Un sacerdote che ha onorato il clero locale e la nostra povera terra. In memoriam del parroco senigalliese don Secondo Pierpaoli, nell'anno del suo ventennale

 

Mese del Santo Rosario 2011

 

1991. La Voce Misena, periodico ufficiale diocesano, uscì con la notizia d'apertura: «Don Secondo è morto». Nell'articolo in prima pagina l'amabile monsignor Angelo Mencucci, Arciprete della Cattedrale, che allora aveva sul periodico una certa voce in capitolo, lo commemorava attestando, già nel sottotitolo: «il mistero di un prete tra leggenda e realtà». «Noi vogliamo raccogliere alcune voci, le più significative, perché la memoria di lui rimanga nella leggenda come una bella fiaba».

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In una terra anche di buon senso, per certi versi abbastanza sana, ma tanto incline al tiepido di Apocalisse 3,14-16, don Secondo si è distinto sia "in positivo", per il forte sapore di buon parroco vecchio stampo, che "in negativo", ovvero per la perseverante refrattarietà ad allinearsi al nuovo corso ecclesiale.

Già di primo impatto molto classico (il sacerdote di una volta, ancor quando tale modello era già passato di moda), don Secondo fu parroco di Santa Maria al Porto in Senigallia dal 1935 al 1991: cinquantacinque anni! Mi raccontò il caro mons. Mencucci che quando Sua Eccellenza il Vescovo Odo gli chiedeva: «È ora di lasciare?! [la guida della parrocchia]», egli con carattere e fermezza rispondeva che, se si voleva, lo si dimissionasse: perché, quanto a lui, non avrebbe lasciato. Il Vescovo, come prevedibile, non passò all'ordine formale; e don Secondo morì parroco, come parroco era vissuto. Talis vita, mors ita.

Un parroco innamorato della sua parrocchia, e sempre con cuore grande e aperto: particolarmente vicino ai più bisognosi, con carità e premura; molto ospitale, più di vent'anni prima che il Sinodo diocesano tematizzasse la calda cura delle relazioni; zelante nella missione, per la salus animarum: come si evince anche dal seguente aneddoto. Preso dalla sublime dignità del sacerdozio, esternamente altero (la fisionomia del card. Siri!), e insieme umile, semplice, popolare, don Secondo Pierpaoli girava per Senigallia in bicicletta. Incontrando dei ragazzi, li fermava: «Tu! Vieni qui! Quant'è che non ti confessi?». E (in presenza delle minime disposizioni essenziali) «li confessava lì... E ne ha convertiti tanti!», mi raccontò con ammirazione mons. Mencucci (che stava più attento a esporsi).

«Durante il suo ministero ha ricoperto vari incarichi ed uffici ecclesiali: Assistente Diocesano Uomini di ACI; Predicatore con i Paolini delle Missioni Popolari in molte città d’Italia; Cappellano dell’UNITALSI e guida di tanti pellegrini a Loreto e a Lourdes: Membro attivo del comitato Pio IX; Socio e animatore delle Associazioni Culturali Senigalliesi» (dai Dati biografici sul ricordino). Inoltre: «Cappellano degli Aviatori di Senigallia» e «dal 1984 Canonico Onorario del Duomo» (articolo citato).

Da buon sacerdote cattolico era, insieme e armonicamente, pastorale e dottrinale. Amava il Catechismo di San Pio X (aspetto che alla sua morte venne rispettosamente ricordato, e proprio in quell'anno, il 1991, della mia dolorosa e provvidenziale rottura con la struttura parrocchiale, rottura che, già predisposta e per colpa di nessuno, si produsse proprio sul Catechismo di San Pio X! Il cultore del Catechismo tradizionale buono è quello morto?). Un sacerdote suo collaboratore mi ha raccontato che soleva dire: «Oggi c'è la scienza... la santità... ma manca il criterio!». Nella consapevolezza, lucida e coerente, che la dottrina, i principi, orientano e informano la pratica, l'azione, la pastorale: e pertanto si tratta della prima cosa. In tale spirito, «ha esercitato il munus docendi» tramite «una predicazione chiara e sostanziale» (articolo citato).

