che fanno le assoluzioni collettive; Roma dice loro di non farle, e le fanno lo stesso. Morale: o un parroco è sintonizzato con i confratelli della sua zona e le fa, e quindi non sarà sintonizzato con Roma, o è sintonizzato con Roma e non le fa, e quindi non sarà sintonizzato con la sua diocesi. Con chi dev’essere sintonizzato? Evidentemente non può esserlo con entrambi.
Faccio un altro esempio, preso anche questo dalla realtà. Un padre con una grave forma di diabete non era propenso a riguardarsi e nella lista della spesa metteva anche cibi non indicati, che il figlio non gli prendeva. Dicendo che un figlio dev’essere in comunione con il padre (cosa che nessun cristiano oserebbe contraddire) non si direbbe nulla: se si intende l’esecuzione della richiesta, l’unità di intenti, l’ubbidienza, vorrebbe dire che quel figlio deve prendergli quei cibi; se si intende l’amore al padre, vorrebbe dire che non glieli deve prendere. Trattandosi di conclusioni diametralmente opposte, non sarebbe il caso di diversificare le parole?
Lo stesso problema si pone per la questione importantissima dell’unità nel tempo, in comunione con la Chiesa trionfante e la Chiesa purgante (essendo la Chiesa militante soltanto una parte dell’unica e universale Chiesa cattolica o Chiesa di Cristo). Ricollegandomi a quanto sopra: c’è la comunione con l’ultimo Pontefice canonizzato, che nella sua Enciclica programmatica ha indicato proprio nell’antropocentrico culto dell’uomo, nell’uomo che prende il posto di Dio, l’ombra ventura dell’Anticristo profetizzato? La diocesi si professa in comunione con la ripetuta condanna, espressa dal Magistero, del modernismo vecchio e nuovo?
E lo dice il fatto, strano o significativo, per cui la tanto invocata comunione[12] è “a corrente alternata”. A proposito di comunione come sintonia: vediamo che il Santo Padre ha a cuore una riscoperta generale della sacralità; dov’è qui la comunione con la Madre e Maestra di tutte le Chiese? Dov’è l’impegno per una riscoperta generale della sacralità? Quella sacralità di cui il prof. Alberto Melloni, agli antipodi con la comunione con il Santo Padre, si è fatto pubblicamente beffe in una occasione ufficiale e sinodale o parasinodale, qui a Senigallia[13]. Abbiamo gli occhi, quindi possiamo vedere come ci si comunica alle Messe del Sommo Pontefice e come ci si comunica qui[14]: c’è sintonizzazione? O su questo, rispolverando una diversa concezione della comunione[15], vi può essere pienamente la comunione anche se non vi è la sintonia?
Ma quale comunione-sintonia-coralità con il Santo Padre, che proprio contro la lettura dell’ultimo Concilio propugnata dalla scuola progressista di Alberigo aveva tenuto il famoso discorso alla Curia Romana del Natale 2005, appunto per frenare questa tendenza, quale comunione-sintonia-coralità nel chiamare[16] a parlare ufficialmente del Concilio Vaticano II proprio uno dei principali esponenti della “scuola di Bologna”? Proprio un intellettuale omogeneo a quegli ambienti che nei giorni dell’agonia di S.S. Giovanni Paolo II avevano stilato una lista cardinalizia “di blocco” del “papabile” Ratzinger, rammaricandosi che i Cardinali orientati a bloccare un’ascesa del Decano non andavano oltre i trenta-trentadue e non avrebbero raggiunto i trentanove voti necessari! Ed è parimenti significativo che siano state utilizzate le strutture diocesane per una conferenza di parte (per non dire faziosa) il cui titolo, «Chiesa del Concilio dove sei?», è tutto un programma: conferenza che non è certo sintonizzata con quanto detto dal cardinale Ratzinger, che ha biasimato siffatte espressioni, e che fa passare un messaggio omogeneo a quanto diceva[17] un sacerdote diocesano (in privato, s’intende) all’uscita di un importante provvedimento pontificio: «Dove va la Chiesa?»[18].
Nell’inculcare unilateralmente (o comunque prevalentemente) l’idea della Chiesa come popolo di Dio, nell’insistere sulla «nostra» Chiesa, ponendo la domanda di «quale Chiesa vogliamo», nell’indicare il Sinodo addirittura come «laboratorio di ecclesiologia», quale corrispondenza alla comunione sintonia con il Pontefice regnante, che nella nota intervista del 1984 ha espressamente criticato questa asserita deduzione dal Vaticano II come sbilanciata, impropria, ambigua e pericolosa per l’identità[19] della Chiesa? Che ha incentrato il suo discorso su altre sottolineature, come espressamente che «non è nostra, è Sua», come il richiamo per cui anche i Pastori ne sono solamente i custodi? Il fatto che “sul lucerniere” vengano posti non questi richiami ma quella insistenza non può che creare buon terreno alla tentazione di manipolare la Chiesa[20], di abusare a privè le strutture ufficiali ecclesiali. Ovviamente è scomparsa la distinzione tra Chiesa e uomini di Chiesa (che la laica santa Giovanna D’Arco aveva ben presente)[21]; mentre vediamo massicciamente presente l’abuso di ruoli ufficiali (ad esempio, il pulpito: anche in questa sede ne porto alcuni esempi) per far passare come insegnamento della Chiesa, e gettare nell’identità stessa della Chiesa[22], le discutibili opinioni del proprio ambiente.