Tale aspetto si tocca con l'altra caratterizzazione di questa ricca personalità, devota alla Madonna (nel quadro di un «devozionismo caldo, ma augusto e immutabile», scriveva mons. Mencucci) e amante della franchezza: il suo essere e andare controcorrente, rispetto alla linea vincitrice nell'ambiente ecclesiale. Senza lasciarsi bloccare dal timore – in questa nostra terra che è l'estremo opposto di quella francese – d'apparire schierato, marcato (esagerato), chiuso, esclusivista (integralista). O che (alle solite), assieme alla stima e all'affetto, gli venissero rimproverati gli eventuali difetti di carattere, di cui dicevano alcuni - suppongo nati anch'essi con il peccato originale; alcuni piuttosto (non siamo nati ieri, non vogliamo essere gli “utili idioti” di togliattiana memoria, sicché sappiamo cogliere il vero punto) alcuni d'altra linea, o di poca linea. Sicché don Secondo era famoso per l'indossare sempre la veste talare (fin qui un po' di compagnia allora ce l'aveva, seppure di minoranza) e il dire sempre il Canone romano (e su questo non ho notizia di altri che, nello stesso tempo e nello stesso luogo, facessero la stessa cosa). Di mettersi anche in clergyman, di dire qualche volta altre Preghiere eucaristiche, don Secondo «non ne voleva sapere», mi disse il suo cappellano (viceparroco): con rara fermezza, esclusivamente la talare ed esclusivamente il primo Canone. Elementi di quell’esclusivismo che ci ha sempre rimproverato prima il protestantesimo, poi il liberalismo, e in tempi più recenti l’opportunismo di chi non vede altra possibilità perché vede le cose alla luce non della fede ma della propria meschinità; come certe donne di facili costumi, che si giustificano dicendo: quant’è chiuso mio marito, in fin dei conti andavo a letto anche con lui… Anni prima, mi raccontarono, «quando già gli altri dicevano la Messa in italiano, lui continuava a dire quella vecchia; ha detto quella in italiano soltanto quando è diventata obbligatoria [almeno a quanto in zona se ne sapeva]». Non so se chi me l'ha detto si riferiva al passaggio dal Vetus Ordo al Novus Ordo (da noi, fine 1969) o, più probabilmente, a quello dall'antico rito in latino alla sua versione ritoccata e prevalentemente in italiano ma ancora senza modifiche strutturali (1964-1965). C'è molta confusione a questo riguardo; e, stranamente (o politicamente), anche il famoso Motu proprio del Pontefice regnante dimentica la "Messa Concilio Vaticano II" (come venne chiamata quella del 1965), passando direttamente dal 1962 al 1970.

Ma, ciò che qui rileva e come fa intuire anche la resistenza alle dimissioni sollecitategli dal Vescovo, evidentemente don Secondo Pierpaoli, pur essendo un uomo del popolo e in ambiente di provincia, pur essendo stato formato in tempi di sottolineatura netta e quasi assoluta dell'ubbidienza all'autorità ecclesiastica, sapeva tuttavia distinguere: altro è un ordine avente forza di legge, altro è un orientamento, un invito, un costume seppure largamente invalso. Oltre chiaramente a non correre a cambiare, sapeva distinguere. E anche in questo fu sacerdote di spicco: nel differenziarsi dal conformismo, dal servilismo e dalla comoda cecità (vera chiusura mentale) che sono il cancro di certi ambienti fondamentalmente tradizionali, ecclesiastici e cattolici in genere. Infatti, mi riferiva un informato fedele laico, don Secondo criticava anche con lui certi andazzi dell'ambiente ecclesiastico; attitudine portata avanti con il taglio non di occulto pettegolezzo, ma di notoria criticità sulla cosa.

Così come, mentre guardava come ideale al Papa Pio XII e riceveva sì sì no no, non temeva di mostrarsi sirista in un ambiente ecclesiale, quello marchigiano, che oscillava tra la maggioritaria palude moderatista (silenziosa e tiepidamente "allineata") e conati anche virulenti di progressismo contestatario: quando il cardinal Siri, soprattutto nell'immaginario collettivo del tempo, veniva dato come il portabandiera del modello cattolico legato al passato, conservatore e reazionario, da vedere con sospetto.