Quando non si sente praticamente più parlare del mondo nell’accezione della Sacra Scrittura, dov’è la comunione con entrambe le Fonti della Divina Rivelazione e anche con il Pontefice regnante, che nella medesima sede ha stigmatizzato lo sbilanciamento, pericoloso e rovinoso, verso le altre accezioni di questa parola?
Tutto ciò considerato, s’impone la domanda: non andrà a finire in una comunione minimale con Roma e una sintonizzazione forte interna alla diocesi[23]? Non sarebbe anche questa una forma di «autoreferenzialità», dell’essere «una chiesuola»? E basterebbe un’eventuale frasetta qua e là, in uno spigoletto, a riequilibrare i discorsi?
Dunque, noi temiamo che il Sinodo faccia la rivoluzione? No, perché è già stata fatta. Non è una situazione rivoluzionaria quella in cui «[c’]è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita che escano libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo Me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi, e constato che emergono oggi alcuni segni di questa fine. […]Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che al suo interno sembra talvolta prevalere un pensiero di tipo non cattolico; e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia»? Non lo diciamo noi, l’ha detto il Papa Paolo VI[24]. Non è una situazione rivoluzionaria quella in cui un Papa parla di conati suicidi della Chiesa[25]? Non è una situazione rivoluzionaria quella in cui un Papa afferma che Satana è entrato nella Chiesa? Non è una situazione rivoluzionaria quella in cui il teologo che era stato il capostipite della nuova teologia, che quindi non certo per partito preso era inquieto sui frutti, e che riceverà un segno di stima quale la Porpora cardinalizia, ebbe a riconoscere che «il dopo-Vaticano II ha rappresentato la vittoria del protestantesimo all’interno del cattolicesimo»[26]? Non è una situazione rivoluzionata quella in cui due Prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui uno oggi è il Sommo Pontefice, e altri Prefetti e Segretari romani, hanno parlato di Congregazioni e di Vescovi impossibilitati a intervenire persino davanti a chiari abusi contro la fede? Non è una situazione rivoluzionaria quella in cui regna un inaudito silenzio sul dogma dell’inferno? Scomparsa dalla predicazione che non è certo in comunione con le tante generazioni cattoliche che ci hanno preceduto, né a servizio degli uomini concreti che non ne vengono messi in guardia: e che materialmente equivale a un tacito ripudio. Qui mi fermo, quanto alla Chiesa militante universale, ma dov’è tutta questa comunione con la rappresentazione della situazione interna contenuta nella Via Crucis 2005 del cardinale Ratzinger, in procinto di essere eletto Sommo Pontefice?[27]
Passando poi a livello diocesano, c’è già la rivoluzione, quando vengono celebrate “Messe rock” (dichiarate o non dichiarate). C’è già la rivoluzione , quando accade che in chiesa, all’adorazione del Giovedì Santo sotto la guida di un sacerdote, venga trasmessa una canzonetta di “Jovanotti”! Sulla «tendenza» e «nuova mentalità» desacralizzante il Santo Padre Paolo VI, nella sede summenzionata, ha adoperato le seguenti espressioni: «demolizione dell’autentico culto cattolico»; «implica tali sovvertimenti dottrinali […] che Noi non esitiamo a considerarla aberrante»; «la disintegrazione religiosa che essa fatalmente reca con sé». C’è già la rivoluzione, quando in Cattedrale (in Cattedrale!) si sente un sacerdote rappresentare così la Santa Messa che stava celebrando per dei giovani: ci sediamo a tavola, che è il banchetto della fraternità, e c’è una croce che ci ricorda la sofferenza nei rapporti umani, perché nessuno è perfetto; parlando in maniera indistinguibile da un Pastore protestante. C’è già la rivoluzione, se un bollettino parrocchiale veicola il messaggio del catechismo costruito insieme da catechisti e allievi: manifestando l’almeno tendenziale passaggio dalla cattolica Religione rivelata alla gnostica religione inventata. C’è già la rivoluzione, quando accade che un sacerdote, nell’omelia della Santa Messa (nell’omelia della Santa Messa!), faccia propaganda alla ineluttabile abolizione della perla del celibato ecclesiastico obbligatorio. C’è già la rivoluzione, quando si sente un celebrante affermare nell’omelia che il Vangelo del giorno non riporta fedelmente i detti e fatti di Nostro Signore Gesù Cristo ma probabilmente è stato spostato, aggiustato, accresciuto dall’Evangelista, alla luce di situazioni contingenti della comunità cristiana (persino la storicità dei S.S. Evangeli!). C’è già stata, c’è già!
Il timore semmai – che esprimiamo costruttivamente proprio per contribuire a evitarlo – è che questa situazione venga, anziché diminuita (come sarebbe doveroso per un Sinodo), rafforzata. Che una concezione malintesa della comunione si risolva, di fatto e praeterintenzionalmente, in una sorta di imposizione al conformismo. Un conformismo che lasci le mani libere al neomodernismo egemone e le leghi moralmente ad altri, dietro l’equazione non allineato (non sintonizzato)=sospettabile di comunione non piena. Badate bene, queste non sono soltanto congetture, speculazioni: negli anni ci sono già stati ecclesiastici che mi hanno detto, in privato, delle cose critiche (neanche poche, e neanche poco critiche); al mio invito a dirle non a me, ma – se così pensavano – a chi di dovere, ho udito anche testualmente, con queste orecchie, una parola: paura. Paura! E non un solo ecclesiastico. Attenzione a che questi mali interni vengano dal Sinodo diminuiti e non aumentati! Non capirei l’eventualità in cui un tale discorso venisse preso per oltraggioso; per la verità, ho sentito qualcuno esprimere sul Sinodo previsioni che eufemisticamente dirò tutt’altro che lusinghiere (Vi è stato comunicato ufficialmente?), ma non ero io né qualcun altro del nostro gruppo.
Il timore semmai – spero vivamente smentito dai fatti – è che l’esito del Sinodo sia in realtà precostituito[28]. Valutazione che ho sentito esprimere da varie persone davanti al questionario sinodale, dicendo che non valeva la pena di compilarlo. Ciononostante il nostro gruppo ha scelto di esserci, ciononostante mi sembra di impegnarmi nei lavori del Sinodo, speriamo vivamente che i fatti smentiscano tali previsioni e timori. Ma, e qui mi ricollego al mio intervento anche scritto del 25 marzo 2009, debbo notare che le “tracce” fornite non possono che essere “pilotanti”. E non soltanto il materiale di base fornito: ricordo il riassunto, fatto in Assemblea vicariale preparatoria, dei lavori della sottocommissione a cui avevo partecipato, il 25 marzo a Chiaravalle, e lo ricordo bene perché estremamente istruttivo. In una sottocommissione non particolarmente numerosa io avevo esposto anche oralmente il contributo contestualmente consegnato; un’altra persona (mi sembra della parrocchia di Marina di Montemarciano) aveva espresso delle preoccupazioni consonanti, ad esempio sulla recezione indegna dei Sacramenti; bene, di istanze del genere non ci fu traccia nella sostanziosa sintesi effettuata seduta stante e letta in assemblea dalla relatrice della sottocommissione. Se quell’intervento se lo fosse preparato a casa prima di venire[29], e unicamente secondo la formazione che le è stata data, non avrebbe scritto nulla di diverso, nulla di più o di meno. Sicché appare fondato il timore che il Sinodo finisca per essere strumento di una ben determinata corrente di pensiero e di azione. Anziché dire apertamente: Tal dei Tali dice questo, la tal corrente dice questo, si dirà: il Sinodo ha detto questo, lo Spirito – attenzione al Secondo Comandamento! – ha detto questo.
In realtà, un sondaggio non influenzabile – ripeto: anche senza volerlo, per carità – c’è stato. È la rilevazione statistica del 13-14 marzo 2009. E i risultati sono i seguenti: la frequenza alla Santa Messa domenicale[30] continua a calare (dopo una base di partenza già dimezzata rispetto a tempi verso cui non è raro sentir esprimere solo disprezzo; disprezzo del passato che nella Chiesa è sempre stato considerato di sapore ereticale e scismatico, e per il quale protesto fermamente). E dentro, visto il rapporto tra Confessioni e Comunioni, si profana la Santissima Eucarestia, mangiando e bevendo la propria condanna (per dirla con la Sacra Scrittura). Ora, ho apprezzato che gli esiti di tale oggettivo sondaggio siano stati anche colti (cfr. secondo quaderno del Sinodo); del resto, oltre alle buone intenzioni delle persone, l’indefettibilità della teandrica Chiesa di Cristo non finisce mai di sorprenderci e di rallegrarci. Mi chiedo però se se ne colga la portata; se se ne traggano le dovute conclusioni; se non si escluda la possibilità di un ripensamento; se ci sia disponibilità a mettere in discussione la strada che ha condotto a tali esiti, che ha dato questi frutti.