Evidentemente questi segni a cui cercava di aggrapparsi con determinazione esprimevano un disaccordo e una conseguente attitudine di resistenza, almeno tendenziale. Pensiamo anche alle formule antiche che, mi dicono, continuava a usare quando gli era possibile, ad esempio nelle benedizioni; alle restrizioni nei paramenti («da lui ci si mettevano sempre i camici con l’amitto», niente camiciotti alla Taizè, e alle funzioni «ci si doveva mettere la cotta» – peraltro cose, qui da noi, allora più comuni dell’omogeneizzato oggi), nei canti liturgici («cu’ avete cantato, "La Marianna la va in campagna"?!», apostrofò un collaboratore per un canto, non dei peggiori, di sapore un po’ profano e festarino). L'indicazione dell’insieme è chiara: la presenza di riserve sulla marea delle novità odierne, plausibilmente dubitando potessero rientrare completamente nella classica e normale varietà cattolica; e la disposizione – pur temperata – ad applicare tali perplessità. E concluderò il presente affresco con un gustoso, significativo aneddoto. Potremmo titolarlo: l'evoluzione di un giudizio. Una volta un testimone mi contrappose, in maniera simpatica, il tradizionalismo accettabile, più moderato, del vecchio parroco a quello eccessivo, meno integrato, su cui un famigerato giovane di nostra conoscenza, e associati, sarebbero attestati. Non ebbi difficoltà a rispondere, con altrettanta bonarietà, sia che ovviamente dei laici erano più liberi, peraltro la situazione normativa sui riti anteriori alla riforma era cambiata, sia che comunque già i tempi si erano incaricati di stabilire, rispetto alla materialità di certe soluzioni un pò residuali, una maggiore polarizzazione. Sulla base di una lunga esperienza potevo dire che la realtà parlava chiaro; e portai esempi concreti, proprio sulle due famose "bandiere": un altro sacerdote che, fino all'estrema vecchiezza, portava soltanto la talare, è morto in clergyman (seppure, certamente, in alcune circostanze metteva ancora la talare, ma nell'ambiente gli venne da fare, proprio in extremis, quel cambiamento); e un altro sacerdote che, in tempi successivi, aveva preso a scegliere sempre quanto resta nel Messale corrente del venerabile Canone romano ha ritenuto, nel mondo delle cose, di non poter serenamente continuare. Non so se in maniera definitiva, e certamente la realtà è per definizione ricca di sfumature; ma nell'ambiente, sta di fatto, alla lunga non hanno retto. Non mi fermerei più a parlare – non per partito preso, come talvolta pensano gli ultimi arrivati che vogliono correre troppo, ma con una lunga esperienza e una conoscenza ad ampio raggio – a parlare su questa evidenza! Non è l'unico aspetto; ma è un aspetto reale. Il testimone non insistette, piuttosto annuendo sulle dinamiche. E alla successiva conversazione egli, ragionando più a fondo sulla ratio dell'attitudine e dei rifiuti di don Secondo, ne concluse sua sponte un giudizio che poneva diversamente l'accento. Un giudizio per me lusinghiero: «Era un po' come te!». Penso di essere diventato rosso d'imbarazzo (perché in realtà sono molto più timido di quello che pensano...), naturalmente compiaciuto; nella speranza di essere io un po’ come lui…

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2011. Vent'anni dopo. Mentre sono arrivate anche, dopo la Comunione sulla mano!, le chierichette (e quant’altro); mentre (parlo in generale) più di un parroco d’interessante tendenza mostra, e anche afferma esplicitamente, che la propria situazione è quasi insostenibile; mentre rivedo un parroco, di chiaro sapore tradizionale, che pochi anni prima aveva calcolato di agire con maggiore scaltrezza rispetto a noi e cambiare le cose da dentro, pur dicendone di tutti i colori, che mi risponde di non essere più parroco e che è vero, sulla carta è facile ma nella realtà mettere insieme le due volontà in oggetto non lo è affatto; mentre diversi che ufficialmente avrebbero una posizione più moderata della mia mi dicono che sono più «positivo» di quel che viene loro da essere; mentre si sentono certi “entristi”, pubblicamente meno “problematici” di noi, incanalare carsicamente il disaccordo verso un malcontento privato, non costruttivo e anche desolante, da brindisi «alla faccia dei Vescovi!» (ma «mica mi ci voglio compromettere!») al vacillare della fede sulla Chiesa di Cristo; mentre taluni venduti (venduti al potere) sembrano non aver ripugnanza per il seguire le orme della “Chiesa ortodossa” russa e della “Chiesa patriottica” cinese; mentre gli esponenti del filone moderato-conservatore si palesano storicamente come gli osti di Renzo (più li conosceva e peggio li trovava); mentre l’attuale successore alla guida della sua amata Parrocchia – nella quale, ovviamente, venne celebrata la S. Messa per l’anniversario – "salutò" il Motu proprio pontificio per il rito tradizionale con un articolo di vistosa presa di distanza... Venti densi anni dopo, nella S. Messa del Giorno di Pasqua nella struttura giuridica canonicamente eretta, d'altra parte, per quella liturgia che egli aveva lasciato per ultimo e il meno possibile – dopo averlo già ricordato nella dedica del nostro sorprendente e provvidenziale riconoscimento ecclesiale, che ci fece uscire dallo stato di necessità contemperando realmente le istanze – , il cappellano comunicava come primo avviso: «Questo Santo Sacrificio viene offerto in suffragio di don Secondo Pierpaoli, grande sacerdote senigalliese, a vent'anni dalla pia partenza da questo mondo di questo "servo buono e fedele"».

Solideo Paolini