Con il che entriamo nel discorso delle finalità del Sinodo, della sua ratio, di ciò che da esso ci si può attendere. Capita di sentirsi rispondere, sostanzialmente, che si tratta di migliorare la coesione ecclesiale e la conoscenza dettagliata della realtà attuale, nella prospettiva di un incremento della missione. In realtà, gli esempi addotti dovrebbero concorrere a mostrare che non si tratta meramente di questo: c’è di mezzo anche un indottrinamento modernista interno. Basta leggere il materiale fornito. Ma comunque, anche limitandosi all’aspetto delle finalità, forse che il neomodernismo è una via nuova? Non è quella che si sta seguendo da anni? Ed ecco la risposta della realtà: la frequenza domenicale continua a calare, le confessioni anche, le profanazioni della Santissima Eucarestia aumentano. Abbiamo apprezzato che anche ieri, Giovedì Santo, nell’omelia della Messa crismale il Vescovo ha parlato accoratamente dell’Adorazione Eucaristica: ma può questa essere compatibile con la permanenza delle profanazioni eucaristiche? Né ci sembra, guardando nel dettaglio gli esiti del rilevamento, che dove questa strada è stata seguita più accesamente si siano ottenuti risultati migliori[31]. Errare humanum est, perseverare…
Forse che manca un’altra via: la via soprannaturale? Scrivevo un anno fa, nella sede sopra indicata: «Non sembri questo discorso astratto, a fronte dei pesanti problemi con i quali abitualmente ci confrontiamo: stiamo parlando di doveri, basilari, di fedeltà. E in un’ottica soprannaturale – riprendendo, parafrasando, un pensiero richiamato dai Pontefici Adriano VI e Giovanni Paolo II – quando gli uomini fanno la loro parte, Dio, al Quale nulla è impossibile, il Quale è capace di far fiorire il deserto, possiamo pensare che non mancherà di intervenire con il Suo braccio potente…».
Via così trascurata che una proposta di realizzare un affidamento al Cuore Immacolato di Maria in apertura del Sinodo è stata bocciata. Era tardi per farlo? Da un lato, simile proposta l’avevamo avanzata anche noi mesi prima, quindi avrebbero potuto esserci anche tempi larghi; dall’altro, per la grande solennità dell’Immacolata (quindi, due mesi dopo) o per la prima Assemblea sinodale (quattro mesi dopo) i tempi erano ancora stretti? Via così trascurata che quasi nessuno è ben informato sulla disponibilità di un esorcista in diocesi. Anche qui è vero che c’è di peggio, è vero che c’è stato di peggio, tuttavia dà l’idea di essere una delle cose tollerate, malvolentieri, ma disincentivate: tant’è che non c’è informazione in materia. Quale servizio all’uomo, lasciarlo in balia dei maghi? Quale comunione con la drammatica rievocazione, fatta a Fatima – il più grande evento religioso del XX secolo, in cui il Cielo Stesso prende l’iniziativa e la Madre del Redentore viene straordinariamente a soccorrerci – sia dal papa Paolo VI sia dal papa Giovanni Paolo II, dello scontro dell’Apocalisse tra la Donna vestita di sole e il drago? Puntando, con determinata convinzione, sulle armi soprannaturali; ricordando e insegnando ad alta voce che la fedeltà dottrinale è fonte di grazia e benedizione; uscendo con pastoralissima urgenza dallo scandaloso oscuramento dei Novissimi; dando visibilità e risalto, a livello diffuso, all’ortodossia anche in negativo, applicando innanzitutto nel campo dottrinale[32] la coerenza che si chiede alla vita dei fedeli, che comporta l’almeno tendenziale espulsione di quanto vi è in contrasto, si renderà anche un gran servizio alle persone concrete.
Sembrerà facilmente che stia parlando contro la comunione ecclesiale, che questo intervento sia contrario a una più grande comunione nella Chiesa. Non è così. Parlo contro il modernismo, solennemente condannato dal Magistero; di conseguenza, contro ciò che obliquamente lo favorisca. E aderisco, filialmente e convintamente, alle parole di Sua Eccellenza il Vescovo: «essere profondamente uniti in tutto ciò che è essenziale e [a] cercare di convergere con serenità anche nell’opinabile»[33]; ma poniamo la questione dei presupposti di questo orante auspicio, di questo obiettivo che in prospettiva facciamo nostro. Se una persona, avendo evidenza (e fatti oggettivi) che le fondamenta di una casa sono traballanti, va a verificare, riparare, rafforzare tali fondamenta, non apparirà forse agire contro la casa? Ha preso a picconate il pavimento, ha rotto le mattonelle, ha riempito la casa di rumore, detriti, disagio… Ma nella realtà, sia egli soggettivamente come sua intenzione che un lavoro di restauro oggettivamente, è contro la casa o per la casa?
Illuminante a questo riguardo l’esempio storico di sant’Atanasio, di cui leggiamo che nella vecchiezza era considerato per l’amore all’unità della Chiesa. Nel corso della sua vita ciò non era affatto apparso evidente; era cambiato? Non risulta, nelle notizie storiche a suo riguardo. O erano cambiate le circostanze in cui aveva agito, e si era fatto evidente quanto era presente già da prima?
Essendo in causa l’impianto dottrinale della fede, essendoci fatti anche direttamente contrari alla fede cattolica (come evidente in alcuni degli esempi portati), non è eccessiva la gravità del presente discorso. Sebbene, disgraziatamente, oscurata dal “contraltare” rappresentato dai “nuovi dogmi”. Tant’è che il cosiddetto Simbolo Atanasiano recita: «1. Chiunque voglia salvarsi deve anzitutto possedere la fede cattolica. 2. Colui che non la conserva integra e inviolata perirà senza dubbio in eterno». E nel giuramento dei Papi in occasione della Loro incoronazione, comunque rivelatore della mente della Chiesa, si legge: «Perciò, ci sottoponiamo al rigoroso interdetto dell’anatema, se mai qualcuno, o noi stessi, o un altro, abbia la presunzione di introdurre qualsiasi novità in opposizione alla Tradizione evangelica, o alla integrità della fede ortodossa e della religione Cristiana, tentando di cambiare qualcosa all’integrità della nostra Fede, o a chi con ardire sacrilego pretendesse di farlo lo consentisse. Se pretendessi di agire al di fuori di queste cose, o di permettere che altri lo faccia, Tu non mi sarai propizio in quel giorno tremendo del divino giudizio…»[34]. Dov’è la continuità comunionale a questo riguardo?
Nella consegnare questo intervento mi rivolgo a ciascuno, ma soprattutto alla coscienza del Vescovo. Ciascuno di noi può e deve dare un aiuto, ma giustamente, come è stato anche ricordato, «è il Vescovo poi che decide, in preghiera»; cum Petro et sub Petro, nello spirito di fedele custodia della prima santità: la purezza della dottrina e del culto, nella libertà da ogni impropria influenza costituita dalla responsabilità personale. Vi scongiuro di prendere davvero in considerazione, senza animo di rifiuto preventivo, gli argomenti qui addotti.
Su questa base, mi permetto di avanzare alcune specifiche proposte:
1) Realizzare al più presto una consacrazione (o quantomeno un affidamento) della Diocesi al Cuore Immacolato di Maria[35].
2) Riconsiderare il sottotitolo del Sinodo.
3) Mandare chiari messaggi che realmente realizzino delle «correzioni di marcia», articolate e capitali, alla luce di principi oggettivi e di per sé universali come il primato dell’ortodossia e l’opzione soprannaturale[36]. Tenendo presente – affinché sia una cosa significativa – quanto dice il Signore sulla luce che va posta sul lucerniere e non sotto il moggio.
4) Valutare l’eventuale opportunità di trasmettere il materiale preparatorio, “tracce” e prime conferenze incluse, alla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, onde “ascoltarne” senza fretta il giudizio prima di procedere oltre.
Cor Jesu, adveniat regnum tuum. Adveniat per Mariam.
Chiaravalle, 2 aprile 2010 Solideo Paolini
Venerdì Santo Membro del Sinodo Diocesano
in rappresentanza del Circolo “Cattolici per la Tradizione”
[1] «I fedeli hanno il diritto e anzi talvolta anche il dovere di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli».
[2] Gal. 2,11-13.
[3] San Tommaso d’Aquino, Summa theologica, parte II-II, d.33, art.IV, ad.2; Suarez, De Fide, disp.X, sec. VI, n.16; San Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, libro II, cap. 29; etc.
[4] Dichiarazione “Dignitatis humanae”, 3.
[5] Preghiera per il Sinodo diocesano.
[6] Polifonico, non è questo il problema; sebbene personalmente prediliga il gregoriano e il tradizionalpopolare, comunque benissimo il polifonico.
[7] Quando parlo di comunione nell’ortodossia intendo proprio questo: la linea, il fondamento, il contesto in cui è applicata la comunione ecclesiale; e non che la comunione debba essere limitata all’unità sulle verità di fede (come spero che nel corso del presente scritto sia evidente).
[8] 2 Gv, 9.
[9] 2 Gv, 10.
[10] Cfr. il Papa Pio XI, enciclica Mortalium animos (in cui vengono esaminate e respinte letture erronee circa l’unità voluta dal Signore).
[11] Quindi, neppure la negazione diretta della Dottrina, della Verità Rivelata: ma errori pericolosi per il terreno che ne è presupposto, per quanto la veicola, per quanto la protegge. I «paletti» di cui (peraltro andando fuori tema) è stato detto?
[12] Massimalismo nella comunione, minimalismo nell’ortodossia: non nega formalmente una verità di fede… Discorso piuttosto obsoleto, dopo che l’ultimo Papa canonizzato ha smascherato la natura anguillesca e contraddittoria del modernismo; dopo che il Papa Paolo VI nella sua Enciclica programmatica ha dichiarato constatarsi una reviviscenza del modernismo; dopo che l’insospettabile teologo gnostico Karl Rahner ha avuto la franchezza di parlare del fenomeno delle cripto-eresie come invadenti il nostro spazio vitale. In realtà, vediamo che la nozione di ortodossia è, abitualmente, ampiamente assente (talché sarebbe stata più pertinente una conferenza dal titolo: Ortodossia dove sei?); che già nelle “tracce” degli incontri il punto della trasmissione della fede è stato posposto ad altri punti; che non viene preso in considerazione il fatto che, anche in ambiente praticante e persino “impegnato”, della fede è diffusa l’idea che ne ha il modernismo e il protestantesimo, già dogmaticamente condannata dal Magistero della Chiesa (e che invece è l’idea ispiratrice sottesa a tanti canti delle “Messe dei giovani”); che, al più, quanto attinente al punto specifico dell’ortodossia viene trattato come fanno certi non praticanti con la questione religiosa: non sono ateo, ho attaccato su un quadro di Padre Pio (continuando a condurre una vita atea).
[13] Anche il papa Paolo VI ebbe a definire il fenomeno della «tendenza a dessacralizzare la liturgia» con una parola fortissima: «aberrante» (allocuzione in occasione della chiusura dell’adunanza della 7° sessione plenaria del “Consilium de sacra liturgia”, in “Osservatore Romano” 20-04-1967). Siamo onesti: dov’è la comunione-sintonizzazione con questa esecrazione?
[14] Anche a seguito di distorte informazioni che, non di rado, sono state date.
[15] Come è avvenuto alcune volte nelle quali, in funzione dell’obiettivo che ci si era prefisso, si è proceduto non nella declamata «corresponsabilità» ma in altra maniera. Beninteso: non critichiamo tali scelte in sé, ma semplicemente rileviamo che tali fatti concorrono oggettivamente a dimostrare la tesi qui sostenuta.
[16] E aderiamo alla perplessità per tale invito accennata, il 15 marzo c.a. alla riunione dei gruppi, associazioni e movimenti, dal referente diocesano di Comunione e Liberazione.
[17] Infastidito , per non dire lividamente.
[18] Cfr. mia lettera al Vescovo del 7 luglio 2008.
[19] E la Sua divina costituzione gerarchica, che il martellamento di certi messaggi tende a oscurare nella coscienza diffusa.
[20] Anche senza volerlo, s’intende: non è in questione l’intenzione delle persone, ma la dinamica delle cose.
[21] Come anche tra Chiesa e comunità cristiana, tra Chiesa e Cristianità, etc.
[22] Tra l’altro, vedo che il primo dei gruppi di lavoro in procinto di essere costituiti ha per tema: chiesa comunione. A parte il minuscolo di chiesa, io conoscevo la Chiesa cattolica…Ora leggo non la Chiesa e la comunione, la comunione nella Chiesa, e men che meno la Chiesa e la comunione nell’ortodossia, ma una nuova definizione: la chiesa comunione. Forse si dirà che non è una definizione: ma comunque, stante il discorso in oggetto, come non pensare che il fenomeno di cui sopra ne sia incentivato?
[23] E magari con la “rete” delle Diocesi progressiste. Così se Papa Ratzinger tentasse di attuare quanto da Cardinale aveva detto in maniera esplicita – Melloni l’ha anche riconosciuto: pensa che si è andati troppo in là… ma appena un cenno – il terreno sarebbe refrattario a recepire tali tentativi (come già avviene in campo liturgico). Anzi, plausibilmente ne sarebbe condizionato. E se non si fosse soddisfatti dell’applicazione del Concilio Vaticano II (divenuto «il Concilio» e basta) da parte della Sede Apostolica, si andrà avanti da soli. Melloni l’ha già detto: non soltanto i testi, in parte datati, ma tutto ciò che ne è stato messo in moto (incluso quindi il famoso Spirito del Concilio, che l’attuale Pontefice aveva dichiarato abusivo e illegittimo ma che qui – tanto per limitarmi a un esempio – la principale associazione ecclesiale professava, ad esempio, in cartelloni esposti all’ingresso di una importante chiesa parrocchiale).
[24] Jean Guitton, Paul VI secret, conversazione del 7 settembre 1977.
[25] Ovviamente nel senso improprio, stante la Sua nota della indefettibilità. «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio… Siamo stati forse troppo deboli ed imprudenti» (discorso del 30 giugno 1972). Ma queste affermazioni di Paolo VI non vengono riportate. Né nell’introduzione alla trascrizione (non integrale e non sempre letterale) dell’incontro con Melloni offerta da la Voce Misena del 1° aprile, né mai.
[26] H. de Lubac, Il vero Concilio e chi l’ha tradito, in Il Sabato 12-18 luglio 1980.
[27] Cardinale Ratzinger che tante volte ha parlato di una grave crisi nella Chiesa, della quale prendere coscienza: argomento che sul territorio non vediamo affatto presente.
[28] Impressione di esiti già stabiliti, oggettivamente predeterminati, di cui il fastidio per quanto esula dalla linea voluta, le “mani avanti” (per non parlare del sarcasmo), sarebbero, tra le altre cose, una conferma.
[29] Già sapeva quel che ci avrebbe detto lo Spirito?
[30] Che certamente non è delle peggiori, questo è vero.
[31] A dispetto di tutto l’impegno messo nella dura realtà pastorale, impegno e durezza che riconosciamo volentieri (così come le pregevoli qualità personali). Ma, evidentemente, non è questo il punto.
[32] E di conseguenza nel campo del culto, strettamente collegato a quello dottrinale, stante l’adagio “lex orandi, lex credendi”.
[33] Omelia nella Prima Assemblea Generale del Sinodo Diocesano, Cattedrale-Basilica di Senigallia, 31 gennaio 2010.
[34] Liber Diurnus Romanorum Pontificum, pp. 54 o 44, P.L. 1 o 5.
[35] Pur non essendo la stessa cosa rispetto al farla in apertura del Sinodo.
[36] E a questo proposito, tra le altre cose, ribadisco la proposta che feci un anno fa, di parlare sistematicamente di comunione nell’ortodossia (o, il che è la stessa cosa, di ortodossia e comunione): «così mettendo visibilmente insieme queste due istanze», essendo l’ortodossia il terreno, la linea, il respiro della vera comunione cattolica.
* * *
Istanza procedurale alla Presidenza del Sinodo Diocesano
Ricorro a codesta Presidenza, ai sensi dell’art. 3 §2 del Regolamento del Sinodo Diocesano, per integrare l’intervento scritto recentemente inviato, a contenuto essenzialmente dottrinale, con un punto di carattere tecnico-procedurale: in tale sede già accennato ma più chiaramente emerso il 20 c.m. alla prima riunione del secondo gruppo di lavoro, avente a tema la trasmissione della fede (in cui sono lieto e grato di essere stato inserito).
Nella preparazione al suddetto appuntamento ho notato che l’indice emerso da una «prima lettura» di schede e contributi provenienti da Parrocchie e Associazioni, sebbene variegato, non conteneva nulla circa istanze di tipo dottrinale. Sicché mi sono alzato e ho detto: questa “fotografia” da un lato non attesta comunione con le precedenti generazioni diocesane, che per il dogma della Comunione dei Santi fanno parte a pieno titolo dell’unica Chiesa, vista al contrario la forte presenza di tali tematiche negli Atti dei precedenti Sinodi: cosa si trasmette? Dall’altro non è neppure del tutto corrispondente alla realtà, giacché queste tematiche almeno con un numero «1» di frequenza (come ce n’erano tante) avrebbero dovuto esserci, desunte già dal titolo del nostro recente[1] contributo ufficiale. Mi si è risposto che questo intervento non era stato trasmesso al gruppo di lavoro e che, più ampiamente, tali contenuti non risultavano; con mia notevole perplessità, dal momento che, riguardando il contributo a mia firma in primo luogo la fede e in secondo l’ecclesiologia e la liturgia, mi sembrava normale che venisse trasmesso almeno a queste tre commissioni (o comunque che venissero comunicati loro i suoi argomenti essenziali, in ordine alle materie di competenza).
Successivamente, la sera stessa è progressivamente emerso che temi e rilievi di tal genere erano stati avanzati anche da due parrocchie: sicché, richiamati per iscritto da tre soggetti, avrebbero ben dovuto essere presenti.
In parte nel gruppo, in parte in una conversazione informale con il coordinatore referente dello stesso appena conclusa la riunione, è emerso il punto oggetto della presente Istanza, ovvero il problema dei tempi (et similia). Infatti il coordinatore, quando gli ho ricapitolato le richieste da me accennate circa l’inserimento, mi ha detto – con espresso riferimento alle altre fonti che presentavano anche temi del genere, che stavo rilevando sulle schede integrali già pervenute – che questo argomento non era inserito nell’indice perché non era stato rilevato, stanti i tempi della sintesi dei dati. Sicché delle tre fonti la prima non era in alcun modo pervenuta al gruppo di lavoro, le altre due non erano state notate in ordine a quel punto. Ho chiesto quindi che l’indice venisse integrato alla luce di questi dati, e il coordinatore, senza escluderlo, mi ha fatto presente che non poteva garantirmelo, a motivo sempre delle disponibilità di tempo. Sicché, l’incompleta «prima lettura» ha rischiato di essere l’unica.
Di fatto già nei due giorni successivi egli ha provveduto, con pregevoli disponibilità e dedizione, a tale inserimento: sicché quel punto è stato fedelmente riportato tra gli «aspetti problematici» con la dizione di sintesi «perdita del contenuto dottrinale della fede» (e il numero «3» a fianco), mentre in positivo – penso anche rivedendo più ampiamente le schede – al punto già presente «ruolo delle tradizioni e feste popolari» è stata aggiunta la prospettiva «per conservare l’identità» (della comunità). Applicando questi successivi rilevamenti (ma inerenti contributi già trasmessi al tempo della riunione in oggetto), nel secondo incontro (26 aprile) una delle tracce orientative della sezione aspetti problematici, «carenza di testimoni autorevoli e catechisti-educatori preparati», è stata integrata con la seguente precisazione: «, nella fedeltà a Scrittura, Tradizione e Magistero». Pertanto, quanto alla singola questione ho potuto constatare che essa è stata risolta in maniera pienamente soddisfacente, e i lavori della commissione[2] stanno procedendo in un ottimo clima.
Tuttavia, se a motivo dei tempi viene messo in forse l’inserimento di dati che, pur inviati e anche lì presenti, per errore erano stati omessi in prima lettura, se ne evince comunque – a titolo esemplificativo – la presenza di un pericolo di condizionamento metodologico sui lavori sinodali. Già la questione era implicitamente richiamata dalla riunione della Consulta dei laici il 15 marzo, con la presenza di soltanto sei rappresentanti delle aggregazioni ecclesiali: vale a dire, circa un sesto. O mancava disponibilità a rispondere fattivamente alla convocazione, il che è assurdo, o si può ragionevolmente ipotizzare che il fitto calendario parasinodale dei giorni precedenti abbia influito sulle possibilità di partecipazione alla suddetta riunione.
Già il cardinale Ratzinger, testimone che si vorrà considerare attendibile, sulla base di confidenze ricevute in privato ha rilevato il fenomeno per cui spesso a livello assembleare, per non passare per “guastafeste”, si avallano cose diverse rispetto a quella che sarebbe stata una decisione più convinta[3]; se si aggiungesse anche il condizionamento della fretta, si potrebbe ben temere la realtà di un Sinodo già “ingabbiato”. Non dico per la volontà delle persone, ma per la dinamica dei meccanismi.
E, a riguardo di aspetti procedurali e di contesto, debbo malvolentieri notare:
-che l’articolo sulla seconda sessione offerto da la Voce Misena del 15 aprile saltava, completamente e unicamente, i due interventi orali;
-che nel medesimo secondo gruppo di lavoro è emerso, il 20 aprile, che più persone hanno espresso perplessità sullo schema tripartito «aspetti positivi/aspetti problematici/potenzialità» (anche perché, in determinati casi, alcune parrocchie hanno considerato come negative cose che altre parrocchie hanno messo tra le positive), ma – è stato detto – poiché è stato dato questo schema ormai[4] bisogna attenercisi[5];
-che sono preoccupato dell’annunciata «armonizzazione nel metodo e nel linguaggio da parte della segreteria del Sinodo» della «bozza che verrà prodotta dai sette gruppi di lavoro»[6], in quanto, con tutta la correttezza e buona volontà di questo mondo, non è difficile che una lettura soggettiva finisca, in un procedimento del genere, per fare “il bello e il cattivo tempo”[7].
Tutto ciò premesso e richiamato, chiedo:
di valutare l’opportunità di tempi più congrui per i lavori e la riflessione sinodali e, comunque, di emanare chiare direttive affinché i tempi non divengano, di fatto, un improprio condizionamento, ma siano subordinati al calmo svolgimento di tutte le procedure e garanzie consone all’evento.
Con ossequiosi saluti, nella preghiera perché la Madonna, Regina del mese di maggio, sia la Stella che guida e sostiene la nostra cara Diocesi riunita in Sinodo.
Monte San Vito, lì 27-IV-2010 Solideo Paolini
delegato associazioni- Circolo “Cattolici per la Tradizione”
[1] Tralasciando i precedenti.
[2] Almeno per quanto riguarda il mio sottogruppo (quello di cui, a seguito dell’ulteriore suddivisione operativa, ho avuto ieri una diretta conoscenza).
[3] L’esattezza del riferimento che sto riportando si può facilmente verificare nel libro Rapporto sulla fede, in cui è trascritta l’intervista del 1984.
[4] Curiosamente al Concilio Vaticano II, con il rigetto e il rifacimento strutturale dei pur emendabili Schemi approntati, è stato seguito un criterio diametralmente opposto. E qui mi ricollego a quanto notavamo nell’altro ricorso.
[5] Sia chiaro, personalmente non muovo obiezioni di merito a questo riguardo: mi riferisco unicamente al meccanismo, alla dinamica, al fenomeno oggetto specifico del presente ricorso, ovvero alla questione dei condizionamenti come meritevole di fattiva considerazione.
[6] Cfr. comunicazione d’inizio aprile della Segreteria generale.
[7] Plausibilmente qualcosa del genere sarà accaduto anche nell’esempio analogo che ho menzionato nell’intervento dottrinale: la giovanissima relatrice della sottocommissione a quell’assemblea vicariale, nel fare da sola e in tempi stretti la sintesi degli interventi, senza avvedersene avrà dato ampio spazio ai discorsi con i quali, corrispondenti alla formazione da lei ricevuta, aveva familiarità; mentre altri discorsi li avrà considerati astrusi e quindi ignorati, o tradotti (e traditi) con le categorie di cui era a conoscenza.